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THE WHO: “My Generation, Tommy, Quadrophenia ed altre meraviglie …”

Gli Who, altra leggendaria band inglese, furono l’unico gruppo (oltre Jimi Hendrix) ad esibirsi sia al Festival dell’Isola di Wight, nel 1970, che a quello di Woodstock dell’anno precedente. Già attivi dal 1964, ebbero modo di presentare in entrambe le occasioni il loro capolavoro: e cioè la versione live dell’intero Tommy, concept album uscito nel 1969 contenente un’unica storia, con brani tutti legati tra loro. All’Isola di Wight suonarono questa suite come chiusura di show, dopo aver eseguito altri 9 brani. Giunto il momento di eseguire Tommy il batterista Keith Moon chiese al pubblico di fare silenzio, poiché stavano per presentare la loro “Rock Opera”. Il pezzo intitolato A Quick One (tratto dall’omonimo album del 1966), suonato durante il singolare evento “The Rolling Stones Rock And Roll Circus” del 1968, aveva gettato le basi per questo tipo di ricerca musicale più matura, presentandosi come una mini-suite composta da più frammenti musicali ben amalgamati tra loro. E Tommy (preceduto nella loro discografia dal brillante parodistico lavoro The Who Sell Out del 1967) aveva rappresentato la compiutezza di questa elaborazione maggiormente complessa del concetto di semplice rock’n’roll, finendo per rimanere il traguardo più alto raggiunto dalla loro pluridecennale carriera.

Il compositore era il chitarrista e cantante Pete Townshend. La voce solista era affidata al carismatico Roger Daltrey, mentre il citato Keith Moon si scatenava come un ossesso alla batteria, con John Entwistle a fargli quasi da “contrappeso” con la sua serafica calma sulla scena (nonostante l’imponenza roboante del suo basso elettrico). Dopo essere stati per un breve periodo esponenti del movimento mod inglese, con capelli corti e giacche su misura, gli Who trovano il successo nel 1965 con l’inno generazionale intitolato appunto My Generation, che vedeva Roger Daltrey cantare balbettando di proposito: è un brano dall’impatto devastante (più o meno quanto la coeva Satisfaction dei Rolling Stones), mentre gli insuperabili Beatles si muovevano ancora su musicalità più morbide e rassicuranti. Il periodo mod incendiario della band, influenzato in modo massiccio da r&b e soul americani, sarà immortalato per sempre e per i posteri in The Who Sings My Generation, uscito nel 1965.

Nel giro di pochi anni gli Who si trasformano in una macchina da guerra: capelli lunghi, Townshend che roteava il braccio destro per fare scena e colpire energicamente la chitarra, Daltrey che, con giacca a lunghe frange, faceva mulinare in aria il microfono trattenendolo per il cavo, e tutti gli strumenti sfasciati alla fine di ogni show (come in occasione del Monterey Pop Festival del 1967). Dopo l’epico Live At Leeds del 1970 (per molti il miglior disco rock dal vivo di sempre) e il magnifico Who’s Next (1971), Pete Townshend ci riprova con l’opera rock, dando alle stampe Quadrophenia (1973). Questa volta il progetto si rivela più sofferto del previsto, e lo stesso Pete finirà per dubitare di riuscire a portarlo mai a compimento.

Anche dal vivo il lavoro non ottiene lo stesso successo del suo predecessore, con Roger Daltrey che, sul palco, perde anche troppo tempo nello spiegare al pubblico l’evolversi del racconto tra un pezzo e l’altro. Lo stress accumulato porterà persino Pete e Roger a venire alle mani, mentre uno strambo avvenimento accaduto durante la data del 20 novembre 1973 a San Francisco, non contribuisce certo a rasserenare il clima di quel periodo: infatti in quell’occasione Keith Moon, che aveva assunto un sovradosaggio di tranquillanti per cavalli prima del concerto, verso la fine dello show collassa sulla batteria. Si cerca di farlo proseguire in qualche modo, ma Moon non è più in sé e viene prima bloccato da Pete, mentre il batterista si dimena come un ossesso sul palco. Quindi viene portato via con la forza, con Townshend che chiede al microfono se tra il pubblico è presente qualche batterista: e così un tizio sconosciuto (il diciannovenne Scott Halpin), che era andato semplicemente a vedere uno show degli Who, si ritrova a suonare con loro per gli ultimi 2 brani del concerto. Esiste anche il filmato di questo tragicomico episodio.

Del secondo concept album fa comunque parte la fenomenale Love Reign O’er Me: all’inizio tranquillo con rumore di pioggia, piano e voce bassa, fa da contrasto l’urlo di Roger sulla parola “love” nel refrain. Entrambe le opere rock, Tommy e Quadrophenia, diverranno altrettanti film: il personaggio di Tommy verrà interpretato dallo stesso Roger Daltrey nel 1975, con la partecipazione di Jack Nicholson, Elton John, Eric Clapton, Tina Turner e gli stessi Who; mentre nella versione cinematografica di Quadrophenia (1979) comparirà anche un giovane Sting. Il protagonista di questa seconda opera rock si chiama Jimmy, un adolescente alla ricerca della propria identità nel contesto della lotta tra mods e rockers. Tommy era invece un ragazzo divenuto sordo, muto e cieco dopo aver assistito, quando era ancora bambino, all’omicidio di suo padre da parte del patrigno, per poi scoprirsi bravissimo nel gioco del flipper, sconfiggendo il campione in carica (Pinball Wizard), divenendo quindi una sorta di nuovo messia purificato dalle trascorse esperienze (I’m Free).

Bellissimo il tema di See Me, Feel Me, che ricorre attraverso l’intero concept, dall’overture iniziale alla maestosa conclusione. Per inciso anche Phil Collins parteciperà in veste di attore alla rappresentazione dell’opera nel 1989, in occasione del suo 25° anniversario. Se durante i concerti del 1969-1970 Pete Townshend compariva sul palco in tuta bianca, sbarbato e con una Gibson SG rossa, gli anni successivi lo avrebbero visto con barba, capelli più corti e una Gibson Les Paul scura con battipenna bianco. Esistono filmati del 1977 (Behind Blues Eyes, I’m Free) e del 1978 (Won’t Get Fooled Again, Baba O’Riley) che vedono la band con Keith Moon ancora scatenata: Roger indossa jeans e maglietta, con lo scotch nero avvolto sul microfono al fine di evitare che il cavo potesse staccarsi durante le sue evoluzioni; Pete indossa invece camicia marrone e pantaloni bianchi, strapazzando una Gibson di color rosso scuro e dimenandosi come un forsennato sul palco. Nel corso del festival all’Isola di Wight, John Entwistle aveva indossato invece un assurdo costume nero con le ossa di uno scheletro dipinte sopra.

Dal vivo Tommy veniva presentato in una versione più breve rispetto a quella del disco, ma ancora più efficace. Moon utilizzava un piatto al posto dell’usuale charleston. L’adrenalinica Won’t Get Fooled Again (1971) fu il primo singolo di successo contenente suoni di sintetizzatori. Altri brani leggendari sarebbero rimasti Can’t Explain, Happy Jack, Pictures Of Lily, Young Man Blues, Substitute, I Can See For Miles, Magic Bus e la citata Behind Blue Eyes. Il gruppo ritrova il successo nel 1978 con Who Are You, l’ultimo album con Keith Moon, che muore quello stesso anno, sostituito per i concerti dal vivo dall’ex Faces, Kenney Jones. Con quest’ultimo verranno incisi 2 album: Face Dances (1981) e It’s Hard (1982).

Dopo Who’s Last (1984), Join Together (1990) e un intervallo di 16 anni, gli Who pubblicheranno ancora in studio nei 2000 Endless Wire (2006), l’inaspettato omonimo ed ottimo The Who (2019, leggi la recensione di Pasquale Boffoli su Frastuoni webmagazine); infine il monumentale The Who With Orchestra: Live At Wembley (2CD, 3LP) uscito il 31 marzo 2023, dove a sorpresa rivisitano magnificamente con un’orchestra e sublimandoli tutti i loro immarcescibili cavalli di battaglia senza tempo, a sommo coronamento di una carriera formidabile: brani da Quadrophenia, Tommy, Who’s Next, Who Are You e dall’ultimo Who. Dal vivo continueranno ad esibirsi anche dopo la scomparsa di John Entwistle, trovato morto in un albergo di Las Vegas nell’estate del 2002, e sostituito da Pino Palladino, con il figlio di Ringo Starr alla batteria. I lettori della rivista «Rolling Stone» sceglieranno proprio Entwistle quale miglior bassista di tutti i tempi. Gli Who non mancheranno l’apppuntamento con il Live Eight del 2005 (più noto per la reunion dei Pink Floyd con Roger Waters) e l’occasione della cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici di Londra del 2012.

Il documentario intitolato “The Kids Are Alright”, diretto da Jeff Stein e pubblicato nel 1979, riuscì a fissare su pellicola l’intera parabola della band nella sua formazione originale, includendo materiale del periodo 1965-1978, incluse apparizioni televisive, brani dal vivo, videoclip ed interviste. Non mancavano alcune lunghe conversazioni tra Keith Moon e Ringo Starr e le apparizioni al festival di Woodstock del 17 agosto 1969 e a quello di Monterey del 18 giugno 1967. Altri estratti dal vivo riguardavano il concerto al Pontiac Silverdome (nei dintorni di Detroit) del 6 dicembre 1975, con la band che raggiungeva il suo apice suonando di fronte a 76.000 persone. Il documentario venne mostrato in anteprima al gruppo nel corso di una proiezione privata, e Keith Moon si mostrò scosso nel guardare il proprio decadimento fisico nel corso degli anni. Sarebbe morto una settimana dopo, nel sonno, a seguito di un avvelenamento da tranquillanti successivo alla sua partecipazione ad un party organizzato da Paul McCartney.

Giuseppe Scaravilli
(con il contributo di Pasquale Boffoli)

 

The Who

Social

My Generation

Happy Jack

I Can See For Miles

I’m Free

Love, Reign O’er Me

Won’t Get Fooled Again

FREE: All’isola di Wight – I dischi – La storia

Festival dell’Isola di Wight, Gran Bretagna, 30 agosto 1970. È giorno, e di fronte ad una marea umana si esibisce un gruppo di ragazzi che aveva partecipato anche all’edizione del festival tenutasi l’anno precedente. Questa volta però la band, chiamata Free, si trova all’apice della forma e della popolarità, a seguito del successo clamoroso del brano All Right Now, tratto dal loro terzo disco, Fire And Water, pubblicato quello stesso anno. I primi due, Tons Of Sobs e Free, intrisi di blues venato da riff rock decisi e graffianti, erano già usciti nel 1969 per l’etichetta Island, senza però riscuotere grandi consensi, essendo privi di brani in grado di accendere gli entusiasmi di un più vasto pubblico. Eppure già da quel primo album la ruvida voce di Paul Rodgers, il potente basso dell’appena sedicenne Andy Fraser, il preciso drumming di Simon Kirke e la bollente chitarra di Paul Kossof lasciavano intravedere la possibilità di un futuro luminoso per questo giovanissimo quartetto inglese. Andy aveva solo 15 anni quando ricopriva il ruolo di bassista per John Mayall And The Heartbreakers, prima di entrare nei Free.

Del disco di debutto, uscito nel marzo del 1969, facevano parte bei pezzi quali Walk In My Shadow e I’m A Mover, mentre il lavoro veniva aperto e chiuso dalle due parti della suggestiva ballata Over The Green Hills. La sopracitata Walk In My Shadow era la prima canzone che aveva composto Paul Rodgers. Anche il secondo LP conteneva ottimi brani quali I’ll Be Creepin’, Songs Of Yesterday e Trouble On Double Time. Ma all’epoca, non avendo ancora scritto la loro hit più famosa, riuscivano a riscaldare il pubblico solo a fine concerto con la cover di The Hunter, inclusa in Tons Of Sobs, brano di Albert King accennato anche all’interno di How Many More Times dei Led Zeppelin. Questo non sembrava bastare e una sera, dopo i fiacchi applausi ricevuti alla conclusione di un concerto, tornarono piuttosto depressi nei camerini. Andy Fraser, per tirare un po’ su il morale ai suoi compagni, cominciò a canticchiare il verso “All Right Now …” (“Ora va tutto bene”): era già il ritornello del pezzo, cui Rodgers avrebbe aggiunto le strofe. Così, con i coinvolgenti brani del nuovo album Fire And Water, i pezzi degli album precedenti e le anticipazioni di quello nuovo intitolato Highway quali Be My Friend e The Stealer, il festival dell’Isola di Wight rappresentò per i Free la consacrazione definitiva.

Solo 3 brani del loro set vennero filmati, Mr. Big, Be My Friend e All Right Now. Ma sono ancora oggi sufficienti a dare l’idea di ciò che quella band riusciva a dare sul palco nel suo momento di grazia: Paul Rodgers, con camicia e jeans entrambi neri, capelli lunghi e barba, impegnato a cantare con la sua voce magnifica, roca, densa e stracolma di pathos, intento a contorcersi sull’asta del microfono e a dimenarsi, sottolineando con i suoi movimenti gli stacchi e le accelerazioni della musica; Paul Kossoff appare addirittura in trance durante i suoi assolo alla Gibson Les Paul, senza l’aiuto di alcun pedale, mentre schiaccia la schiena contro gli amplificatori Marshall alle sue spalle, spalancando la bocca nell’estasi che lo pervade, mentre Andy e Simon ci danno dentro con impeto, riempiendo tutti gli spazi come solo un grande gruppo può fare, essendo formato, voce a parte, solo da 3 strumenti. Inoltre Fraser, che sui dischi suonava anche piano e Mellotron, sul palco, potendo utilizzare soltanto il basso, riusciva a trasformare il suo strumento in una seconda chitarra, producendo accordi distorti oltre che singole note, soprattutto mentre Kossoff è impegnato nelle sue parti soliste. Quando poi, sempre all’Isola di Wight, il concerto si chiuse con la già famosa All Right Now, anche la parte del pubblico che era chiuso in tenda a sonnecchiare venne fuori: e adesso erano tutti in piedi ad applaudire. Centinaia di migliaia di giovani a tributare la loro approvazione sotto i raggi del sole. E dietro di loro, l’azzurro del mare. Veramente splendido.

Il bis, come di consueto, sarà Crossroads, il noto brano del bluesman di colore Robert Johnson risalente agli anni ’30. La scaletta completa dell’apparizione della band all’Isola di Wight documentata su CD fu comunque la seguente: Ride On A Pony, Woman, The Stealer, Be My Friend, Mr. Big, Fire And Water, I’m A Mover, The Hunter, All Right Now e Crossroads. Nella pellicola, durante l’assolo di basso in Mr. Big, le immagini sono inesistenti e vengono sostituite da una panoramica del vasto pubblico ripreso dall’alto. Una delle cineprese in azione mostra il presentatore sollecitare il bis: la band torna sul palco per eseguire Crossroads, ma il brano non viene più ripreso dopo pochi secondi. Simon Kirke rimase stupito dagli apprezzamenti ricevuti da Pete Townshend degli Who riguardo All Right Now mentre attraversavano in traghetto il braccio di mare per recarsi all’Isola di Wight. Eppure, nonostante il successo ottenuto, nel 1971 di fatto i Free già si sciolgono e la casa discografica riempie il vuoto con l’immancabile disco dal vivo.

Free Live! venne registrato in Inghilterra nel gennaio del 1970 a The Locarno, Sunderland, e anche nel settembre dello stesso anno presso la Fairfield Halls di Croydon, con Andy Jones al mixer. La set-list dell’album originale prevedeva All Right Now, I’m A Mover, Be My Friend, Fire And Water, Ride On A Pony, Mr. Big e The Hunter, più l’inedita e acustica Get Were I Belong incisa in studio. Nella realtà la hit All Right Now veniva suonata alla fine dei concerti, ma sul disco venne spostata all’inizio. Stranamente in una versione in cui la chitarra di Paul si scollegava di continuo. La successiva ristampa su CD aggiunse altri pezzi, messi su nastro durante la seconda delle 2 date a Croydon: Woman, Walk In My Shadow, Moonshine, Trouble On Double Time, oltre a versioni alternative di 3 brani già presenti sul disco originale. Tra i documenti non ufficiali esiste poi una discreta registrazione stereo effettuata a Stoccolma nel dicembre del 1970. Di ottima qualità sono inoltre le incisioni radiofoniche dei Free alla BBC effettuate tra il 1968 e il 1971. Il gruppo si rimette insieme nel 1972 dando alle stampe l’ultimo disco con la formazione originale, intitolato Free At Last, cui fa seguito Heartbreaker nel 1973. Ma a questo punto non si tratta più dei veri Free, con un Paul Kossoff sempre più assente, il bassista giapponese Tetsu Yamauchi al posto di Andy Fraser e l’aggiunta dell’organista John Bundrick. Paul Kossoff aveva messo insieme un gruppo suo, ma è scomparso nel 1976. Andy Fraser nel 2015. Tutti i filmati dei Free esistenti sono relativi al 1970: il mini-concerto per la Granada TV, le apparizioni a Top Of The Pops e al Beat Club, i 3 pezzi all’Isola di Wight, il filmato muto girato dal fratello di Paul durante un loro concerto e un’intervista alla band da parte della TV australiana.

Il citato show per la Granada Tv di Manchester era parte del programma intitolato “Doing Their Thing”, al quale avevano partecipato anche i Deep Purple quello stesso anno: i Free si esibirono il 24 luglio comparendo su un palco verde di fronte ad un pubblico di giovanissimi. Questa era la setlist: Ride On A Pony, Mr. Big, Songs Of Yesterday, I’ll Be Creeping e All Right Now. Esiste anche un filmato di scarsa qualità girato nel 1972 in uno stadio giapponese con l’ultima line-up, che vedeva Paul Rodgers impegnato anche alla chitarra elettrica. Tra i brani eseguiti, oltre a qualche omaggio agli Stones, vi è anche la nuova Heartbreaker. La parabola dei Free, bella per quanto breve, è documentata dal magnifico box-set intitolato Songs Of Yesterday, pubblicato nel 2000 e contenente 5 CD di rarità, mix alternativi, brani inediti e un intero concerto del 1970 registrato con una qualità audio stupefacente. È compresa anche una versione con traccia vocale diversa della meravigliosa ballata I Love You So e una Heartbreaker eseguita dal vivo a Portsmouth nel 1972. I brani inclusi nel sopracitato show del 1970 erano in realtà tratti da più spettacoli. I titoli sono: Ride On A Pony, Be My Friend, Fire And Water, The Stealer, Don’t Say You Love Me, Mr. Big, I’ll Be Creepin’, Free Me, Woman, I’m A Mover, Walk In My Shadow, Songs Of Yesterday, All Right Now e Crossroads. Tutte eseguite con la consueta perizia e intensità.

Nel 2017 Paul Rodgers, accompagnato da validi musicisti, ha voluto rendere omaggio alla musica dei Free eseguendo un set di brani della sua vecchia band alla prestigiosa Royal Albert Hall: questo magnifico concerto, espressamente dedicato dal vocalist a Paul Kossoff, è uscito l’anno dopo in DVD e CD con il titolo di The Free Spirit per festeggiare i 50 anni dalla pubblicazione del primo album. Lo show in questione è stato in realtà l’apice di un tour che ha ospitato anche Robert Plant, e la scritta era anche sulla pelle della cassa. Peccato che alla batteria non sedesse Simon Kirk, altro componente dei Free ancora in vita e in grado di suonare, come ha dimostrato una recente reunion dei Bad Company. Incredibilmente Paul Rodgers è ancora in una forma vocale e fisica strepitosa. Ha la stessa estensione vocale di quando aveva 20 anni, con un timbro altrettanto denso, pastoso e intriso di blues. E si diverte ad ogni concerto, agitando l’asta del microfono o lanciandola in alto per poi afferrarla al volo, ridendo e incitando il pubblico. Durante l’esecuzione della più sofferta Be My Friend si concede anche il lusso di cantare senza microfono, allontanandosi dallo stesso mentre la sua voce continua a sentirsi perfettamente. Altri brani belli e ben eseguiti sono Mr. Big, I Love You So, The Hunter e Walk In My Shadow, mentre su All Right Now, come sempre, lascia che sia il pubblico a cantare in coro il ritornello, riservando per se le strofe, cantate con la stessa voce e i medesimi atteggiamenti che aveva sul palco dell’Isola di Wight nel 1970.

Giuseppe Scaravilli

 

Free

Mr. Big

Fire And Water

Don’t Say You Love Me

I JETHRO TULL AL FESTIVAL DELL’ISOLA DI WIGHT (1970)

I Jethro Tull suonarono al festival dell’Isola di Wight il 30 agosto 1970, esibendosi subito prima della Jimi Hendrix Experience. Mentre però il concerto del fenomenale chitarrista venne filmato per intero, di quello dei Tull esistono solo 4 brani: My Sunday Feeling, My God, Dharma For One e Nothing Is Easy. Così, in occasione dell’uscita del DVD Jethro Tull – Nothing Is Easy – Live At The Isle Of Wight 1970 di Murray Lerner (Eagle Vision, 22 Marzo 2005) della durata di 1 ora e 20 minuti, vengono inserite anche un’intervista a Ian Anderson, la storia del gruppo e l’apparizione al Circus dei Rolling Stones, davvero poco attinenti. Il supporto CD del concerto, durata di un’ora, contenente invece l’intera registrazione di quello show era uscito il 2 novembre 2004 (Eagle). Il filmato contiene anche qualche momento delle prove diurne del gruppo, con John Evan al piano in maglietta gialla, Martin Barre con la giacca verde e Anderson in giaccone di pelle e maglietta viola. Non manca la sequenza che vede Terry Ellis polemizzare con gli organizzatori del festival, invitandoli a smetterla di comunicare al pubblico che i gruppi non avrebbero suonato se non fossero stati pagati in anticipo.

Ian Anderson fece una doccia calda prima di salire su un piccolo aereo che dalla costa sud dell’Inghilterra portò il gruppo sul luogo dell’evento. Fu necessario inoltre utilizzare un elicottero per raggiungere il palco, dal momento che tutte le strade erano intasate. Discussioni sorsero tra l’entourage dei Tull e quello di Jimi Hendrix, dal momento che nessuno voleva suonare per ultimo. Alla fine la spuntarono i Jethro Tull. Il filmato dell’Isola di Wight è peraltro il primo dei Jethro Tull con audio stereo: il basso di Glenn si sente sdoppiato, con un suono più distorto sul canale sinistro. Venne eseguita anche una rara versione di Bourèe simile a quella del disco, non filmata ma presente in audio sul CD.

Si vede anche un frammento nel quale Ian Anderson rassicura il pubblico riguardo al fatto che non era affatto vero, come comunicato dagli organizzatori, che non avrebbero suonato se prima, durante le prove del suono, la gente non si fosse allontanata dal palco. Le “buone vibrazioni” di Woodstock sembrano in ogni caso già un lontano ricordo, se si pensa anche alle immagini della polizia che lancia i cani contro i giovani che tentano di abbattere le barriere per accedere all’area del festival. Quando si avvicina il momento dell’ingresso della band sulla scena il biondo presentatore invita il pubblico a stare in silenzio per godersi la performance di “uno dei migliori gruppi al mondo”, aggiungendo più forte “Jethro Tull!”.

Fu a questo punto che i cinque musicisti, in attesa dietro le quinte, vennero fuori salutando. Prima di iniziare con My Sunday Feeling Ian tranquillizza la band dicendo che sarebbe stato come suonare al Marquee Club, nonostante avessero di fronte centinaia di migliaia di persone. Quindi invita il gruppo a seguire le sue “magiche dita” per dare inizio allo show. L’attacco del brano è devastante, con un sound dal grandissimo impatto. Martin si libera della giacca verde che indossava durante le prove del suono, proseguendo il concerto con una lunga camicia bianca stretta in vita da una larga fascia colorata.

Spettacolare l’assolo di flauto di Ian Anderson durante My God, così come quello di Clive Bunker nel corso di Dharma for One. Ian Anderson appare davvero incontenibile durante l’intero spettacolo: tutto in giallo sotto il consueto giaccone a scacchi arancioni e neri, è un’autentica furia scatenata. Tutto il gruppo esplode su Nothing Is Easy, con Ian Anderson che, agitandosi sul palco, fa cadere una delle aste dei microfoni della batteria, mentre John Evan si dimena sull’organo sbracciandosi come un pazzo nel finale del pezzo. Nel frattempo le cineprese del regista Murray Lerner riprendevano tutto. Dopo l’esecuzione di Dharma For One i Tull abbandonarono il palco tra gli applausi. Quando Anderson ricomparve per il bis chiese scherzosamente: “Siete ancora qui? Seguirono We Used To Know, l’assolo di chitarra e For A Thousand Mothers, che permisero alla band di andare via tra le ovazioni. Ian assistette poi all’esibizione di Jimi Hendrix, che fu anche l’ultima della sua vita. Notò che il chitarrista di Seattle inizialmente non era in gran forma. Poi si riprese e regalò al pubblico i suoi grandi successi, mentre Anderson rientrava in Inghilterra a bordo del piccolo aereo.

Il festival dell’Isola di Wight si era tenuto anche nei due anni precedenti, ma con minore afflusso di pubblico. I Jethro Tull suonarono subito dopo i Moody Blues, e quello stesso giorno si erano già esibiti Free, Joan Baez, Donovan, Richie Havens, Leonard Cohen, Hawkind e Pentangle. Questa la scaletta completa del concerto dei Jethro Tull all’Isola di Wight: My Sunday Feeling, My God, With You There To Help Me / By Kind Permission Of, To Cry You A Song, Bourèe, Dharma For One, Nothing Is Easy, We Used To Know, Guitar Solo e For A Thousand Mothers.

Chris Welch recensì in maniera entusiastica lo show, scrivendo: «Ian Anderson ha regalato una delle migliori performance dei 5 giorni del festival, e i Jethro Tull sono emersi come una delle band più valide. Ian è stata la stella più brillante tra gli artisti presenti. Era grande assistere alle sue mimiche oltraggiose, alle sue pose e ai suoi gesti contorti, mentre piegava le gambe facendo smorfie: sembrava un demente maestro musicale del XVIII secolo, e si divertiva pure lui. Ma poi sapeva esattamente quando smettere con le sue pantomime per rimettersi a suonare seriamente».

Le foto dei Jethro Tull di questo articolo sono state “create” dall’autore Giuseppe Scaravilli tramite fermo-immagine dal DVD Nothing Is Easy – Live At Isle Of Wight 1970, e sono relative al 30 agosto 1970 all’Isola di Wight, alle prove del suono pomeridiane e al concerto serale. L’articolo è in gran parte tratto dall’ultimo libro di Giuseppe Scaravilli “La Leggenda Del Flauto Nel rock” (Officina di Hank editore) tra pagina 77 a 79, ma rimaneggiato per risultare un pezzo autonomo.

Giuseppe Scaravilli

 

We Used To Know / For A Thousand Mothers

Nothing Is Easy

With You There To Help Me

My Sunday Feeling

My God