Nuova uscita discografica per il grande Roy Montgomery, che segna un’ulteriore evoluzione artistica nella sua già lunga e ricca discografia. In questo sublime Suffuse l’artista neozelandese ha scelto di lavorare con le voci di sette artiste, mettendosi al servizio delle loro diverse vocalità. Il risultato non snatura minimamente la natura introspettiva e “dilatata” del chitarrismo di Montgomery, ma anzi lo esalta portando l’ascoltatore ad una sorta di deep listening assai profonda e gratificante.

Andiamo con ordine. Montgomery negli anni ’80 faceva parte del Pin Group, trio post-punk il cui singolo di debutto (Ambivalence) fu la prima registrazione della mitica Flying Nun. Fondamentale il suo apporto al primo album dei Dadamah su Kranky (This Is Not A Dream, 1992), le cui canzoni destrutturate tra Velvet, psych e surrealismo dada sono quanto di più inaudito io abbia mai ascoltato. Da lì, parte la carriera di Mongomery come immenso chitarrista, con album stupendi sia come solista sia in vari progetti (Dissolve, Hash Jar Tempo con i Bardo Pond) e collaborazioni (Chris Heaphy, Grouper aka Liz Harris), tutte caratterizzate da un peculiare modo di suonare la chitarre, lisergico ed austero, di grande suggestione e profondità.

Dopo il quadruplo R M H Q: The Headquarters, che segnava il ritorno del buon Roy sulle scene dopo qualche anno di assenza sulla sua etichetta Grapefruit, è uscito il 17 agosto questo Suffuse, ed è una delizia: sei composizioni per sette voci femminili, con mood diversi, in cui la ricerca musicale di Montgomery non cessa di stupire. Apparition è inizio folgorante: la voce da contralto (un po’ Nico un po’ Antony) di Haley Fohr (aka Circuit Des Yeux) riempie i feedback e le distorsioni del neozelandese di un’oscurità astratta e senza tempo. I due brani successivi sono di impronta vagamente blues. In Rainbird Jessica Larrabee (She Keeps Bees) collabora con droni e loop eterei e ammalianti, manco fossero i Mazzy Star sotto codeina. In Outsider Love Ballad No. 1 il timbro Katie Von Schleicher sembra nascere direttamente sulla progressione di accordi del neozelandese. Ma siamo all’inizio di questo viaggio: Mirage è pura elevazione spirituale, in cui sui lenti e riverberati loop di Montgomery le due sorelle Nixon (Purlpe Pilgrims) adagiano i loro timbri sopranili. Stesso mood otherworldy in Sigma Octantis, in cui i vocalizzi di Julianna Barwick assecondano un suono siderale, che vaga nello spazio. A chiudere il disco ecco il singolo di lancio Landfall, composto con Liz Harris (Grouper), vecchia conoscenza di Roy: e tutto si perde in un delirio estatico di grande impatto. La giusta conclusione.

Per chi ama i Flying Saucer Attack o la neo-psichedelia à la Kranky, magari legata ad interpreti femminili (Grouper, Jessica Bailiff, Birds of Passage …). Consigliato.

Alessandro Gobbi