Cielo Drive (Los Angeles), 9 agosto 1969. Un uomo e tre donne armati di revolver e coltelli si introducono furtivamente nella villa di Roman Polanski e Sharon Tate con la precisa intenzione di compiere un massacro. Quella sera nella villa sono presenti Sharon Tate, la bella attrice ventiseienne moglie di Polanski, con altri quattro amici, mentre il marito-regista si trova a Londra per lavoro. Nessuno degli ospiti sopravvive alla barbara carneficina. La Tate, all’ottavo mese di gravidanza, viene ripetutamente accoltellata e con il suo sangue gli assassini scrivono sulle pareti della casa le parole “Pig” e “Helter Skelter”. Il giorno successivo è la volta dei coniugi LaBianca, anch’essi spietatamente uccisi, apparentemente senza motivo, nella loro abitazione. Qualche mese dopo, in seguito alle indagini della polizia locale, emerge la verità: l’ideatore di quegli atroci crimini è Charles Manson, un guru pluripregiudicato che predica il caos, mentre gli esecutori materiali sono alcuni adepti della “Family”, una sorta di comunità hippy-setta visionaria guidata da Manson stesso, con il quale condividono lo Spahn Ranch, un rifugio desertico nella Death Valley. Ciò che emerge dal processo per i delitti Tate-LaBianca, che ha inizio nel 1970, sconvolge l’opinione pubblica americana. Da quel momento, nell’immaginario collettivo, Manson incarna la quintessenza del male terminale. Il suo sguardo folle, immortalato e diffuso dai media, si imprime nelle coscienze come icona del negativo per eccellenza. Ed è lui stesso “a gettare benzina sul fuoco”, proclamandosi reincarnazione incrociata di Cristo e Satana, più altre “trascurabili affermazioni” del medesimo tenore.

John Lennon + Phil Spector
John Lennon and Phil Spector

La figura di Charles Manson e il suo processo di mitizzazione offrono tutta una serie di spunti essenziali alla nostra analisi sui rapporti tra crimine e musica pop degli ultimi decenni. Tanto per iniziare, a giustificazione dei crimini commessi, egli afferma di aver udito voci che gli ordinano le stragi nel brano Helter Skelter dei Beatles. Lo scopo delle carneficine, secondo il suo ideatore, è scatenare terrore e disordini civili tali da indurre un’apocalittica guerra razziale. Più probabilmente il vero movente di Manson va ricercato nel suo risentimento verso quella classe sociale, riccha e famosa, da lui percepita come responsabile della propria condizione reietta. Negli anni precedenti ai delitti, Manson aveva in vano tentato di intraprendere una carriera come cantautore folk rock la quale, emblematicamente, si è realizzata solo in seguito alla sua fama di sanguinario assassino. Le quarantuno pubblicazioni a lui attualmente attribuite da Discogs, infatti, hanno visto la luce a partire dal 1970, anno del processo al quale è seguita la detensione nella Prigione Di Stato della California, dove ancora oggi Manson sta scontando la sua condanna, una pena capitale commutata in ergastolo. Ma sopratutto, è opinione comune che, il bagno di sangue dell’estate del ’69, con il suo impatto shock sulla società statunitense, abbia determinato la fine di un epoca, quella del movimento power flower e delle utopie fondate su amore, pace e libertà. Di sicuro l’ombra sinistra di Manson ha il potere di protendersi sulla contemporaneità, riducendo, per contrasto, le memorie hippy a flebili bagliori di un passato remoto. Ne è riprova la folta schiera di artisti che dal profeta-con-la-svatica-in-fronte hanno tratto ispirazione per le proprie canzoni (Neil Young, Deicide, Ozzy Osbourne, Psychic TV, Sonic Youth & Lydia Lunch, System Of A Down, Necro, The Faming Lips, SNFU, White Zombie, Machine Head etc.) quando non ne hanno addirittura assunto il cognome (Marylin Manson). Inoltre, bisogna ricordare che Never Learn Not To Love, suonata dai Beach Boys nel 1968, è una composizione firmata da Manson. E infine, c’è la compilation tematica (dato il soggetto non parlerei di “tributo”) intitolata Comin’ Down Fast! (Helter Skelter 1993), interamente incentrata su Charles e Family, che vede all’opera un variegato rooster internazionale: Eugene Chadbourne, David Peel & The Lower East Side, Motorpsycho, Starfuckers, Controlled Bleeding, Meathead, T.A.C., Jesus Fuck & Da Murderers, Skullflower, Mana Erg e … vabbè sì, e Limbo.

Va però anche detto che Manson non è certo l’unico caso di musicista-assassino della storia del pop. Senza allontanarci troppo, basta ricordare il caso di Bobby Beausoleil, preferito a Jimmy Page nel ruolo di autore della colonna sonora di “Lucifer Rising”, cult movie di Kenneth Anger. Beausoleil ha realizzato quell’OST e altri due album strumentali dietro le sbarre del penitenziario, dove sconta un ergastolo, in quanto membro della Manson Family ed autore materiale dell’omicidio di Gary Hinman, commissionatogli, tanto per cambiare, dal “solito” Manson. Inoltre … cinque anni dopo aver raggiunto il successo con Telstar (1962), primo singolo inglese ad aver raggiunto il numero uno nella USA chart, il suo autore, Joe Meek, afflitto da grave disturbo maniaco-depressivo, abbatte a colpi di fucile la sua padrona di casa per togliersi immediatamente dopo la vita. E ancora … il 12 ottobre 1978 Syd Vicious, bassista dei Sex Pistols, viene arrestato con l’accusa di aver accoltellato a morte la fidanzata Nancy Spungen. In attesa di giudizio, viene rilasciato su cauzione il primo febbraio 1979 e muore all’età di ventun anni per overdose d’eroina. Quelle di Syd e Nancy non sono esattamente esistenze longeve spese all’insegna di misura e virtù, bisogna ammetterlo …. C’è poi Phil Spector, produttore-musicista statunitense, noto per la tecnica denominata “wall of sound”, il quale sta ancora scontando diciannove anni di reclusione nella Prigione Statale di Corcoran (California) per l’omicidio dell’ex-attrice Lana Clarkson, avvenuto il 3 febbraio 2003 nella residenza di Spector stesso. Infine, nella notte tra il 26 e il 27 luglio 2003, a Vilnius (Lituania), in seguito ad un violento alterco, Bertrand Cantat, leader-fondatore dei francesi Noir Désir, percuote a morte la compagna Marie Trintignant, figlia del celebre attore Jean-Louis. Il 29 marzo 2004, Cantat viene condannato dalla giustizia lituana a soli otto anni di reclusione, in considerazione di alcune attenuanti. Sarà per pura coincidenza che, poco dopo il rilascio, la sua villa è andata distrutta da un incendio di origine ignota?

Burzum
Burzum

Ma il caso omicidiario più celebre degli ultimi decenni, tra tutti quelli maturati in ambito musicale, è probabilmente il delitto che vede protagonista il blackster norvegese Varg Vikernes, in arte Burzum. La notte del 10 agosto 1993 Vikernes raggiunge nella sua abitazione Øystein Aarseth, alias Euronymous, chitarrista-fondatore della seminale formazione black metal Mayhem, l’intenzione dichiarata è dirimere un’aspra controversia contrattuale sfociata in minacce di morte. Dato il carattere scarsamente conciliante di entrambe le parti, la questione si risolve, poco amichevolmente, con Euronymous crivellato da numerose coltellate letali infertegli da Vikernes. Dopo un’improbabile tentativo di fuga, Vikernes viene catturato e processato per l’omicidio di Aarseth, oltrechè per l’incendio doloso di parte del patrimonio artistico nazionale, nello specifico alcune tra le più antiche chiese cristiane. A poco valgono le argomentazioni invocate dall’accusato a propria discolpa: “ho agito per legittima difesa”, “quelle chiese profanavano i culti pagani, dato che sorgevano sulle vestigia di siti sacri”. Varg viene condannato a ventun anni di reclusione, il massimo della pena prevista dalla legislazione norvegere. Negli anni della carcerazione (1993-2009) la sua produzione musicale non si arresta pur virando, per ovvi motivi pratici, dal black metal a forme elettroniche di scuola dark ambient. Inoltre, è di quegli stessi anni l’interesse crescente mostrato per temi come la mitologia nordica, il paganesimo e il nazionalismo, un cocktail che conduce “il nostro” a posizioni politiche non esattamente moderate ed anche ad una certa irrequitezza, sfociata in un tentativo d’evasione durato meno di 24 ore. Oggi che l’artista norvegese ha scontato la sua pena ed è un uomo libero, l’attività di Burzum è ripresa a tutti gli effetti, indirizzandosi massimamente a favore di un recupero di sonorità black metal. Ma, a giudicare dall’episodio parigino di qualche tempo fa, nel quale, fermato dalla polizia, Vikernes è stato trovato in possesso di un intero arsenale d’armi non registrate (“per autodifesa”, sostiene lui), è legittimo ritenere che le forze dell’ordine non l’abbiano completamente perso di vista.

E poi, ovviamente, come esistono musicisti assassini, esistono anche musicisti assassinati. Della seconda partita, i due casi tristemente più celebri, sono quelli di John Lennon e Marvin Gaye. New York, 8 dicembre 1980, sono le 22.50, Lennon sta rientrando a casa con la moglie Yoko Ono, quando Mark Chapman, un giovane fan squilibrato, lo avvicina, estrae una pistola e gli esplode contro cinque colpi, quattro dei quali vanno a segno. È l’epilogo di una delle carriere più brillanti del pop contemporaneo. Quella sera l’ex-Beatles muore, ucciso dal lato oscuro della celebrità. Altrettanto fatale, per quanto contestualmente diverso, è il destino che il primo aprile 1984 attende Marvin Gaye, l’idolo soul-r’n’b, tra le pareti domestiche. A seguito dell’ennesima lite familiare per futili motivi, il padre del cantante, Marvin Gaye Sr, fredda il figlio con un singolo colpo d’arma da fuoco. Se ne va così, nel segno dell’assurdo, anche l’autore di Sexual Healing. Nel cimitero della musica popolare non mancano neppure alcuni casi di decessi piuttosto misteriosi, e proprio per questo, da sempre al centro di svariate ipotesi e sospetti. Ad esempio, non sono mai state del tutto chiarite le circostanze della morte, invero indecorosa, di Jimi Hendrix. Così come, permangono ombre e dubbi sull’annegamento in piscina di Brian Jones, chitarrista dei Rolling Stones. Restano senza risposta anche molte domande sullo “strano” suicidio del cantautore Luigi Tenco, avvenuto all’Hotel Ariston di San Remo, durante lo svolgimento del Festival Della Canzone Italiana, edizione 1967. È invece fuor di dubbio che la palma di genere musicale detentore dell’infausto primato di maggior numero di omicidi va assegnata all’hip hop. La rivista XXL si è recentemente incaricata di condurre un’indagine statistica dalla quale emerge un dato sconcertante: solo negli Stati Uniti, nel corso degli ultimi 25 anni, sono ben 52 i casi di rapper morti ammazzati, 36 dei quali archiviati come irrisolti, una percentuale davvero altissima rispetto alla media. Si tratta di un’autentica ecatombe che si spiega solo con la contiguità tra b-boys e ambienti malavitosi, come del resto esplicitato dalle gangsta, con le loro rime zeppe di droga, armi e violenza da strada. Non a caso, la faida intestina più sanguinosa dell’hip pop, è stata quella di metà anni ’90, tra East e West Cost, vera e propria guerra tra squadriglie nere di rapper, nella quale hanno perso la vita Tupac Shakur e Notorious B.I.G. Insomma, pare che vadano a segno più pallottole nel mondo dell’hip hop, che supposte nei reparti geriatrici.

Charles Manson 2
Charles Manson

Per chiudere il cerchio, diremo che, verosimilmente, Charles Manson svolge il ruolo di catalizzatore nell’indirizzare le fantasie popolari verso i casi di omicidio seriale. Eppure, sotto il profilo strettamente criminologico, Manson è un serial killer evidentemente atipico: non si sporca mai le mani con il sangue delle vittime e gli omicidi commessi per suo conto vengono compiuti “in branco”. Modalità comportamentali diverse da quelle che contraddistinguono le azioni dell’assassino seriale “tipo”, solitario e bisognoso di svolgere un ruolo omicidiario attivo. Ma nell’immaginario, sulle copertine delle riviste e sulle t-shirt è stampata la sua faccia, e senza l’input di quell’icona, forse, le canzoni non si sarebbero popolate di serial killer e relative gallerie degli orrori, come invece, dagli anni ’70 in poi, è avvenuto trasversalmente un po’ in tutti i generi-stili. È così che, alla tradizione secolare della murder ballad, dove ad esser narrati sono delitti passionali in scenari rurali, si sostituisce un nuovo soggetto criminale urbano, più sfuggente, incontrollato e incontrollabile, un mostro nascosto tra di noi, perfettamente mimetizzato nel quotidiano. L’assassino seriale rappresenta una minaccia a noi più prossima e, proprio per questo, assolutamente destabilizzante. Il fatto che nell’era dei serial killer nessuno possa più sentirsi al sicuro, innesca un allarme collettivo, al quale la cultura popolare risponde, come ha sempre fatto, con un esorcismo, un rituale capace di allontanare il demone attraverso l’immagine riflessa del demone stesso.

Gianluca Becuzzi