Joseph (Joe) Stevens è un geniale musicista a tutto tondo 34enne nativo di New York: pluristrumentista, cantante songwriter, ha chiamato Peel Dream Magazine il suo progetto con un esplicito riferimento al leggendario famoso DJ, conduttore radiofonico, addetto ai lavori, inglese, John Peel. Sin dal suo primo lavoro del 2018 Modern Meta Physic, all’insegna di un totale “do it yourself” musicale, ha messo a punto un indie-pop melodico estremamente gradevole ed intrigante che non fa nulla per nascondere un amore smisurato per l’epopea armonico-compositiva dei Beach Boys del genio Brian Wilson (Friends l’album preferito di Joe) ma anche per i franco-britannici Stereolab e la loro “space age bachelor pad music”, sperimentata discograficamente sin dai primi anni ’90 con sopraffini risultati qualitativi, un geniale inedito intruglio di indie-pop, bossa nova, “Space Age” lounge-pop music anni ’50 e movie soundtracks.

Con il secondo album Agitprop Alterna (2021) Stevens raccoglie una band vera e propria, e i risultati musicali deviano verso sentieri diversi, più rumorosi e d’impatto, shoegaze e suggestioni ritmiche krautrock. Seguendo una fatale alternanza musicale ed ispirativa questo nuovo Pad, che coincide con un artista non più di stanza in una complicata e nevrotica New York bensì in una solare Los Angeles, torna al mood empatico del suo primo album. Quindici brani di cui 5 splendidi strumentali (Not In The Band, Walk Around The Block, Penelope’s Suitors, Reiki, Roll In The Hay) nei quali lo shoegaze di Agitprop Alterna si è completamente dissolto assumendo le sembianze di un pallidissimo fantasma che ha quasi paura a far capolino qui e là.

In compenso un meraviglioso quasi concept album che racconta di una fantomatica espulsione e finale rientro nella band di Stevens, in cui a far da padrone sono melodie – quasi morbidamente Bacharachiane in alcuni casi (Hamlet) – e brani assorti, riflessivi, meditabondi, liquefatti in ritmi di bossa nova sintetici (Wanting And Waiting, Pictionary), dal mood esotico (Reiki), che si dipanano fluidamente tra flauti leggiadri (Pad, Not In The Band), marimbe, vibrafoni, organi, tastiere e synth vintage. Un’estetica musicale ed un corredo strumentale quelli di questo – senza mezzi termini – capolavoro intitolato Pad che rimandano fatalmente a quelli – oltre che dei già citati Stereolab – degli altrettanto preziosissimi High Llamas di Sean O’Hagan, ma soprattutto del grande amore giovanile di Joseph Stevens, i Beach Boys (citati già anch’essi), quelli in questo caso soprattutto di Smile e Pet Sounds, le cui tracce ed ectoplasmi sono incredibilmente sparsi e rintracciabili dappertutto in Pad (Hiding Out, Jennifer Hindsight, Self Actualization Center, La Sol …) a cominciare dalla title-track.

Infine Joseph Stevens, artefice del tutto, perfidamente, benevolmente colpevole nel far innamorare senza scampo di questa sua terza fatica con delle performance vocali sempre pacate, ineffabili, capaci di contagiare l’ascoltatore con una morbida, ipnagogica malinconia. Impossibile sfuggire alla seduzione sonora dei Peel Dream Magazine.

Pasquale Boffoli

Pad

Pictionary

Hiding Out

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