Giorno: 23 Novembre 2023

PIETRE NASCOSTE DAL SOTTOSUOLO
JACULA
“Tardo Pede In Magiam Versus”
(The Rogers, 1971)

La felice stagione del prog italiano ha prodotto un gran numero di capolavori sommersi, che sono divergenti al modello dominante importato dal mondo anglosassone. La mediterraneità indubbiamente ha influito, il prog nostrano è una declinazione, secondo gli umori e l’afflato mediterraneo, di quello inglese. È un falso storico, oltre che aberrante, definire band come il Banco o la PFM come la versione italiana di compagini inglesi quali Genesis piuttosto che King Crimson. Non sono un surrogato dei gruppi inglesi ma una vera propria via italiana al prog; e tale via ha realizzato dischi sorprendenti, sovente anche superiori al modello originario anglosassone.

Scendendo nel sottobosco del prog italiano si fanno scoperte strabilianti: vengono alla luce lavori che sono assolutamente laterali ed esulanti da un contesto prog canonico. Gli Jacula sono uno di questi esempi. Questa originale formazione è la creatura di due personaggi avvolti da un alone di mistero: il chitarrista Antonio Bartoccetti, detto Antonius Rex (nella foto), e la cantante Fiamma Dello Spirito, un’autentica sacerdotessa dell’occulto.

Gli Jacula rappresentano una delle realtà più singolari dell’underground italiano targato ’70. La loro musica si caratterizza da una gamma di sonorità che rimandano ad un immaginario dark e gotico, il quale devia dal concetto stretto di prog; sono prog solo nel senso della novità della loro proposta: aperture chiesastiche, voce femminile potente pari ad una maga dedita a pratiche occulte, rimandi alla tradizione gotico-horror di certa letteratura romantica, atmosfere cimiteriali, solenni invocazioni a sconosciute divinità pagane, trame misteriose nei sotterranei di cripte romaniche. Sfila tutto l’immaginario orrorifico e gotico, quello più greve di letteratura. Ma i testi contengono anche messaggi ecologisti e caustiche invettive contro il logorio e l’assurdo teatrino della vita moderna. Tardo Pedem In Magiam Versus fu registrato in parte nella rocca di Ajello Castello Vitalini – dove la band fu ospite della Contessa Monaldi – situata nei pressi di Camerino nelle Marche, e in parte a Milano.

Quest’album è uno dei capolavori nascosti del sottobosco underground italiano degli anni settanta: uno di quei dischi capaci di evocare tutta quella letteratura gotica ottocentesca che tanto caratterizzava la stagione romantica. Il romanticismo classico ottocentesco è ben rappresentato nel saper rievocare atmosfere medievali legate allo Sturm und Drang di un immaginario orrorifico che evoca spiriti pagani, incursioni nell’occulto, spettrali ambientazioni notturne nei cimiteri, castelli dall’atmosfera vampiresca con mura umide e piene di ragnatele.

Consiglio l’ascolto come sottofondo per la lettura del romanzo “L’Italiano, ovvero Il Confessionale dei Penitenti Neri” di Ann Radcliffe, una scrittrice inglese autentico genio della letteratura gotica e orrorifica vissuta fra il ‘700 e l’800. Una curiosità: questo disco venne venduto come allegato all’omonimo fumetto “Jacula”, un cult a metà fra l’horror e l’eros.

Analizziamolo brano per brano.

U.F.D.E.M.. Il titolo è un acronimo e sta per Uomo Fallito Dell’Era Moderna. Un organo solenne apre il brano seguito da un clavicembalo che accompagna una splendida voce femminile che, con un cantato in italiano, imbastisce una canzone di protesta, il di cui testo non ha di per sé nulla a che vedere con l’immaginario gotico; quest’ultimo riguarda solo la maniera di come le parole vengono presentate: un recitar cantando al centro di arrangiamenti chiesastici. Come una poetessa che declama da un’altare antichissimo in pietra grezza, la cantante lancia la sua invettiva contro la corruzione della civiltà moderna, fondata sul danaro, sulla perdita dei valori e sull’inquinamento. È la liturgia di una sacerdotessa che si scaglia contro le moderne Sodoma e Gomorra, mediante un’ambientazione rituale orrorifica.

Praesentia Domini. Un organo lento, severo e ammonitorio apre questo brano. Induce ad un raccoglimento mistico di una setta di iniziati. Quindi subentra il cantato della sacerdotessa che si esibisce in una lunga litania in latino, durante la quale rivolge il suo anatema contro la corruzione dell’uomo che ha perso i contatti con il sacro. Pare di assistere alla preghiera di una posseduta in piena crisi mistica. Poi entra in ballo anche la voce maschile e insieme intonano una ripetuta e pagana invocazione agli dei; somiglia ad una greve e cadenzata declamazione dall’oltretomba. Un rito pagano nel cuore della notte cristiana. Il finale è dominato dalle solennità dell’organo che chiude questa preghiera nella notte.

Jacula Walzer. Una perla. Un brano che rimanda alle colonne sonore dei b-movie degli anni ’70 grazie al suo andamento spettrale ed apparentemente melodioso, animato da un flauto che accarezza note di un valzer prima di un truce delitto nelle stanze polverose di qualche palazzo liberty. Un’oscura voce femminile ulula nella notte come una presenza invisibile. Il suo stato di quiete e calma celestiale è solo apparente e ci fa piombare in una muta inquietudine.

Absolution. Il capolavoro dell’album. Un coro gregoriano, che pare provenire da una cattedrale gotica all’epoca dei Templari e subito solennizzato dall’organo, conduce verso una tensione mistica, dove tutti i contatti con la realtà materiale vengono annullati in favore di un’ascesa verso la trascendenza. È come vedere la luce, quella luce che porta alla smaterializzazione della pietra attraverso la solennità di vetrate gotiche che splendono nella penombra. Difficile trovare un brano dalla potenza simile: il misticismo esaltato da colpi di gong e dalle volute echeggianti fra le colonne di una chitarra elettrica psichedelica. Sempre accompagnate dal coro in cui ogni tanto la voce recita: “Ego te Absolveo”. Praticamente questo brano si può definire, per il suo impianto, un capolavoro mystic-prog.

Long Black Magic Night. Il viaggio nei meandri dell’occulto prosegue con un monologo recitato dalla voce femminile in inglese accompagnato da un flauto che pare riecheggiare un’Arcadia bucolica dominata da una natura misteriosa e resa ancora più sinistra da folate di vento. A contorno le note languide e malinconiche di un violino.

In Old Castle. Il brano finale è tutto per organo e si svolge come una lunga e muta preghiera al cospetto del divino; quel divino però pieno di reminiscenze pagane, seppur cristianizzato dall’avvento della religione cristiana. Le note di organo in maniera eccelsa rendono l’idea di un paganesimo antico, mediato dall’ambientazione all’interno di solenni mura gotiche. Ma non è forse il gotico l’architettura più vicina al sacro? È il pezzo dall’atmosfera più chiesastica. Il brano termina con un comandamento sussurrato: “Abbi fede del divino … sempre”.

Un album da inserire nello scaffale Italia anni ’70 alla voce “capolavori”.

Marco Fanciulli

 

Jacula

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Tardo Pede In Magiam Versus (Full Album)

CAPOLAVORI MUSICALI SENZA TEMPO
Stephen Stills
“S/T”
(Atlantic Records, 1970)

Quando nel 1970 viene pubblicato il suo primo vero disco da solista, questo abile chitarrista texano è già da anni una star affermata del rock californiano. Reduce dai gloriosi anni con i Buffalo Springfield, dalle Super Session in compagnia di Al Kooper e fresco dal successo planetario ottenuto con David Crosby, Graham Nash e con l’eterno amico-nemico Neil Young, con questo album Stephen Stills non ha più nulla da raggiungere o da dimostrare. Nonostante la fama raggiunta, la stima di cui gode presso i colleghi e la sua indiscussa abilità come musicista e cantante, Stills non è mai stato considerato dalla critica sullo stesso livello di Neil Young o David Crosby. Dei 4 eroi di Woodstock, Stills è sempre stato quello con l’aura più fragile, il personaggio antipatico che non cristallizzava le buone vibrazioni culturali dell’epoca. Di questi problemi lui però se ne è sempre curato poco convinto di essere sempre stato il più dotato del super gruppo a livello strumentale, il vero rocker aggressivo.

Nonostante queste considerazioni, nel corso di quegli anni, ha saputo regalare melodie indimenticabili e brani superbi. Le cronache disincantate della classica For What It’s Worth, la calda energia di Bluebird, gli intrecci chitarristici di Hung Upside Down, la malinconia di Helplessy Hoping, la varietà stilistica di Suite: Judy Blue Eyes, l’inno di Carry On e i brividi di 4 + 20 dimostrano che nell’universo musicale di questo bluesman travestito da folk rocker nulla è fuori posto anche se, come accadrà nel corso della sua controversa carriera, spesso il mestiere renderà accettabili anche le pagine più incerte. Non è il caso di questo suo omonimo album nel quale il chitarrista cantautore è aiutato da un gruppo di musicisti importanti che comprende Jimi Hendrix, Eric Clapton, Crosby, Nash, Mama Cass e John Sebastian.

S/T offre una serie di brani riusciti che vanno dalle armonie elevate di Do For The Others al gospel intriso di soul di Church. L’autore non si scorda della sua grande passione per il blues: elettrico e in compagnia di Clapton in Go Back Home, acustico e solitario nella famosa Black Queen. Jimi Hendrix offre la sua chitarra nel funky rock di Old Times Good Times mentre la famosa Love The One You’re With con i suoi ritmi latini e il suo ritornello pacifista e contagioso, diventa subito un classico e verrà ripresa nel pluridecorato 4 Way Street.

Nonostante il tema dell’amore venga abbondantemente trattato nei testi delle 10 canzoni presenti nell’opera, Stills a livello descrittivo e contenutistico non scende mai a fondo nei problemi narrati, preferendo rimanere in superficie e lasciando che siano la forza e la coesione della resa sonora ad emergere. Incapace di toccare nei testi quei tasti emotivi che hanno fatto la fortuna di Young e Crosby, egli preferisce che la parole siano un contorno e uno strumento con cui ottenere una grande efficacia ritmica. Con il suo riuscito debutto, Stephen Stills riesce ad emergere singolarmente nel ricco panorama musicale dell’epoca con un disco vibrante e solido che va assolutamente riscoperto.

Marco Galvagni

 

Stephen Stills

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