AudacitySi certo, brutti, sporchi ma non cattivi. Prodotti da Ty Segall e con nei taschini dell’anima Fidlar e Royal Headache gli americani Audacity qui col sesto disco Hyper Vessels, fanno di tutto per tirare fuori la testa dalla melma – ripeto siamo al sesto disco – underground yankee, ci hanno provato ma ancora sono al respiro corto del semi-anonimato nonostante una voluttuosa energia a contare – e di molto – sulla scena punk pop internazionale.

Il quartetto della Contea di Orange suona forte, pigia a manetta distorsori, ritmiche e bollori espressivi, un bel pozzo senza fine di rock’n’roll chiazzato di garage Riot Train, Hypo, Fire, linguacce punk Not Like You, Baseball, Dirty Boy, ed una certa svalvolata heavy Thin Lizzyniana che arriva nella loro estetica come una sciabolata a caldo. Una dozzina di nevrastenie distorte e abrasive che “corrono” sullo stereo, un amplesso di refrain corali, larsen, sudori da pogo e un arrembaggio d’impatto lodevole – vista anche l’anagrafe – che ti si incolla addosso fino a darti la scossa totale.

È un vero peccato che poco ci si accorga di loro, eppure bastonano a maglio, divertono e fanno “caciara” al cubo, una esplosiva canagliata formato “band” che con gli anthems finali di Awake e Look On The Door ribadisce a tutta voce che la classe non è acqua, magari Bourbon, ma non acqua.

Max Sannella