Quando si parla di alt-country, o alternative country rock, o americana, generi prettamente americani, ci si riferisce ad un genere nato intorno alla seconda metà degli anni ’80 in primo luogo grazie a band come i Jayhawks di Mark Olson e Gary Louis, originari di Minneapolis (Minnesota) seguiti a ruota agli inizi dei ’90 dagli Uncle Tupelo di Jeff Tweedy e Jay Farrar provenienti dall’Illinois. Due stati dell’est americano contigui (e forse non è un caso) divisi solo dal Wisconsin, a ridosso della parte più nord-orientale degli States.

Gli Uncle Tupelo sfornarono tra il 1990 e il 1993 quattro preziosi dischi di alternative country: No Depression (1990), Still Feel Gone (1991), March 16-20, 1992 (1992) ed Anodyne (1993). Il loro eclettismo compositivo e non ortodossia musicale permisero comunque tranquillamente alla critica e alle cronache musicali di sbizzarrirsi affibbiandogli – fermo restando l’operazione di rivisitazione del genere country quale primaria linfa vitale – etichette quali alternative pop rock e alternative/indie rock. Scrive il critico Jason Ankeny sul sito Allmusic: “… le influenze musicali degli Uncle Tupelo spaziavano dall’icona seminale del country americano Hank Williams al bluesman Leadbelly sino ai post-punkers Husker Du (la band guidata da Bob Mould)”.

Un mix generoso di generi che ha prodotto una discografia e una rigenerazione della musica popolare americana in chiave indipendente notevoli. Purtroppo come succede nelle migliori famiglie Jeff Tweedy (cantante e bassista) e Jay Farrar (cantante e chitarrista), i due songwriters degli Uncle Tupelo, non riuscirono a tenere in piedi il loro creativo sodalizio per inconciliabili contrasti personali e artistici: lo scisma della band partorì due nuove splendide creature musicali, i Son Volt di Jay Farrar e i Wilco di Jeff Tweedy.

A chi volesse recuperare una succosa ed essenziale sintesi della discografia degli Uncle Tupelo consigliamo 89/93: An Anthology (2002, Legacy-Columbia), 21 brani firmati collegialmente da Farrar, Tweedy e dal batterista Mike Heidorn, tra i quali 4 cover: I Wanna Be Your Dog degli Stooges di Iggy Pop, Effigy dei Creedence Clearwater Revival di John Fogerty, Moonshiner (Dylan/traditional) e la gospel-song No Depression di A.P. Carter (Alvin Pleasant Delaney Carter), “il patriarca della Carter Family, la prima famiglia americana artefice di musica country, che guidò dal 1926 al 1943” (Fonte: AllMusic). Il tutto a sigillare ancora una volta l’eclettismo espressivo degli Uncle Tupelo.

I Son Volt di Jay Farrar e i Wilco di Jeff Tweedy iniziano le rispettive carriere discografiche nel 1995: dieci ad oggi i dischi in studio dei Son Volt – ultimo l’eccellente Electro Melodier del 2021 – decisamente votati ad un suono alternative country rock classico, corposo, ispirato e prodigo di solide ballate. Molto più frastagliato ed eclettico musicalmente il percorso artistico di Jeff Tweedy e dei suoi Wilco che con questo doppio Cruel Country uscito il 27 maggio 2022 per la loro etichetta personale dBpm Records siglano il loro dodicesimo lavoro. Talmente eclettico ed esploratore come musicista e compositore Jeff Tweedy da vedersi appioppare con i suoi Wilco attraverso gli anni da critica, recensioni e cronache varie anche etichette quali ‘experimental’, ‘adult’, ‘alternative’ pop rock’.

Imperdibili per toccare con mano questa prodigiosa versatilità artistica album come Being There (1996), Summerteeth (1999), Yankee Hotel Foxtrot (2002), Ghost Is Born (2004), Sky Blue Sky (2007), The Whole Love (2011), Stars Wars (2015), Schmilco (2016), Ode To Joy (2019). Tra il 2017 e il 2020 una decisa bulimia artistica dà modo a Tweedy di comporre e pubblicare anche 4 album solisti, preceduti da Sukierae (2014), unico parto discografico del suo side-project Tweedy con il figlio Spencer. Jeff si cimenta poi (complice sempre la suddetta bulimia espressiva) oltre che con produzioni discografiche, anche con la scrittura e con i libri: nel 2019 esce in Italia una sua autobiografia, “Let’s Go (So We Can Get Back). Una storia di dischi e discordie con i Wilco (e non solo)”, un corposo volume di 322 pagine, tradotto in italiano da Lorenzo Medici, pubblicato da Sur editore, una lettura che consigliamo vivamente per approfondire il pianeta Wilco/Jeff Tweedy. “How To Write One Song”, altro libro scritto da Tweedy, e pubblicato in lingua inglese nel 2020 da Faber & Faber non risulta ad oggi tradotto in italiano.

Nella title-track del nuovo corposo doppio lavoro (21 brani) Cruel Country il prolifico songwriter Jeff Tweedy canta: “… I love my country, stupid and cruel …”, che la dice lunga sul rapporto di amore-odio che ha e probabilmente ha sempre avuto con la sua patria. Giocando sul doppio significato del termine “country” di recente Tweedy ha affermato di aver sempre accettato a denti stretti in 27 anni di vita e produzione artistica di Wilco che la sua creatura artistica fosse soprattutto identificata a più riprese da critica e pubblico con l’omonimo glorioso genere musicale americano, nonostante nei suddetti numerosi lavori l’artista si sia prodigato nel superare e andare ben oltre i tipici paradigmi del country, riuscendoci a nostro avviso sempre brillantemente e con un innato poliedrico talento.

Con questa nuova produzione invece Tweedy abbraccia (forse per una sorta di sfinimento, forse per un fisiologico, pieno e maturo ritorno alle radici) incondizionatamente la causa del “country” – partendo appunto da quella magnifica ballata lenta Cruel Country di cui dicevamo prima – per approfondirne l’estetica di genere in episodi tutti di elegante fattura e dalla fascinosa andatura slow come Please Be Wrong, Hints, l’iniziale I Am My Mother, A Lifetime To Find, la serena e distesa All Across The Word, la pimpante Falling Apart (Right Now) apparentata con il bluegrass, la romantica Country Song Upside Down con tanto di archi e variazioni strumentali.

Non possiamo comunque continuare ad analizzare Cruel Country senza prima citare gli abilissimi musicisti, tutti di prim’ordine, senza dei quali sarebbe stato impossibile per Tweedy realizzare questa sorta di “doppio bianco” 2022 in cui il concetto di country viene rivoltato come un calzino, come solo i magnifici Grateful Dead e Jerry Garcia sono riusciti a fare. Il fedele Nels Cline alla steel guitar che tanto insaporisce di good vibrations e fa librare in aria attraverso grati e rispettosi richiami Jerry Garcia-style molti frangenti del disco; l’altro chitarrista Pat Sansone; Mikel Jorgensen ai keyboards, sempre molto funzionali alle atmosfere rilassate/eteree dei brani; Jennifer Kummer al french horn; i fedeli Glenn Kotche alla batteria e John Stirratt al basso.

Tornando alla materia viva e pulsante del disco era comunque scontato che Tweedy non si limitasse a riproporre pedissequamente i rigidi stilemi del country fissati nel corso del XX secolo: il ripetuto (necessario) ascolto del disco porta senza colpo ferire a capire che di quella mastodontica epopea musicale lui abbia cercato quasi di distillare, sublimare e personalizzare umori e mood attraverso un songwriting sempre non ortodosso e sconfinante (come sua pratica artistica abituale) in altre suggestioni musicali, un po’ la stessa operazione fatta in tempi non sospetti dagli enormi Grateful Dead: non a caso torna per la terza volta questo riferimento in questo speciale. Ecco quindi altri adorabili episodi che di country hanno solo il mood ma non la forma, come la ballata pianistica “lennoniana” Story To Tell, Tired Of Taking It Out On You (un’altra fascinosa ballata), le chiaroscurali Mistery Binds, Sad Kind Of Way, la conclusiva triste The Plains.

La carne al fuoco è davvero tanta e si rimane sbalorditi dalla quantità e qualità dell’ispirazione di Tweedy che regala anche sempre – come negli album precedenti – performance vocali intimistiche (Ambulance) che riscaldano il cuore: la ninna nanna acustica con tanto di french horn Darkness Is Cheap, l’onirico cangiante mid-tempo di Tonight’s The Day, la triste/notturna/cadenzata The Empty Condor, la melodia bellissima di Hearts Hard To Find ancora in odore Grateful Dead, fino alla quasi “preghiera” raccolta e commovente The Universe.

Le sorprese più belle di Cruel Country sono comunque elargite dai due episodi più lunghi, dove il country è solo un punto di partenza per salpare verso mete atmosferiche più ambiziose e dense, soprattutto dal punto di vista strumentale: un processo abituale per Tweedy e Wilco, già messo a punto innumerevoli volte nei dischi precedenti, ma che nel 2022 è ancora totalizzante nel suo fascino, non perdendo un’unghia in attualità di modus operandi e mood “alternative”. Il mid-tempo di Bird Without A Tail/Base Of My Skull: oltre 5 minuti con il cantato intimistico di Jeff che si limita al primo minuto e cinquanta. Poi solo un prolungato, leggiadro intreccio di chitarre e tastiere che sconfina quasi naturalmente in una placida psichedelia rurale arricchita da up-and-down ritmici: lo spirito dell’ascoltatore ne è ingolfato beneficamente, il miracolo si compie. Ecco, qui le barriere tra generi, country, psychedelia, alternative cadono come le mura di Gerico: un episodio focale, l’epicentro creativo di questo doppio lavoro.

Infine, ciliegina su una torta dolcissima a più strati, l’afflato metafisico dei quasi 8 minuti di Many Worlds: anche qui, a metà brano Tweedy si zittisce e lascia campo libero alla steel guitar di Nels Cline e al resto del combo, che imbastiscono evoluzioni strumentali intrecciate assolutamente carismatiche, pura magia, che ai più anziani in ascolto potrebbero riportare alla mente le meraviglie chitarristiche del folk-rock elettrico di Richard Thompson e dei suoi Fairport Convention targati fine anni ’60, prima metà ’70.

Finiscono qua i 75 minuti e passa di Cruel Country, un autentico capolavoro destinato a lasciare un segno profondo nell’epopea musicale alternativa a stelle e strisce del terzo decennio degli anni 2000.

Pasquale Boffoli

 

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Empty Condor

Cruel Country

Falling Apart (Right Now)

Bird Without A Tail/Base Of My Skull

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