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FLEET FOXES
"A Very Lonely Solstice"
(Anti Records, 2022)

Singolare la storia di questo primo live degli americani ormai blasonati Fleet Foxes di Seattle (Washington).
Una band i Fleet Foxes guidati dall’ineffabile cantante/chitarrista e songwriter Robin Pecknold, contraddistinta sin dai suoi esordi da una cifra compositiva ed esecutiva melodico-pastorale di stampo folk particolarmente ispirata e carismatica. Curiosamente A Very Lonely Solstice è stato pubblicato da Anti Records solo questo anno su supporti fisici (il 27 maggio 2022 su CD, il primo luglio 2022 su LP), a due anni dalla sua effettiva registrazione e dopo passaggi digitali (lo streaming del 10 dicembre 2021). Siamo alle prese con un live concert – anche film – realizzato in occasione di un solstizio d’inverno (il 21 dicembre 2020).

I motivi di questa dispersione/ritardo temporali non da poco ci sono sconosciuti, ignoriamo se sono stati voluti dalla band e dal suo leader Robin Pecknold o dalla Anti Records. La particolarità principale del live è comunque che vede curiosamente ma efficacemente il loro leader Robin Pecknold reinterpretare nel 2020, presso la Chiesa della Santa Trinità di Brooklyn, brani del repertorio della band in totale solitudine (voce, chitarra acustica). Solo il primo e l’ultimo brano (Wading In Waist – High Water e Can I Believe You) vedono Pecknold accompagnato misticamente dal Resistance Revival Chorus. Il repertorio del live (13 songs) prevede prima di tutto in scaletta 7 brani dallo straordinario lavoro del 2020 Shore, già recensito su Frastuoni webmagazine (dal sottoscritto), un disco da recuperare assolutamente se vi siete macchiati della grave mancanza di non conoscerlo ancora.

Possiamo usufruire quindi di magnifiche intimistiche, quasi mistiche, performance di Pecknold, in completa solitudine, delle incantevoli Maestranza, Wading In Waist- High Water, Can I Believe You, Sunblind, Featherweight, A Long Way Past The Past, I’m Not My Season, immortalate dalla sua inconfondibile voce gentile dal timbro sottile ed evocativo e dalla sua chitarra acustica fragile, discreta. Quindi dal secondo lavoro del 2011 su Sub Pop Records, Helplessness Blues, Pecknold resuscita la title-song e Blue Spotted Tail. Tiger Mountain Peasant Song è estratta dal primo epocale full-lenght, l’omonimo Fleet Foxes (2008, Sub Pop R.) che siglò l’esplosione della band nella scena indie-folk internazionale. Il debutto discografico era avvenuto poco prima nello stesso anno con l’EP Sun Giant, sempre su Sub Pop.

If You Need To, Keep Time On Me proviene invece dai solchi del terzo lavoro Crack Up (Nonesuch Records, 2017). La tracklist del film-concerto A Very Lonely Solstice è integrata a sorpresa dalla leggiadra ripresa di Pecknold di un vecchissimo brano dei Bee Gees, (In The) Morning Of My Life (1965), inserita a suo tempo anche nella colonna sonora del film “Melody” (1971). Infine un’altra magica cover, Silver Dagger, una american traditional folk ballad, che figura nella discografia dei Fleet Foxes nella compilation First Collection 2006-2009 (2018, Sub Pop Records). L’aveva interpretata anche Joan Baez nel suo secondo album del 1960. Qualcuno, su un notissimo giornale rock specializzato cartaceo italiano, ha definito questo live nella sua recensione “… un sentito esercizio di ‘trappismo’ musicale”, forse un po’ deluso dall’assenza della band al completo.

Chi scrive non si è posto questo problema, apprezzando al contrario la capacità rara di Robin Pecknold di affascinare ed incantare l’ascoltatore per un intero concerto, contando solo sulle sue risorse. Il filmato integrale di A Very Lonely Solstice è reperibile su you tube, lo trovate qui in calce a fine articolo. L’ultimo atto della band, nel momento in cui scriviamo questa recensione, è lo streaming Live On Boston Harbor uscito il 22 Settembre 2022, in celebrazione dell’equinozio autunnale e del secondo anniversario della pubblicazione del capolavoro Shore.

Pasquale Boffoli

 

Link:

A Very Lonely Solstice (full album)

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FLEET FOXES
"Shore"
(Anti, 2021)

Esce in febbraio 2021 su supporti fisici (CD, vinile) su Anti Records Shore, il quarto lavoro degli americani Fleet Foxes da Seattle (stato di Washington), già in circolazione in streaming da settembre 2020. la band, capitanata dal sopraffino cantante/compositore Robin Pecknold, è operativa dal 2006, anno in cui uscirono i suoi primi EP su Sub Pop Records, stessa etichetta per cui furono pubblicati il primo omonimo album, Fleet Foxes, nel 2008, ed Helplessness Blues nel 2011. Crack-Up vede la luce molto più tardi, nel 2017.

Dici Seattle e Sub pop Records e pensi soprattutto a Jimi Hendrix, Nirvana, punk e grunge rock, ma niente è così lontano da questi referenti quanto la musica e l’universo espressivo dei Fleet Foxes. Infatti sia dal suo magnifico debutto del 2008, che fece gridare al miracolo la critica musicale internazionale, il combo di Robin Pecknold rivelò un carisma estrinsecato fondamentalmente sul fascino di bellissime melodie, seduttive armonie, cori quasi mistici, paesaggi sonori estatici e riflessivi.

In sostanza esattamente il contrario dell’esasperazione vocale, delle chitarre aggressive punk e grunge che hanno fatto la storia della Sub Pop Records e quella della città di Seattle, un caso di eccezione artistica più unica che rara.

Shore non solo conferma pesantemente un’estetica musicale quasi west-coast di ispirazione californiana solare ed armoniosa, ma rivela in più occasioni (ancora una volta) influenze ed ascendenza di band storiche, fondamentali quasi Crosby-Still-Nash e Beach Boys (Quiet Air/Gioia, A Long Way Past The Past, Can I Believe You, Young Man’s Game).

Si aggiungano la splendida cantabilità di Maestranza e Feather Weight, due brani che ammaliano per le loro melodie intriganti, il fascino quieto e mistico della title-track, la lenta Shore, la ricchezza di strumentazione ed orchestrazione (pianoforte, archi, fiati) in episodi come Jara, Thymia, Cradling Mother, Cradling Woman, mutevoli ed “in viaggio” come il terzo qui citato. Sembrerà paradossale per una band “alternative” a tutti gli effetti come i Feet Foxes, ma in qualche occasione (For A Week Or Two, Going To The Sun Road) il loro mood ed il vocalismo di Robin Pecknold, conducono i sensi dalle parti di quel (a volta) tanto vituperato progressive di Jon Anderson e dei suoi yes.

E ancora: avvolgenti ballate acustico-elettriche quali I’m Not My Season, Sunblind, Wading In Waist-High Water, straripanti di armonie oniriche, come del resto un po’ tutto il lavoro. Un album proiettato nella bellezza di un cielo azzurro e terso. Dal fluido, interrotto splendore della sua ispirazione. Una “riva” sulla quale approdare placidamente e sostare quasi un’ora (15 brani), per godere di una preziosa – di questi tempi – estasi sonora.

Pasquale Boffoli