Andrea BelfiAndrea Belfi è un artista che può vantare un numero non indifferente di progetti. Batterista dei Rosolina Mar, parte di B/B/S in compagnia di Erik Skodvin e Aidan Baker, Il Sogno Del Marinaio e Hobocombo, ha inoltre collaborato all’ultima fatica discografica di Carla Buzolich. In doppia veste, di batterista e manipolatore sonoro, in questo nuovo lavoro – edito per l’interessantissima label, Miasmah – Belfi si attesta ulteriormente come uno dei musicisti elettroacustici italiani più orginali ed interessanti, con uno stile ed un approccio sonoro del tutto personali.

Strutturalmente il lavoro si presenta diviso in due tracce a loro volta composte di tre movimenti, la cui nomenclatura rimanda in qualche modo a degli haiku. La prima suite si apre con Oggetti Creano Forme. I droni e le soundscape  fanno da tappeto alle pulsazioni di una batteria dai connotati quasi marziali. Una lieve apertura, appena accennata, apre le porte al secondo capitolo di questo primo trittico: Nel Vuoto. La batteria, colonna portante del primo movimento scompare per lasciar spazio ai droni e ai suoni, via via sempre più sottili ed acuminati, che faranno da trampolino di lancio per la conclusiva Roteano. Torna la pulsazione iniziale in apertura del disco, e con essa anche la batteria, questa volta con un pattern più sommesso e allo stesso tempo “dinamico”. Il gioco si ripete come nella prima parte: una lenta apertura, la sospensione ritmica, e la lenta chiusura. Un’apertura solo accennata, per poi richiudersi su se stesso.

Forme Creano Oggetti apre la seconda tranche di brani. Percussioni lontane, disturbi, feedback, ci accolgono in questo nuovo trittico sonico, in modo quasi sordo, per poi aprirsi e fare da incipit per il secondo brano del nuovo trittico. Su Linee Rette vede il ritorno del “beat”, ritmica sulla quale si vanno ad incastrare i suoni metallici prima e un synth dal suono pulsante poi. È un lento crescere, fatto di pulsazioni in costante movimento e suoni liquidi per una costruzione ritmica che va inspessendosi, rendendosi sempre più complessa ed articolata, fino al ritorno ai tribalismi appena accennati a metà disco, che faranno da introduzione per il sesto e ultimo brano, “immobili”. Qui le percussioni ed il feedback fanno da contorno ad una melodia appena accennata, che ancora una volta implode, muore, chiudendo la seconda ed ultima parte di questo breve ma intenso lavoro.

Al di là della suddivisione dei brani stessi, quello che viene fuori è un tutt’uno, un magma sonoro continuo, per un suono estremamente affascinante e personale dove i droni, i suoni, le atmosfere si intrecciano con un uso del tutto personale del drumkit, disegnando quadri sonori ove il minimalismo, la cura e la ricerca delle benché minime sfumature sonore la fanno da padrone per tutta la durata dell’album. Un lavoro privo di grandi escursioni dinamiche ma che in mezzora abbondante di musica descrive paesaggi onirici che in qualche modo si fanno rappresentazione sonora del concetto pittorico cui il titolo stesso di questo pregevole lavoro fa riferimento. Consigliatissimo.

Anacleto Vitolo