Peter Hammill
(Padova, 21 novembre 2024)

È partita, e finita col botto, l’esibizione-concerto di Peter Hammill presso la bellissima Sala dei Giganti dello storico Palazzo Liviani in piazza Capitaniato a Padova. Un boato accoglie l’apertura di My Room (Waiting For Wonderland) del gruppo prog per eccellenza, i Van der Graaf Generator, amatissimi in Italia, di cui Hammill è tra i fondatori e il frontman. Refugees, invece, viene preziosamente tenuta per l’unico bis della serata, dopo un’ovazione continua, ad ogni brano, da parte di una folta schiera di ammiratori, tutti, o quasi, reduci di quella stagione musicale che tra i ’60 e i ’70 del ‘900 ha prodotto una serie di dischi indimenticabili che hanno scritto la storia della musica contemporanea. Il concerto di Padova arriva come ultima data di un mini tour che lo ha visto impegnato anche a Roma, Napoli, Milano e Firenze.

In una serata fredda e piovosa Peter Hammill fa la sua apparizione vestito di bianco, magrissimo, etereo, ma tenacemente risoluto a portare a termine uno spettacolo della durata di circa un’ora e mezza in cui avrà modo di spaziare tra la sua sconfinata discografia andando a cogliere brani tra una serie di almeno 11 dischi partendo da Patience e Chameleon In The Shadow Of The Night passando per Incoherence, Nadir’s Big Chance, ph7 e, finendo, con The Silent Corner And The Empty Stage e X My Heart. La prima parte del concerto viene eseguita tutta al pianoforte ed è veramente potente il modo in cui i brani sono stati arrangiati per essere realizzati in acustico dal vivo. La voce di Hammill è ancora incredibilmente strutturata e riesce a spaziare in varie tonalità aumentando la forza dei testi delle canzoni. Anche il modo di suonare il pianoforte sembra essere pensato per cercare di ricreare quell’ambiente particolarmente poetico, sperimentale e straniante che si respira nei suoi dischi solisti o in quelli con i Van Der Graaf Generator.

Senza pause, ma solo con l’aiuto di un bicchiere di liquido scuro da cui tracanna qualche sorso ogni tanto, la seconda parte del concerto viene eseguito alla chitarra acustica e qui invece il suono appare più basilare, scarno, quasi primitivo, fatto di soli accordi e pochi arpeggi, pause, scatti improvvisi, la voce tende a volare alta, poi a inoltrarsi negli abissi, forte, nitida, complice un’acustica eccezionale della sala. È un’emozione unica sentire Peter Hammill dal vivo, in primis perché è un’artista che abbiamo molto amato e poi perché tutta la sua esibizione è pensata per produrre, nell’ascoltatore, uno scossone emotivo, che arriva quando meno te l’aspetti, e non è forse questo lo scopo ultimo dell’arte?! Ci trafigge il cuore quando canta Time For A Change perché imprime una potenza quasi carnale nella stesura dei colori del testo.

“È tempo di cambiare: mi sentivo male, le cose sembravano strane (…) Bene, giovanotto, quando sarai grande cosa vuoi essere? Per favore, signore, se va bene vorrei davvero imparare a essere me stesso.”. Peter Hammill è un grande artista e, come tutti i grandi artisti, fa apparire semplici delle cose che semplici non sono, come quando ritorna al piano per chiudere con un’altra manciata di canzoni, un concerto che ha ipnotizzato i presenti, regalando una performance incredibile, per un uomo che non cede il passo al trascorrere degli anni e anzi continua a sorprenderci raccontando il nostro tempo sintonizzato perfettamente sulle stesse nostre frequenze.

Andrea Masiero

 

Setlist:

Piano:

  1. My Room (Waiting For Wonderland) (Van der Graaf Generator)
  2. Just Good Friends
  3. Easy to Slip Away
  4. A Better Time

Guitar:

  1. Confortable
  2. Shingle Song
  3. Last Frame (Van der Graaf Generator)
  4. Time For A Change
  5. Patient
  6. Modern

Piano:

  1. Time Heals
  2. Gone Ahead
  3. The Descent
  4. Traintime
  5. Stranger Still

Bis:

  1. Refugees (Van der Graaf Generator)

 

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