SHLOHMO
"Dark Red"
(True Panther Sounds / Wedidit, 2015)

ShlohmoL’ultimo lavoro strumentale di Henry Laufer, in arte Shlohmo, è un’opera introspettiva del tutto coerente con l’approccio musicale che l’artista californiano ha mostrato nelle produzioni precedenti, quali il primo disco ufficiale Bad Vibes (2011) e i numerosi EP come Shlo-Fi (2009), Places (2011) e No More (2014) con Jeremih. La sua musica è una miscela di hip hop elettronico e downtempo, marchiata da uno stile unico caratterizzato dal cosiddetto “glitch” e da un sound denso e vellutato dal quale è impossibile non lasciarsi trasportare. Ascoltando il suo ultimo album, però, è facile farsi completamente travolgere. Dark Red è un rito evocativo di visioni oscure e note dolenti; è un dito nelle piaghe messe a nudo dalla brusca sonorità di beat spietati; è il grido campionato di un giovane producer tormentato dal senso di angoscia che lutti e perdite gli hanno causato.

Ten Days Of Falling è la prima delle undici tracce dell’album e un’anticipazione di queste, una sorta di allarme paragonabile alle avvertenze sui contenuti di un film troppo esplicito. I synths che simulano versi diabolici e la batteria soffocata ci trascinano a ritmo shuffle dentro un inconscio animato da incubi paranoici. Segue un beat irrefrenabile, un ritmo sempre più incalzante, Meet Ur Maker è la magra consolazione del ragionare in termini di esistenza e trascendentismo, nei riverberi si respira il caotico quanto vano tentativo di trovare una risposta alla propria ed altrui mortalità. Ricerca che sfocia nell’inquietudine e nel goticismo con Buried, l’esplosione di bassi scuri e profondi, note glissate che compongono un disperato lamento innalzato da motivi horror che rievocano immagini macabre e turbamento. “Un due tre qua’, un due tre qua’”, la sofferenza fisica e psicologica tradotta in un tango fatale con la morte, rosso scuro è il colore della rosa che l’artista sventurato stringe fra i denti. Emerge From Smoke è un faticoso ritorno alla realtà, un’ascesa di note crescenti attraverso le quali Shlohmo si sforza di risalire dalle sue stesse macerie, o di non sprofondarvi. Subito dopo, l’abbattimento con Slow Descent, discesa lenta e strascicata verso il senso di vuoto e di rassegnazione conferito dalle voci campionate e sommesse, i respiri e i motivi che girano su se stessi vorticosi in Apathy, traccia che vede la collaborazione di D33J, musicista connazionale di Shlohmo. Percepiamo ancora inquietudine ascoltando Relentless, sensazione implacabile come si evince dal titolo, e immaginiamo che la voce in Ditch sia un pianto soffocato e poi spezzato dalla violenza del beat. Remains è un muto sguardo alla propria decadenza, ai resti di vetro che si frantumano al battere del rullante. Ancora voci in lontananza ci fanno assistere alla dissolvenza di tutte le paure, il risveglio dal peggior incubo; così Fading si chiude con accordi di chitarra arpeggiati. Beams, l’ultima traccia, si apre con suoni simili a tintinnii e un giro di piano che al partire della batteria e dei synths ci spara in una visione burrascosa e violenta di immagini intime e vissute che si susseguono a ritmo dubstep, un riepilogo solenne di chi ha trascorso il peggio ed è sopravvissuto. Ce lo immaginiamo intascare il suo trauma, voltare le spalle e proseguire il suo cammino di musica, pronto a dimostrare ancora una volta, al mondo dell’arte, cosa significa essere umani.

Sara Iandolo