Giorno: 23 Maggio 2016

MAX FUSCHETTO
(Napoli, 16 aprile 2016)

Max FuschettoMax Fuschetto e il suo fedele ensemble sembrano oramai avere un seguito di appassionati stimatori, che fanno in modo che il quartetto possa vantare il sold out nei suoi appuntamenti live in giro per la Campania e fuori. Ci mettiamo un pò per trovare il Music Art di Napoli, del resto è sabato sera e via Chiaia è già abbastanza frequentata, anche se è ancora presto, poi, dopo aver provato a chiedere, riesco finalmente a trovarlo. Il concerto è appena iniziato, sul palchetto, provvisto di pianoforte a coda, ci sono Max Fuschetto all’oboe, Pasquale Capobianco alla chitarra, Valerio Mola al double bass e Pasquale Rummo alla batteria. Conosco Max da un annetto, ovvero da quando ho recensito il suo secondo ottimo lavoro Sùn Ná per le pagine di Frastuoni, inviatomi dal suo ufficio stampa, la preziosa Synpress di Donato Zoppo lo scorso anno e da allora, anche attraverso un’intervista, ho avuto modo di conoscere meglio il musicista e compositore. La sua musica può essere jazz, ma non mainstream, ambient, ma anche no, musica da camera, ma non propriamente accademica e il concerto del 16 al Music Art non ha fatto altro che confermare tale trasversalità.

Soliloquia apre la serata, si tratta di un inedito, riadattato dai sacri canti Gregoriani, per solo oboe con sottofondo profano e visionario, un viaggio di solo andata per terre lontane, che continua con Oniric State Of Mind, il brano che apre il suo ultimo lavoro Sùn Ná, senza la voce della Pelilli, pezzo dalla struttura complessa, che in quartetto acquista ancora più forza ed espressività e grazie al lavoro del double bass di Valerio Mola riesce a diventare agile e jazzato. Una breve presentazione di Max poi ci introduce alla silloge arbereshe, rilettura di tre brani d’origine e cultura arbereshe, che lo vede alle prese con un intro al piano di derivazione jarrettiana. I successivi venti minuti sono un excursus in vari territori musicali, con l’entrata della chitarra liquida dal suono originalissimo di Capobianco e tutta la band che gira a livelli davvero alti, voli pindarici di Max e un grande assolo centrale del chitarrista. Valle Valle chiude la trilogia, è uno dei brani più intensi, proviene da Popular Games del 2009, rivisitato e senza tema, solo con l’accompagnamento strumentale, sembra rinato e vivere di propria luce. Blues In Fa Per Oboe E Contrabbasso invece è un duetto, un interplay tra Max e Valerio che mette in risalto la bravura e la conoscenza musicale dei due musicisti. Dopo una breve pausa di ristorazione, per il pubblico, il concerto riprende con una Salterello più scarna di quella in studio, ma ugualmente evocativa, seguita subito da un intro granitico del contrabbasso di Valerio Mola che dapprima spiazza, poi lascia pochi dubbi, si tratta di National Anthem, avete letto bene, proprio il pezzo dei Radiohead, una grande rivisitazione, che mette in risalto l’acquisita versatilità del quartetto, con sezione ritmica dell’altro Pasquale (Rummo) in gran spolvero, Max a tracciare il tema col suo strumento ed il solito gran lavoro “onirico” di Capobianco. In chiusura c’è anche posto per un’altra cover, più “leggera” e mediterranea, Chi Tene O Mare di Pino Daniele. È passata già ampiamente più di un’ora dall’inizio del concerto, c’è solo il tempo per due suggestivi classici, oramai, del loro repertorio, Harsh Voices e Portami Con Te, provengono entrambe dall’album di debutto di Fuschetto, ma l’ultima rivista e risuonata anche in Sùn Ná e penalizzata, in questa occasione, solo dalla brevità della durata, dovuta a questioni di orario.

Stavo dimenticando di dirvi che questo evento live aveva un nome, scelto dal gruppo, “Correnti Elettroacustiche”, beh credo che non potessero scegliere nome più appropriato, data l’energia profusa durante il concerto. L’ensemble sta girando molto in questo periodo, anche per consolidare la nuova “forma”, se vi capita di poter assistere ad un loro live in giro, non lasciateveli scappare, rappresentano quanto di meglio la scena musicale italiana possa oggi offrire.

Giuliano Manzo

WIRE
"Nocturnal Koreans"
(Pink Flag, 2016)

WirePronti a virate soniche dentro a enigmi, interrogativi, disillusioni e melodie da strapazzare sottovoce? Ebbene abbiamo quel che fa per voi, Nocturnal Koreans, ultimo capitolo discografico degli inglesi Wire, forse il disco che più di tutti gli altri mette all’aria i vizi segreti e le altrettante virtù di una band che si è fatta da se, una unione di forze e spine elettriche che da tempo allieta gli amanti di un alt-pop di poche grinze e che scivola diretto (e senza fronzoli) nelle trombe di Eustachio di molti.

Un circa 27 minuti divisi in otto tracce di “roba bella” che circolano indisturbate al centro di un post-punk, di un pop smanioso e gravitazioni magnetiche elettroniche che fanno ballare e sudare, senza dimenticare le evidenti capacità della formazione di disegnare emozioni a bizzeffe che fanno padronanza e gusto per un ascolto dai toni spumeggianti.

Frisando gli anni ’80 che colorano di bluette certe parti del disco Dead Weight, Internal Exile, Pilgrim Trade, la scaletta procede impettita con il blitz punky della titletrack, i distorsori ballettanti che spingono Numbered e la loureediana botta di vita che Fished Bones “infligge” beatamente a chi si trova nel suo raggio d’azione, poi il pensiero fitto del replay ha il sopravvento!

Max Sannella