Tag: Red Mecca

FLEXY NEWS
Aprile 2021

Inauguriamo la nostra primavera musicale con delle invitanti novità discografiche; Greg Prevost, frontman degli indimenticati Chesterfield Kings, pubblica il suo terzo disco solista intitolato “Songs For These Times”, ed affiancato dal fido Alex Patrick abbandona la chitarra elettrica per due sei corde acustiche. “Assembly” è la seconda antologia dedicata a Joe Strummer su Dark Horse Records, l’etichetta di George Harrison, il lavoro (uscito anche nel formato doppio vinile) raccoglie per lo più brani provenienti dai tre album con i Mescaleros usciti tra il 1999 ed il 2003. Dopo appena sei mesi dal precedente “The All Is One” i norvegesi Motorpsycho pubblicano il nuovo “Kingdom Of Oblivion”, composto da 12 momenti di torride atmosfere dall’inconfondibile leitmotiv heavy-psych. Graditissimo ritorno dopo quasi 15 anni per i garage-rockers The Flaming Sideburns con il nuovo “Silver Flames”, quinto album in studio di puro e selvaggio rock’n’roll. È andata sold out nel giro di pochi giorni la ristampa in vinile della Peel Session datata giugno 1985 dei Clan Of Xymox, licenziata lo scorso 19 marzo dalla californiana Dark Entries Records.

Anteprime: per le prossime date del Record Store Day fissate al 12 giugno ed al 17 luglio la Rhino Records ristamperà “Faith” e “Wild Mood Swing” dei Cure in picture disc, “Déjà Vu” di Crosby, Stills, Nash & Young in vinile 180 grammi a tiratura di 20.000 copie, “The Record”, primo album dell’hard-core band losangelina Fear in vinile 140 grammi a tiratura limitatissima di 5.000 copie con allegato il primo 7″ e, udite! udite!, le “BBC Sessions” dei Sisters Of Mercy datate 1982-1983 in smoky vinyl sempre in tiratura limitata, a sole 10.000 copie. Al momento è possibile fare un pre-order direttamente sul loro sito.

Esce per la Cherry Red Records “Shake The Foundations: Militant Funk & The Post-Punk Dancefloor 1978-1984”, interessante raccolta in triplo CD sulla scena post-punk dalle inflessioni funk dove compaiono tra gli altri brani di 23 Skidoo, A Certain Ratio, Blue Rondo A La Turk, Pop Group, Simple Minds per un totale di 49 track. Sempre la storica etichetta londinese rilascia una mastodontica collezione, “Statements Of Intent”, divisa in due box contenenti 5 CD l’uno, riguardanti le annate 1982-1987 e 1988-1994, degli anarco-punk Conflict per un totale di 193 canzoni! Ancora Cherry Red con le uscite di altrettanti cofanetti, per i velvettiani The Loft con “Ghost Train & Country Lanes – Studio, Stage And Sessions 1984-2005” in doppio CD e per gli Outsiders, “Count For Something: Album, Demos, Live & Unreleased (1976-1978)” 5CD box-set; la band di Adrian Borland pre-Sound (erano presenti oltre a lui Bailey e Dudley) con il loro punk personalissimo che anticiperà le future cadenze post-punk. La Materiali Sonori di San Giovanni Valdarno ristampa “Dry” di Durutti Column originariamente uscito nel 1991, mentre dovrebbe essere già negli scaffali a metà mese la ristampa nel formato 2LP e 2CD di “Pigs On Purpose” degli eclettici Nightingales, band di Birmingham prodotti ai tempi da Richard Strange, musicista producer e fondatore del Cabaret Futura, celebre Club di Soho dove mossero i primi passi band come Kissing The Pink e Positive Noise. La 4AD con “Bills & Aches & Blues” rilascia una raccolta divisa in 4 EP di remake storici reinterpretati dalle nuove leve sotto contratto, mancano icone come Bauhaus, Cocteau Twins, Dead Can Dance e Modern English a favore di Breeders, HNIA, Lush e Pixies, tra gli altri.

“Live At The Gallery Club, Manchester 1982” è un concerto dei Chameleons tenutosi il 18 dicembre del 1982 pubblicato per la prima volta in vinile dalla Lantern Records dopo le precedenti uscite su cassetta e CD. Aufnahme + Wiedergabe: la label berlinese pubblica una serie di vinili (per lo più 12″ in tiratura limitata a 500 copie) musicalmente adatti ai dancefloors dove viene proposta un certo tipo di elettronica ai confini con la techno. Tra i più interessanti segnaliamo l’EBM danzereccia dei Black Asteroid con Dust, quella più acida degli Acid Vatican con Holy See e i Blac Kolor con New Leader nel formato doppio mix, i ritmi tribali su refrain siderali di Chloe Lula con Errant Bodies, il power-noise dei Marquis con The Suburbs Dream Of Bloodshed, la synth-wave dei Mala Herba con Demonilogia e l’ambient alla Hafler Trio dei Current 909 con Enthusiasm, zone d’ombra su sonorità celebrali.

Nuovi singoli per Hante Blank Love, Red Mecca, All Those Stored Errors, elegante synth-wave dalla Svezia e Kirlian Camera con The 8th President, tra sonorità crepuscolari ed inquietudini elettro-dark. Deshta (Forever) di Lisa Gerrard anticipa l’album “Burn” in compagnia di Jules Maxwell in uscita il prossimo 7 maggio, il disco sarà prodotto da James Chapman. Gates Of Heaven è il nuovo video dei glamour-darkers Rosegarden Funeral Party diretto da Erin Devany della All Hallows’ Productions. “Altars”, nuovo lavoro per i texani Twin Tribes su Manic Depression, è in realtà una compilation di brani editi remixati da vari artisti della nuova scena synth-wave. Dopo “Montage Images Of Lust & Fear”, tornano con un nuovo album dal titolo “The Falling” i mancuniani The Underground Youth, il disco segna una nuova evoluzione del suono a favore di sonorità country-noir dove emerge il forte contrasto tra la voce baritonale di Craig Dyer e lo stile psych-folk delle canzoni. Atmosfere essenziali, oscure e malinconiche in “Songs From Isolation”, disco di cover della polistrumentista londinese A.A. Williams uscito per la Bella Union Records degli ex-Cocteau Twins Simon Raymonde e Robin Guthrie. Ed a proposito di 4AD, la label pubblica “New Long Leg” secondo LP dei sud-londinesi Dry Cleaning, ottima formazione post-punk piuttosto spigolosa capitanata dalla vocalist Florence Shaw; l’album è prodotto da John Parish (Eels). Vicino alla dimensione del folk apocalittico “Elm” di Noêta, sorta di Drake al femminile di casa alla Prophecy Records.

Spostiamoci in Italia dove il panorama musicale si fa sempre più interessante e prolifico. Sono al lavoro per il nuovo disco i milanesi Nero Kane già recensiti su queste pagine con “Tales Of Faith And Lunacy”; si vocifera inoltre che Nero e Samantha Stella, con le imminenti riaperture delle sale teatro, sarebbero stati contattati da un importante staff dell’Emilia Romagna organizzatore di una seguita rassegna dalle forti ambientazioni dark-noir. Attendiamo sviluppi in merito. L’agenzia di pubbliche relazioni Metaversus PR di Marco Gargiulo è al lavoro con i Sis Felix di Foggia per la pubblicazione del nuovo EP prevista per metà maggio, nel frattempo sta seguendo le uscite per Venus In Disgrace con “Dancefloor Nostalgia”, band darkwave di Roma legata alle trame dei synth analogici e i Nomotion con “Abide EP”; per quanto riguarda i Venus In Disgrace all’interno del loro album è presente una cover di Summer On A Solitary Beach di Battiato con ospiti gli Spiritual Front Simone Salvatori e Francesco Conte, mentre del gruppo capitanato da Jonny Bergman andremo a parlarne nelle prossime recensioni. Arrivano da Frosinone i Sorry, Heels duo composto da Simona Pietrucci e David Messin, il loro nuovo singolo “She Burns” anticipa il secondo album “She” in uscita il prossimo 31 maggio a distanza di 5 anni da “The Accuracy Of Silence”. Le sonorità sono più oniriche rispetto agli esordi e le liriche personali ed introspettive appaiono come una forma di restituzione del dolore attraverso la musica, anche di loro torneremo a parlare su queste pagine. Interessante quanto ben riuscito caleidoscopio di suoni per “Black Synthetic And Dense” dei pisani Cirque d’Ess, il nuovo disco abbandona il refrain rituale per dar maggiore spazio alla forma canzone dove colpiscono certi spoken della vocalist Miriam Ssam. Spostiamoci a Napoli con le Neila Invo, trio al femminile agli esordi con il singolo Murder’s Prayer, il female-combo oltre ad Elettrart Cuivre e Valeria Formisano vede la presenza dell’Ash Code Claudia Nottebella. Ancora Napoli con il devastante garage-billy dei The Devils giunti al terzo album, “Beast Must Regret Nothing”, prodotto da Alain Johannes (QOTSA, PJ Harvey) che ospita Mark Lanegan ai microfoni in Devil Whistle Don’t Sing.

E chiudiamo con il nuovo lavoro della cantante italo-armena Rita Tekeyan intitolato “Green Line” dedicato alla sua città natia Beirut; le liriche disperate descrivono alla perfezione gli angoscianti scenari della capitale libanese durante la guerra civile mentre le poetiche interpretazioni dall’artista rimandano a certi momenti più eterei della corrente legata al dark.

Luca Sponzilli

DEATH IN NOVEMBER
Allah è grande ma il pop non è il suo profeta

Death In November 1
DEATH IN JUNE
Symbols And Clouds

Tutti questi giovanotti occidentali con barbe voluminose e occhiali modello Buddy Holly, a colpo d’occhio, potrebbero esser scambiati per una legione di potenziali foreign fighter, pronti a migrare in uno sperduto campo d’addestramento del deserto siriaco. E invece no, ad osservarli meglio, bevono Aperol Spritz masticando allegramente tartine 100% suino nei bar à la page del centro. La vista non se la sono giocata leggendo versetti coranici, al contrario, ci vedono piuttosto bene e, sopratutto, alla Jihad preferiscono “l’uva passa che gli da più calorie”, come recita guru Franchino il misticissimo. Ad ogni modo, nell’equivoco ci è recentemente incappata anche la polizia di Brahehus, in Svezia, che allertata per la minaccia terrorismo islamico, ha arrestato un gruppo “sospetto” di giovani hipster. L’episodio, oltre a farci ovviamente sorridere, dovrebbe anche indurci qualche riflessione d’ordine generale.

Il mondo è ancora sotto shock per il bagno di sangue che ha inondato Parigi la notte del 13 novembre scorso. L’eco sinistra della tragedia risuona ancora attraverso i mass media di tutta Europa, stagnando nell’aria con tensioni che riportano alla memoria quelle del post 11 settembre newyorkese di quattordici anni fa. Equilibri mondiali, mappature geopolitiche, economie occulte, schieramenti militari e, sopratutto, nuove fobie nel comune sentire sociale, niente pare essere più uguale dopo l’attacco di Parigi, niente tranne la pop music. Che cosa c’entra la musica in tutto questo? Un attimo di pazienza …

Mi rendo conto che dinanzi ad un dramma di questa portata i suoni che ci circondano scivolano in secondo piano, ma ciò non significa che sia impossibile imbastire un discorso che metta in relazione il contesto contemporaneo con quello artistico, e siccome qui proprio di musica ci occupiamo … L’assunto di partenza è il seguente: la forza della pop music, quando non si limita all’intrattenimento fine a se stesso, sta anche, e forse sopratutto, nel cogliere lo spirito del tempo per rappresentarlo attraverso un’interpretazione significante. Affacciarsi alla finestra che da sul mondo, per la musica pop, e più in generale per l’arte in tutte le sue forme più o meno pop(ular), non dovrebbe corrispondere tanto ad un’opportunità opzionale, quanto piuttosto a una sorta di compito-ruolo che la può caricare di valore, senso e funzione socio-culturale.

Death In November 2
MUSLINGAUZE
Abu Nidal

Ora la domanda è: lo stallo creativo nel quale versa da almeno tre lustri il pop potrà, almeno in parte, essere scosso dal terremoto messo in moto dalla crisi internazionale o, anche questa volta, prevarrà la fuga all’indietro della festicciola autocelebrativa a base di nostalgia revivalista? No, perché, pare che in certe trincee del fronte occidentale ci siano ancora, stoicamente asserragliati, alcuni valorosi ai quali ci siamo dimenticati di comunicare la fine della seconda guerra mondiale. Non so se avete presente … Mi riferisco a quel fenomeno le cui radici affondano nel post industrial di inizio anni ’80 e, più precisamente, in sigle come Laibach e Death In June. Ironici-paradossali i primi, austeri-apocalittici i secondi, sono loro che, dopo le divise mimetiche dei Throbbing Gristle, hanno fatto proprio tutto l’arsenale simbolico del secondo conflitto mondiale, iconizzandolo in una formula inizialmente molto efficace che però, nel tempo, si è cristallizzata in vuoto cliché.

Quando negli anni ’90, “l’età massima degli eroici cantori del decaduto splendore mitteleuropeo”, come direbbero quelli che ci credono, si inizia a parlare di brown area e al termine “folk” si applicano prefissi e suffissi identificativi come: “apocalyptic”, “noir”, “militay”, il quadretto è già stato adeguatamente incorniciato-codificato e la maniera la fa già da padrona. Tutti ricordiamo quanto era bello giocare con i soldatini dell’Atlantic e nessuno vuol negare che il rigore estetico, messo a punto dallo staff Riefenstahl-Boss sotto la supervisione di Goebbels, sprigioni un suo “malefico” potere seduttivo. Si vuole piuttosto sottolineare quanto, alla lunga, anche l’iconografia più evocativa o la provocazione più audace, “normalizzandosi”, si trasformi in noia e come, secondo Nietzsche, “quando guardi a lungo l’abisso, l’abisso ti guarda dentro”. E su questo, ognuno è tenuto a regolarsi come meglio crede …

Conseguentemente, nonostante appaia del tutto logico che debba essere un pero a fruttificare pere, tutti gli indizi tendono a suggerirci che in questo caso non sarà così. In realtà, chi rientra nelle categorie citate sopra, ormai, svolge i propri compitini con la diligenza del bravo scolaretto, esattamente come coloro che si dedicano ad un qualsiasi altro genere storicizzato. Dunque, come non ci possiamo attendere che una garage band rinunci ad amplificatori Vox d’annata e stivaletti “giusti”, così, è altrettanto inimmaginabile un’epurazione di rune e iconografia nazi-fascista dal corredo della brown area. I bambini, come è noto, i loro balocchi preferiti non li mollano per nessuna ragione al mondo. E forse è meglio così, altrimenti, dopo tutta la fuffa revisionista sul metastoricismo, rischieremmo di sentirci pure dire: “no, quella che ho messo in copertina non è la mezza luna islamica, è uno strumento della nostra tradizione che serve per sminuzzare le verdure del generoso suolo patrio”, o altre patetiche amenità di questo tenore.

Death In November 3
WILLIAN BASINSKI
The Disintegration Loops II

E allora, lasciamo perdere chi abbiamo capito che tanto “non ce la può fare” e ragioniamo su quello che “si potrebbe fare” o, meglio ancora, su coloro che qualcosa “l’hanno già fatta”. Sgombriamo intanto il campo dai molti che al medioriente hanno guardato in termini di pura ricerca etnomusicale o di fascinazione esotica verso un mondo misterioso e sensuale. Non sono né certi volumi della collana Real World di Peter Gabriel, né alcune, pur valide, produzioni di Bill Laswell-Material, Dead Can Dance o il capolavoro My Life In The Bush Of Ghosts a firma Byrne-Eno ciò a cui mi riferisco.

Piuttosto, in testa alla lista di coloro che hanno affrontato la questione islamica, evidenziandone gli aspetti tensivi, devono necessariamente figurare Cabaret Voltaire del visionario Red Mecca e Muslingauze, un’intera carriera consacrata alla causa palestinese che si dipana lungo il corso di una discografia-monster a base di elettronica e sonorità arabe. Oppure, si potrebbe citare il tribalismo desertico di un bell’album, dimenticato dai più, come Ghazels di Raksha Mancham. Inoltre, la straordinaria voce di Diamanda Galás ha cantato lo sterminio degli esuli kurdi e alle atrocità delle guerre e dei bambini-soldato fa riferimento anche Meira Asher, talentuosa artista israeliana, da sempre schierata contro le politiche del suo paese d’origine.

In tempi relativamente più recenti, la serie “Disintegration Loops” di William Basinski, per tutta una serie di (s)fortunate coincidenze, è stata assunta a perfetta metafora dall’11 settembre 2001. Non capita tutti i giorni di assistere, contestualmente, al più grande dramma del nuovo millennio e alla piccola tragedia della degradazione audio di un vecchio nastro in fase di trasferimento da analogico a digitale. Come se le sorti collettive ricolassero nel privato, per lasciarvici, ad ulteriore testimonianza, un segno tangibile. Un decennio dopo il crollo delle Twin Towers, Dominick Fernow, con la sigla Vatican Shadow, ha attribuito alle sue cinetiche composizioni elettroniche titoli che rimandano inequivocabilmente alla guerra del golfo e all’Islam radicale. Un’occasione di riflessione scandita a suon di incessante industrial-techno.

Venendo poi alla cronaca di questi ultimi giorni, si registrano le uscite discografiche “totalmente a tema” di due amici-colleghi particolarmente attenti nel cogliere i segni della contemporaneità. Con tempismo sconcertante, Asymmetric Warfare di Simon Balestrazzi, già a partire dal titolo, parla la lingua della stringente attualità, articolandola attraverso strutture droniche di sapiente essenzialità. Noisedelik, aka Massimo Olla, con il nuovo album, imbastisce trame elettroacustiche dalle quali emergono, come spettri oltre l’orizzonte marino, canti di muezzin e minacciose riverberazioni di Ronin. Da ricordare anche Jerusalem In My Heart, progetto del libanese Radwan Moumneh, il suo ultimo album If I Dies, If If If If If If, edito da Constellation, è stato ottimamente accolto dalla critica internazionale. Infine, non posso escludere che questo breve excursus abbia escluso qualche titolo dai cataloghi dell’harsh noise-power elecectronics, dato che in fatto di sangue e atrocità, da quelle parti, non si sono mai fatti mancare niente. A parte questo, dell’essenziale spero di non aver lasciato niente per strada.

Death In November 4
SIMON BALESTRAZZI
Asymmetric Warfare

L’ISIS, la strategia del terrore internazionale, le minacce del califfato che promette morte a tutti gli infedeli, gli attacchi armati dell’Islam fondamentalista al cuore della civiltà occidentale, le vittime, il dolore, il panico … Sono davvero così pochi gli artisti capaci di recepire e tradurre macro-segnali di questa forza e centralità politica, sociale e civile? La musica pop è affetta da autismo a tal punto da ignorare tutto ciò e perseverare stolidamente nella messa in scena dei soliti logori teatrini autoreferenziali? Nessuno ha più presente che cosa sia la catarsi e, suo tramite, quale funzione possa svolgere l’arte? E dire che di suggestioni alle quali attingere ce ne sarebbero in quantità: le milizie dell’ISIS in costumi simil videogioco-ninja e gli ostaggi occidentali in tuta arancione, le donne soldato in burqua e i loro sguardi intensi, le armi, la guerra, la devastazione sulla devastazione, il deserto, le montagne nude, il vento, la polvere e le lacrime.

Anche non calcolando tutto il pregresso storico, questi argomenti sono di pubblico dominio da almeno quattordici anni, eppure, negli effetti artistici e culturali, non si registra neppure il 10% dell’attenzione che la gravità della situazione imporrebbe. Al di là delle barbe hipster involontariamente simil-muslim e qualche kebab a merenda, non mi aspetto che il medioriente, e meno che mai il terrore, si tramuti in moda. Neutralizzare la tensione attraverso la dissimulazione estetica è chiedere troppa intelligenza e beffardo senso situazionista dell’autodifesa per una “civiltà” come la nostra che, nonostante i ripetuti fallimenti, ragiona ancora in termini di rappresaglie a base di bombe e raid aerei. Ma, fosse mai, per evitare ogni rischio e “tagliare la testa al toro”, prima che ne saltino altre per mano di Allah, forse è giunto il momento che le musiche fin qui prefigurate, anziché attenderle dal mondo, me le suoni e produca direttamente io. Siete avvertiti, da domani intendo autoproclamarmi ambasciatore nazionale dell’I.S.I.S: Ipotesi Strategie Iconiche Significanti.

Gianluca Becuzzi