DM StithCamaleontico come pochi il cantautore newyorkese Daniel Michael Stith, sembra sfuggire a qualsiasi catalogazione, se non quella di essere figura emblematica della nuova scena alt-yankee, di quella che si abbevera abbondantemente alla rinascita virtuale di un Barret folgorato. E a dir bene la cosa gli riesce affabilmente e questo suo nuovo lavoro – sulla distanza di sette anni da Heavy Ghost – ovvero Pigeonheart ne traduce al dettaglio la metamorfosi, l’impeto smaliziato e il dolciastro essere sempre altro in un unico corpo, in una dimensione dalle svariate direttrici.

Disco di armonie, stravaganze, illusioni e ossessioni in cui l’artista americano pare gongolare come dentro una metafisica di vezzi, una stravaganza estetica che se non si afferra all’istante occorrono diversi lap stero prima di tornare a comprenderne gli intenti primari, ma poi scocca la frenesia di tornarne sopra pur di immortalarne i dettagli, i sottosuoni.

Elettronica, psichedelica, direttrici impazzite e calme nu-soul sono il corredo estetico di queste dodici tracce che fanno bollire il cervello fino a sovrapporlo in un sentimento astratto indefinito, e come a suggerirne il senso del tutto prendete ad esempio Sawtooth, Summer Madness, il bluette di Cormorant o il ribollio di Nimbus, ed uno splendido delirio vi attanaglierà.

Max Sannella