Ritornano le architetture sonore di Kinetix, aka Gianluca Becuzzi, a sei mesi di distanza dal monolitico Faraway From Light, a suo nome, con la pubblicazione di un nuova “creatura” che porta il titolo di Urban Nigntscapes, edito dalla label cagliaritana Tiny Speaker.

Kinetix impiega ben poco a farci immergere nelle sue trame sonore, a partire dall’intro dark-lysergic di Psychogeography, un bad trip metropolitano dal potere evocativo, perfetto biglietto da visita per ciò che ci aspetta. Sapiente di un’esperienza ormai trentennale, Kinetix riesce con disinvoltura ad unire breakbeat isolazionisti, drone-noir, foschi soundscapes, bassi profondi dall’incidere marcatamente dub e ritmiche lente e cadenzate, come negli otto minuti di Big City Eyes, nell’obscure dub di Essentilal Nowhere Again con sferzate soniche che tagliano l’aria all’improvviso o nel minimalismo misterioso e ansiogeno di Our Private Demons che ci spaventa come un razzo psichico, capace, dopo soli tre minuti, di trasformarsi in un mantra dance da pre-catastrofe. Maps Of Displacement non è da meno, dall’inizio in sordina, ai primi incipit industrial, ai passaggi cyber, fino al rumoristico epilogo. I suoni sono precisi, cadenzati e puri, buona la registrazione, ottima la vena creativa. I respiri sinistri della breakbeat Non-lieux Panorama, nervosa ed alterata ci inducono in psicosi urbane, alienazioni metropolitane, angosce industriali ed ansie del non-luogo … Terminano minacciose e inquietanti, la sinistra Stay Sleepless e la glaciale All Bridges Are Burned.

La sperimentazione continua ad essere l’obiettivo principale della ricerca artistica di un Becuzzi che non può esimersi dalla creazione di costruzioni sonore che portano a confrontarci con noi stessi e il mondo che ci circonda. Una musica, la sua, che, anche se in certe trame e risoluzioni porta apparentemente ad isolarci, non è creata per farci perdere, ma per ritrovarci. Kinetix, con questo viaggio al centro della notte, riesce, nella maniera più razionale e creativa, a scolpire il suono di uno stato d’animo prigioniero di un habitat che l’uomo stesso ha costruito.

Marco Pantaleone