Spray PaintDal titolo dell’album verrebbe da chiedersi: chi o cosa stanno puntando i texani Spray Paint e in vista di cosa? La band si rigenera continuamente tra un punk crudo e un noise ossessivo e graffiante, che dà quell’eccentricità tipica al loro sound più volte sottolineata dai critici. Anche l’affinità al mondo musicale di gruppi come i Jesus Lizard, e il tributo a quel modo di fare musica, si evince e risulta chiaro dalle armonie spesse volte ridondanti, fuse a ritmiche sincopate. Il discorso non è dei più semplici ma si può dire che nel loro stile gli Spray Paint cercano di unire l’espressività delle chitarre e dei sintetizzatori, che hanno suoni più freddi ma esteticamente più puliti, ai tempi brevi e veloci della batteria e del basso. Se i primi pezzi ci calano in un’atmosfera lugubre che sembra riportarci ai boschi tenebrosi tipici dei paesi del sud degli Stati Uniti, ai quali ci hanno abituati tantissimi cult horror tra gli anni ’60 e ’70 dello scorso secolo, i brani che si trovano nella parte centrale del disco mostrano chiaramente questo tentativo, questo sforzo costante. Da ciò si ricava che la sperimentazione musicale fatta dal gruppo è a buon punto, ma non si può tacere che questo disco è anche il frutto di album come Confusion Is Sex e che il rumoroso sound della band deve tantissimo al noise dei Sonic Youth, perciò possiamo tradurre in termini musicali questo LP come la riproposizione di un atteggiamento e una voglia di sperimentare che trova vasta eco nella discografia contemporanea d’oltre oceano. Il disco va poi via via sbiadendo quasi che avesse raggiunto il suo culmine con Day Of The Rope, ultimo grido di un corpo oramai senza vita, che resta a oscillare penzoloni nella tenue luce del crepuscolo, triste presagio di sventura.

Domenico Romano