FOSTER BODY
"Moving Display"
(Diabolical, 2016)

Foster BodyDa Salt Lake City con furore. Da dove? Eh sì, avete capito bene, dallo Utah (mica Londra …) arriva in tutta la sua fulgida irriverenza questo secondo fantastico lavoro dei Foster Body, Moving Display. Prodotto dalla Diabolical Records lo scorso marzo, il successore di Landscapes è materiale esplosivo da maneggiare con cautela: una linea di basso che sa essere dura ed aggressiva ma anche lancinante e straniante è il connotato preponderante; una batteria funzionale alle atmosfere di volta in volta realizzate e delle chitarre capaci di graffiare come un gatto impazzito di rabbia, fanno da base alle voci singhiozzanti del frontman Robin Banks e agli urlacci irresistibili di Dyana Durfee: un Tomata Du Plenty ed una Penelope Houston attualizzati con i dovuti distinguo ma ad essi tranquillamente associabili. Quello dei Foster Body è un post-punk dall’estetica arty che richiama i primi Talking Heads ed altre band notevolissime come i Mission Of Burma, Firehose, The Minutemen e Big Dipper. Ma il riferimento forse più calzante – per chi non resiste alla tentazione di associare, comparare, definire – sembra proprio quel capolavoro di Brian Eno che risponde al nome di No New York, compilation che raccoglie perle di gruppacci come Contortions (James Chance), Teenage Jesus And The Jerks e D.N.A., Moving Display tocca i suoi vertici espressivi con Listen, brano dall’andatura insolitamente lenta ma con un cantato davvero crudo e cattivo (Durfee in stato di grazia) ed una chitarra che graffia come se non ci fosse un domani. Touching And Moving è un’altra perla, arrogante, veloce, frenetica e scombinatissima: miele per le nostre avide orecchie. L’album è un conglomerato di sonorità essenziali e dissonanti, un approccio alternativo e nessun compromesso. È però in Drawer, Safe Betrays The Medecine, Tune Out, Give In, Nod Off e See-See che i nostri – a proposito, gli altri due componenti sono Korey Daniel Martin (chitarra) e Jeremy Devine (batteria) – danno il meglio di sé con dei brani brevi, veloci, schizofrenici. Non che gli altri pezzi siano da meno, anzi. Plant In A Chair per esempio è un’altra caramellina magica, un susseguirsi di ritmi e chitarre atonali, urli all’ultimo sangue e, dulcis in fundo, pure una linea di basso vagamente melodica. Insomma, un album che vale la pena ascoltare. Anche perché difficilmente vi ricapiterà tra le mani una band così cazzuta dello Utah … Ah, dimenticavo, i Foster Body chiudono il disco con una versione danzereccia (???) totalmente allucinante e allucinata di Touching & Moving: 8 minuti e 23 secondi per chiudere in bellezza un viaggio sonico tra i migliori degli ultimi ascolti. Ad maiora!

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Vincenzo Sori