LoomingsJacopo Costa è un percussionista e compositore milanese, deus ex machina e promotore del progetto Loomings. Emigrato in Francia, precisamente a Strasburgo, otto anni addietro per motivi di studio, ha trovato poi domicilio permanente nella città sede del parlamento europeo, dove ha conseguito un master in percussioni presso il conservatorio Haute Ecole Des Arts Du Rhin e poi un diploma di specializzazione in cimbalom, strumento tradizionale a corde battute o pizzicate, caratteristico dell’Europa orientale, utilizzato da numerosi compositori moderni e contemporanei tra i quali Bartók, Stravinskij, Debussy, Boulez e Stockhausen.

Costa ha affiancato come cembalista e percussionista artisti e band come Yugen, Camembert, Ske, Francesco Zago, Factor Burzaco e Not A Good Sign oltre ad aver fatto parte di orchestre ed ensemble di musica da camera; proprio in occasione di un concerto “rock da camera” per dodici elementi (articolato su sue composizioni, arrangiamenti di brani di Zappa, Henry Cow, Hatfield And The North, Beatles, King Crimson e un pezzo di Zago) tenutosi nel 2012 al conservatorio di Strasburgo e da lui coordinato, ha preso corpo, attraverso una selezione dei musicisti, l’attuale nucleo dei Loomings.

Il calare del settembre 2015 sigla finalmente l’alba discografica della band, release che si avvale anche di “guest” come Isabella Fabbri al sax, Paolo Botta alle tastiere e Bertrand Eber alla tromba.

Everyday Mythology, coinvolgente percorso di poco oltre 59 minuti, ripartiti in undici tracce cantate in lingua inglese, vede il nostro districarsi autorevolmente tra vibrafono, batteria, percussioni e tastiere, affiancato da tre cantanti di estrazione classica come Maria Denami, Ludmila Schwartzwalder, Benoit Rameau, Louis Haessler al basso e Enrico Pedicone alle percussioni. Lo start dato dagli intriganti quasi sei minuti e mezzo di Keywords, lascia ben scorgere quanta importanza abbiano per Jacopo gli Henry Cow e il RIO prog (il cosiddetto rock in opposition), Black (And Green And Red) è un ottimo pezzo prog pop da camera vivido di atmosfere canterburiane che richiamano nei vocalizzi l’appeal dei Gentle Giant, mentre divagazioni “zappiane” emergono perentorie in Awkward. In a Black Key è una seducente track avant jazz art pop pregna di suggestive digressioni elettroniche, incentrata anche su sperimentazioni canore, ma ecco lo spirito dei sopraccitati Henry Cow riaffiorare in modo avvolgente, ispirato ed a tratti intimista, nei quasi otto minuti di The Things That Change, seguita da Sweet Sixteen, suadente ballata doo-wop che complessivamente rievoca determinate “escursioni sonore” del duca delle prugne (così si autodefinì, attraverso la sua “The Duke of Prunes” song datata 1967) Frank Zappa. Settima traccia è And, gradevole happening, incentrato prevalentemente su fascinose trame female vocal, prologo di Lockjaw (A Mutant Dog), originale excursus musicale, di estrazione rock in opposition e “wyattiana”, che al principio e nel finale dei suoi quasi sette minuti e mezzo, rende omaggio, sorprendentemente, ai Led Zeppelin e alla loro Black Dog. L’art pop elettronico, rifà capolino, stavolta amalgamato in modo persuasivo al jazz con Car, Suburbs, Downtown, Despair ed in modo più “giocosamente cameristico” in A Waiting Game Of Nonsense, apripista ai quasi quattro minuti di Milano, atipico, atmosferico, nostalgico affresco sonoro ed epilogo del disco, omaggio alla città natale da parte di Jacopo.

Un eclettico caleidoscopio di suoni, tutto da scoprire.

Luciano De Crescenzo