useless-eatersPaladini di un garage punk scarno ed affilato, gli americani Useless Eaters tornano a riproporre le loro nevrosi musicali nel giugno di quest’anno, con un lavoro che eleva le atmosfere rachitiche e d’impatto delle prime produzioni (Zulu e Daily Commute tra tutte) ad una resa generale inquieta e brulicante, dove l’aggressiva verve falciante a cui ci hanno abituato sin dal 2011 viene sostituita da un granitico blocco di percussioni schizoidi e fagocitanti, epilessie chitarristiche e voci elettriche laceranti. Da sempre dediti a lavori brevi ed intensissimi – raramente riescono a sorpassare la mezz’ora di durata – dal suono scarno e primordiale, legatissimo sia alla tradizione garage degli anni ’60 tramite le psichedelie spicciole à la 13th Floor Elevators che ogni tanto erompono dalla chitarra del leader Seth Sutton (già membro di Life Trap, POW! e Vile Nation), sia a quella post-punk/no wave più nevrotica ed asfittica risultante dalle prorompenti e mitraglianti percussioni asimettriche e dal basso graffiante che scava e scuote, hanno sicuramente trovato una collocazione di tutto rispetto nella grande ondata del revival del genere, che ad oggi vede sul podio nomi conosciuti e decisamente meno viscerali come Arctic Monkeys, Strokes, o The Oh Shees, il cui leader è anche a capo dell’etichetta che ha prodotto questo Relaxing Death. Figlio di quel ritorno alle origini sporche e grezze cominciato dopo la svolta più matura e ricercata di Hypertension nel 2013 con il primo album prodotto per la Castle Face, Bleeding Moon (2014), e dopo un 2015 segnato soltanto dall’uscita di un loro disco live nella città dove risiedono, San Francisco, ed una raccolta di singoli, il trio di Memphis sforna un lavoro decisamente alienante e disturbato, d’impatto più nella generale carica nervosa che negli assalti sonici diretti. Ad imperare sono le schizofrenie pulsanti di basso e batteria, assieme a sferzate taglienti di chitarra che cercano di penetrare questo colosso frenetico e brulicante che tutto riempie. Spigolose geometrie percussive, basso sporco ed agile, voce rigorosamente elettrificata e soffocata, una chitarra che rompe e lacera nelle sfaccettature distorsive messe in atto sulle sue corde recalcitranti. Ma non mancano momenti più ponderati e liberi da inquietudini nervose e tensioni spasmodiche, come si evince dalla psichedelica mareggiata lo-fi di Cold Machine, che riesce a proporre anche un apprezzabile fondale melodico abbarbicato su pennellate vorticose di chitarra acuta ed un impianto percussivo linearmente riempitivo, o nella conclusiva Goodnight To The Thieves, ballad decostruita e sensualmente nevrotica. Album teso e brulicante, che ha il suo punto di forza nelle sue marce nervose e nei suoi suoni taglienti e gorgoglii percussivi, un misto di disturbante e ritmico davvero fascinoso. Un viaggio tra schizofrenie attufate che picchiano e martellano senza tregua, per un’esperienza scomoda, inquieta ed affascinante, che trova il suo apice in un pezzo simbolo come Bunker. Lavoro colloidale e scattante, fremente e stridente, incoerente e decostruttivo, rappresentazione calzante di una triade mai come oggi al di fuori da ogni schema e scena. Disponibile sia in edizione limitata con vinile in custodia metallica, sia nell’edizione standard cartonata.

Lorenzo Nobili