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ROY MONTGOMERY
"Suffuse"
(Grapefruit, 2018)

Nuova uscita discografica per il grande Roy Montgomery, che segna un’ulteriore evoluzione artistica nella sua già lunga e ricca discografia. In questo sublime Suffuse l’artista neozelandese ha scelto di lavorare con le voci di sette artiste, mettendosi al servizio delle loro diverse vocalità. Il risultato non snatura minimamente la natura introspettiva e “dilatata” del chitarrismo di Montgomery, ma anzi lo esalta portando l’ascoltatore ad una sorta di deep listening assai profonda e gratificante.

Andiamo con ordine. Montgomery negli anni ’80 faceva parte del Pin Group, trio post-punk il cui singolo di debutto (Ambivalence) fu la prima registrazione della mitica Flying Nun. Fondamentale il suo apporto al primo album dei Dadamah su Kranky (This Is Not A Dream, 1992), le cui canzoni destrutturate tra Velvet, psych e surrealismo dada sono quanto di più inaudito io abbia mai ascoltato. Da lì, parte la carriera di Mongomery come immenso chitarrista, con album stupendi sia come solista sia in vari progetti (Dissolve, Hash Jar Tempo con i Bardo Pond) e collaborazioni (Chris Heaphy, Grouper aka Liz Harris), tutte caratterizzate da un peculiare modo di suonare la chitarre, lisergico ed austero, di grande suggestione e profondità.

Dopo il quadruplo R M H Q: The Headquarters, che segnava il ritorno del buon Roy sulle scene dopo qualche anno di assenza sulla sua etichetta Grapefruit, è uscito il 17 agosto questo Suffuse, ed è una delizia: sei composizioni per sette voci femminili, con mood diversi, in cui la ricerca musicale di Montgomery non cessa di stupire. Apparition è inizio folgorante: la voce da contralto (un po’ Nico un po’ Antony) di Haley Fohr (aka Circuit Des Yeux) riempie i feedback e le distorsioni del neozelandese di un’oscurità astratta e senza tempo. I due brani successivi sono di impronta vagamente blues. In Rainbird Jessica Larrabee (She Keeps Bees) collabora con droni e loop eterei e ammalianti, manco fossero i Mazzy Star sotto codeina. In Outsider Love Ballad No. 1 il timbro Katie Von Schleicher sembra nascere direttamente sulla progressione di accordi del neozelandese. Ma siamo all’inizio di questo viaggio: Mirage è pura elevazione spirituale, in cui sui lenti e riverberati loop di Montgomery le due sorelle Nixon (Purlpe Pilgrims) adagiano i loro timbri sopranili. Stesso mood otherworldy in Sigma Octantis, in cui i vocalizzi di Julianna Barwick assecondano un suono siderale, che vaga nello spazio. A chiudere il disco ecco il singolo di lancio Landfall, composto con Liz Harris (Grouper), vecchia conoscenza di Roy: e tutto si perde in un delirio estatico di grande impatto. La giusta conclusione.

Per chi ama i Flying Saucer Attack o la neo-psichedelia à la Kranky, magari legata ad interpreti femminili (Grouper, Jessica Bailiff, Birds of Passage …). Consigliato.

Alessandro Gobbi

THE BAIRD SISTERS
"Until You Find Your Green"
(Grapefruit, 2012 - Ba Da Bing!, 2016)

The Baird Sisters sono un duo composto dalle sorelle Meg e Laura Baird. Until You Find Your Green è il loro terzo album, preceduto da At Home del 2003 e Lonely Town del 2008. Until You Find Your Green esce da principio in una edizione limitata nel 2012. Meg Baird nel 2016 si unisce al progetto Heron Oblivion insieme a Noel Von Harmonson e Ethan Miller dei Comets On Fire per la Sub Pop. L’album degli Heron Oblivion raggiunge un discreto successo e fa sì che la Ba Da Bing! Records, sulla scia delle attenzioni intorno alla band decida di rilanciare Until You Find Your Green” delle The Baird Sisters con una ristampa di tiratura più ampia.

La musica di Until You Find Your Green è la messa in scena di un’intimità naturale e rustica quasi primitiva, che corre lungo le dieci tracce, il tutto diventa realista ed allegorico allo stesso tempo. Gli strumenti quasi accarezzano le voci sfumate, tenere e aggraziate delle sorelle Baird creando un folk straniante e celestiale che in parte ricorda Just Another Diamond Day del 1970 di Vashti Bunyan e la Sandy Denny dei Fairport Convention. Il folk delle sorelle Baird rievoca il primitivismo americano, un cantautorato essenziale. La chitarra, il banjo, il flauto, il violoncello, il violino, il mandolino e il basso sono tutti caratteristici e giocano un ruolo principale nella struttura di questo album, con armonie semplici e sensibili accordi creano una continua intimità dando un’attitudine molto visiva ed emotiva. Le tracce sono avvolte da un’intensità spettrale e misteriosa, una realtà allucinata fatta di continue dissolvenze che creano momenti di meditazione naturale sullo stato delle cose. Ritmi, melodie e registrazioni di uccelli e grilli, richiamano la quiete dell’ascoltatore, generando una costante riflessione sulla natura e al suo senso di appartenenza primordiale.

Until You Find Your Green è un album che forse non ti ritrovi a canticchiare, ma che ti prende allo stomaco e al cuore e ti graffia l’anima, scavando a poco a poco un sepolcro di viscerali emozioni.

Tracce consigliate: Until You Find Your Green, Towpath Drill e Where The Waters Flow.

Daniele Carcavallo