Ian è diventato vecchio e noi con lui, i Cult sono tornati, ma la musica è salva? La band inglese capitanata da Ian Astbury e Billy Duffy ha avuto verso la fine degli anni ’80 del secolo scorso un enorme successo, arrivando a scalare le classifiche di mezzo mondo. Lanciati nella stratosfera dal singolo Rain nel 1985, il gruppo, nonostante il successo, ha subito diversi cambi di formazione e si è sciolto nel 1995. Dopo una serie di progetti solisti paralleli nel 2001 Astbury e Duffy si riuniscono per un nuovo disco Beyond Good And Evil, a cui seguiranno nel 2007 Born Into This, nel 2012 Choice Of Weapon, nel 2016 Hidden City, fino ad arrivare nel 2022 con Under The Midnight Sun, uscito il 7 ottobre. L’attuale line-up della band vede oltre a Ian Astbury alla voce e Billy Duffy alla chitarra, Damon Fox alle tastiere, Grant Fritzpatrick al basso e John Tempesta alla batteria. Il nuovo produttore Tom Dalgety (Ghost, Pixies, Rammstein, Killing Joke) sembra aver orientato il suono della band verso un orizzonte musicale denso, magmatico, quasi un cerimoniale mistico.

A tratti prevale la chitarra abbagliante e intrisa di riverbero di Billy Duffy, un chitarrista che a nostro modesto parere non ha mai ottenuto il giusto riconoscimento pur avendo influenzato con il suo stile una generazione di musicisti. Del resto, sul gruppo stesso, fin dagli inizi della loro carriera, si sono sempre scatenati orde di detrattori. L’album è passato quasi inosservato tra gli addetti ai lavori, recentemente qualcuno ha scritto che Under The Midnight è un disco dalle suggestioni esigue, manca di diversità musicale e in fondo, sembra sempre che nei Cult vi siano continui rimandi ai loro lavori precedenti, insomma una specie di “eterno ritorno dell’uguale”, per dirla con Nietzsche. Ma non è anche la loro forza allora, ci viene da dire, questo continuo rimettersi in discussione? Forse occorre andare oltre le parole e i giudizi superficiali, per provare ad inoltrarsi nel brumoso territorio, incontrare la musica, e farsi trasportare dalle canzoni di questo disco. Impermanence è il primo brano da segnalare, un paesaggio sonoro, uno stato dell’essere, la narrazione di un sogno, dove tutto è impermanente, dove solo la voce e la chitarra si fondono in un esercizio spirituale: “Scagliare frecce nell’ombra / (…) Il sangue delle rose, cadute e risorte / Le ossa di questa vita / (…) Artigliando le mie lacrime Impermanence”. Se per promuovere il disco non basta questa stupenda canzone che riporta i Cult su vette creative altissime, allora segnaliamo anche Outer Heaven, Vendetta X e A Cut Inside, che rispolvera senza complessi sonorità più recenti legate agli album del 2007 e del 2012. Il testo recita: “Nessuna dolce resa / Stranieri per sempre /Fantasmi della nostra vita”. A noi allora non resta che aggrapparci agli assolo di Duffy, per restare sulla strada giusta e tornare a casa.

Il singolo che traina l’album Give Me Mercy sottolinea, anche attraverso il bel video di Juan Azulay, come i due fondatori del gruppo si addentrino ancora una volta negli oscuri anfratti della memoria per recuperare i simboli del loro cupo immaginario, alla ricerca delle loro origini gotiche e dark, finendo alla fine per dare alla luce una gemma splendente: “Vorrei che fosse diverso / Finisce tutto lo stesso / (…) Nelle maree di questo mondo / Sei una vittima del destino / Dammi pietà / L’amore ti troverà”. Il brano Under The Midnight Sun che dà il titolo all’album è un pezzo intriso di malinconia, un’immagine che emerge dietro un velo trasparente, come nei giochi di ombre cinesi provocate dal dio Amon-Ra. “Sotto il sole di mezzanotte / Siamo creature della natura / Siamo persi nell’illusione dell’amore / Tutto svanirà nel tempo / (…) Nessun impero, solo una terra desolata” canta Astbury. A noi viene il magone e a stento tratteniamo le nostre lacrime, perché la luce del sole di mezzanotte è bellissima. Completano il disco Mirror il primo brano d’apertura del vinile, una canzone introspettiva fin dai rimandi del titolo, che allude forse al perturbante mistero incarnato dal nostro doppio riflesso nello specchio, e Knife Trough Butterfly Heart, superba e oscura ballata che ci ricorda che “l’amore è ovunque, anche nel caos della folla”.

I Cult sono tornati e lontani dai successi e dai fasti del passato, si mostrano riflessivi, cupi, oscuri, con un’aurea mistica, incollata addosso che non li abbandona mai. Una band che sta attraversando la fase alchemica della nigredo, della notte oscura dell’anima, quando un individuo è condotto a confrontarsi con l’ombra dentro di sé. Nonostante l’età che avanza, l’incertezza per il futuro e gli anni difficili in cui viviamo, tutte tematiche tra l’altro che si riflettono nelle liriche e nel sound complessivo del disco; siamo certi che i nostri eroi siano ancora in contatto con le Muse dell’Arte, e questo disco ce lo racconta. I Cult sono tornati. Noi possiamo dormire sonni tranquilli. Con loro, la musica è salva.

Andrea Masiero

 

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