Cinque songs strutturate su binari classicheggianti intrisi di un funk mai banale, e che avevano già messo in luce le doti compositive e vocali del giovane artista pugliese. Meno di due anni sono bastati a Dadàmo per consolidare la ricerca del suono e perfezionare ulteriormente la timbrica vocale, capace di portare ogni esecuzione ai vertici di un cantautorato contemporaneo dalla forte personalità. Scomodare personaggi del calibro di Charles Mingus e Joni Mitchell (musica il primo e testo la seconda), non è da tutti, e se lo si fa bisogna essere consapevoli del pericolo a cui si va incontro, ma Dadàmo è artista coraggioso e testardo, e il risultato è all’altezza della situazione.

Goodbye Pork Pie Hat è una strumentale del 1959, presente nel primo album che Charles Mingus pubblicò per la Columbia Records, quel Mingus Ah Um che resta una delle pietre miliari del jazz d’avanguardia di fine anni ’50; la frase è una citazione del grande sassofonista Lester Young, amico di Mingus, a cui è dedicato il brano in occasione della sua prematura scomparsa. Il testo, invece, fu adattato appositamente da Joni Mitchell per la sua rivisitazione del brano incluso nell’album tributo a Mingus edito nel 1979 dall’etichetta Asylum Records.

Cantato e prodotto da Dadàmo, mixato da Gianluca Siscaro al Village Recording Studio di Roma, il brano, pur conservando la struttura originale, smorza le sinuosità jazz originarie, interpretato con spirito e sensibilità moderne confluisce verso una fusione vivace di soul bianco, blues ed elettronica. I suoni si modulano alla perfezione con l’eccellente voce di Dadàmo, che propone, con naturalezza e versatilità, una performance ispirata e avvincente. La musica è accostabile alla scena alternative R&B di artisti britannici come James Blake (l’immensa Limit To Your Love del 2010) fino a Jack Garratt (come dimenticare la sua Worry del 2015). L’innata capacità compositiva di Dadàmo e l’abilità nel valorizzare le connessioni tra l’esplorazione sonora e quella vocale, portano alla configurazione di un percorso che, partendo da se stesso arriva diretto all’anima, amplificando identità bivalenti, e con un’ispirazione degna di un moderno compositore porta la voce ad un livello “alto”, regalandoci una cover che ha tutti gli splendori di una rinnovata eternità.

“A bright star, in a dark age …”

Mark Frastuoni