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THE BARSEXUALS
"Black Brown And White"
(Disco Futurissimo / Dead Music, 2016)

barsexualsSe siete degli appassionati perduti della nuova scena italica del pop rock perbene, rassicurante e politically correct tanto en vouge oggi nel nostro paese, lasciate perdere e allontanatevi di corsa da questo disco. Se invece al comfort costoso ed agiato di un viaggio di lusso in prima classe preferite un vagone merci a compartimento stagno, trasandato, sporco e scalcagnato allora mettete questo vinile sul vostro giradischi, accendete e preparatevi per un trip verso i bassi istinti dell’anima. I pugliesi Barsexuals fanno letteralmente a cazzotti col bon ton e la loro musica sembra più uscita da un saloon di terz’ordine di un qualsiasi posto smarrito a sud del mondo che da una sala di registrazione. Un sound ruvido, sgarbato e cattivo come loro, per tutte le quindici tracce e senza speranza di redenzione, dalla funebre Dancing On Your Grave alla anfetaminica Mother Morphine. Registrato tutto d’un fiato e in presa diretta su un multitraccia, quello di Rosario Memoli (The Provincials), in un vecchio casolare di campagna, il disco è dominato dalla voce “posseduta” del Reverend (Red) Valentine, che tuona i suoi sermoni alla Howlin’ Wolf, supportato dai riff pesanti, blues al calor punk, della chitarra dell’improbabile Sabbathor e dal truculento percussionista napoletano Igor Mortis. I cattivi maestri, se ci sono, provengono tutti da oltreoceano e appartengono alla scena garage/punk degli anni ’90 come Oblivians e Cramps o a quella blues degli stessi anni, della scuderia Fat Possum, quali R.L. Burnside e Junior Kimbrough, anche se i nostri amici ce la mettono proprio tutta per essere ancora più pericolosi ed intrattabili.

Black, Brown And White rappresenta un ottimo, atipico e meritato debutto per la band pugliese, considerata la loro longeva ed ultra decennale attività sotterranea. Un plauso va alla tenacia della benemerita Disco Futurissimo che s’è presa la briga e l’onere, insieme alla Dead Music Records, di produrre il disco.

Giuliano Manzo

THE PROVINCIALS
"Provolone Records"
(Disco Futurissimo, 2013)

ProvincialsPuò anche capitare di ritrovarsi fra le mani un album pensato e concepito dieci anni fa, in assordante solitudine e con mezzi precari da un gruppo o meglio un musicista salernitano poliedrico e dotato di una spiccata versatilità musicale.

Ho avuto modo di conoscere Rosario Memoli a Salerno, una sera di settembre di sette, otto anni fa, dopo un concerto dei suoi Provincials, del quale rimasi, possiamo dirlo, folgorato. Il nome del gruppo a quell’epoca era ancora Provolone Records, fui sorpreso dal muro di suono che la band era capace di esprimere sul palco, anche perché di roba di quel genere ne circolava davvero poca in giro. Il fatto che la Disco Futurissimo lo scorso anno si sia finalmente accorta di lui, pubblicando il disco a nome The Provincials e col titolo Provolone Records, tanto per non far torto al vecchio nome del gruppo, non può che rendere felici tutti gli amanti dell’italico “garage”. Scritto, suonato, registrato, missato e prodotto da Rosario Memoli tra il 2002 e il 2003 a Cava De’ Tirreni, come riportato nelle note interne dell’album, il disco ci presenta undici tracce di grezza ed egregia fattura. Memoli ha preferito, a ragione, pubblicare il demo così come concepito dieci anni fa per non perdere lo “zeitgeist” e la sfrontatezza low-fi e noise dei brani e sembra essere riuscito nell’intento. Una strumentale Easy Rider, che ha poco da spartire col flower power dei sixtees, apre il viaggio surreale e alterato nella “fedeltà spicciola”, ma lascia subito il posto all’attacco del riff killer di I’d Go Through Fire And Water dove l’inciso fa capolino solo alla fine del pezzo. The Devil e The Story sono due fra i migliori brani dell’album, il primo è un irriconoscibile rockabilly stravisato da un retrovia di suoni e voci al vetriolo, mentre il secondo sono due minuti e mezzo di psychrock con intermezzi noise che deraglia verso la fine, ma potrebbe continuare all’infinito, e la voce luciferina del Nostro a declamare un sermone. Overcome The Enemy sfiora il rumorismo tout court e la successiva There’s Something Brooding è un altro pezzone con le sue due chitarre ipnotiche e una stralunata tastierina proprio nel mezzo, che dal vivo rende almeno il doppio per la sua potente struttura sonica. Runnaway è proprio una folle corsa a metà strada tra il british punk dei tempi che furono e i Dead Kennedys e Iced Instinct, per sola voce e chitarra, che chiude il disco, ha l’epicità di uno Stan Ridgway ma non la stessa ugola.

Non credo di esagerare eleggendo questo album se non a manifesto, quantomeno a esempio fra i più concreti di low-fi del belpaese degli ultimi anni, soprattutto se si pensa che parliamo di un disco realizzato una decade fa, ma son convinto che farà ancora parlare di sé alla scadenza della prossima.

Giuliano Manzo