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LEE NEGIN
"The Cheeze Chronicles: Vol. V"
(Passing Phase, 2014)

Lee NeginLa nuova follia “Technodelica” di Lee Negin, The Cheeze Chronicles: Volume V (realizzata il 20 giugno 2014), la prima Technopera in due atti della storia della musica elettronica, vi terrà certamente svegli! Non appena crederete di aver capito tutto, la musica vi porterà in una direzione completamente diversa. Ma la cosa più sorprendente, oltre alla maestria di Negin, alla sua pura genialità e alla qualità del suono, è che il mondo che crea, pur sembrando apparentemente “assurdo” e “bizzarro”, è molto meno sconclusionato del mondo “reale” che la maggior parte di noi abita. Se lo scopo era quello di evidenziare le assurdità della nostra società e della vita contemporanea, ha colto a pieno nel segno.

“Benvenuti gatti e gattini spaziali, e abitanti del pianeta Terra. State per intraprendere un viaggio che si svolge sul palcoscenico in mezzo alle vostre orecchie”. È l’esordio pronunciato solennemente dagli Alieni/rettiliani/illuminati di quella che può essere considerata la prima Technopera in due atti della storia della musica elettronica, composta, registrata e prodotta da Lee Negin, statunitense di nascita e attualmente residente a Seul, uno dei personaggi più folli e geniali della scena musicale contemporanea, oltre ad essere stato uno dei precursori del post-punk e della cosiddetta “Detroit Techno” negli anni ’80.

Il tema tratta della saga di Cheeze (che per associazione di idee ricorda immediatamente quella di Zero The Hero dei Gong), un singolare e divertente personaggio che Negin ci ha presentato in alcuni brani dei suoi precedenti album Hungry Ghosts (dove The Saga Of Cheeze ci introduce al personaggio e alla storia), The Lunar Collection, Views From the Outer RimTechnodelic Transmission (dove Cheeze Goes E-Mmental descrive l’incontro tra Cheeze e la consorte Wei Lei), e in due concept video: “Cheeze Turns On” e “Cheeze Takes Off” (disponibili rispettivamente ai link: https://www.youtube.com/watch?v=tkDovC2XyLo e https://www.youtube.com/watch?v=GafYnLH9gTs).

Ma chi è Cheeze? Lee risponderebbe a questa domanda nei più disparati modi, probabilmente senza mai dare spiegazioni esaurienti. Perché ciò che conta non è tanto comprendere lo svolgimento di una trama nella sua complessità (come accadde ad esempio nella seconda metà dell”800 nel ciclo in quattro drammi musicali de L’Anello Del Nibelungo di Richard Wagner, che Negin scomoda mettendolo a paragone della sua Technopera con ironia e sarcasmo), ma riallineare la propria rete neuronale e regolare l’apparato del proprio pensiero “usando dei metodi appropriati”. E ciò che manca qui dell’Opera tradizionale è proprio il dramma nel senso etimologico e wagneriano del termine, e quindi l’intreccio e la contrapposizione/risoluzione di situazioni nella quale agiscono, dialogano e si scontrano determinati personaggi, caratteristica tipica di gran parte della produzione artistica della cultura occidentale dalle origini ad oggi. Caratteristica, insieme ad altre del mondo occidentale, dalla quale Negin ha preso le distanze da molto tempo, preferendo ad uno svolgimento diacronico di eventi e circostanze, una concezione sincronica, in linea con una visone circolare tipica di molte culture orientali.

Ad ogni modo si può dire che insieme a Cheeze, un suonatore di tromba degli anni ’30 del Midwest americano (un alter ego di Lee Negin, che pure è americano, trombettista e polistrumentista), c’è la sua compagna Wei Lei, un’affascinante cantante, e gli Alieni/rettiliani/illuminati, che, dopo averli rapiti, li trasformano tramite una sonda anale in avatar, utilizzandoli per esplorare l’universo e mandare messaggi ai terrestri allo scopo di far prendere loro coscienza di quanto siano stupidi e distruttivi i loro comportamenti, e di dar loro le coordinate per risintonizzarsi sulle giuste frequenze, per imparare ad essere felici nel momento presente, a prescindere dagli eventi circostanti. Nel riferimento ai rettiliani da parte di Negin c’è certamente qualcosa che ha a che fare col cospirazionismo, ma anche in questo caso l’ago oscilla sempre tra il serio e un atteggiamento di sfottò, e ogni cosa comincia a diventare qualcosa di completamente diverso da come appare. E allo stesso modo i suoni disposti e amalgamati a strati e spazializzati in otto differenti canali, a un livello qualitativo che si eleva di decine di chilometri dagli standard medi a cui siamo abituati, a tratti sembrano essere infiniti. È una concezione all’avanguardia questa di Negin, che è degna epigona degli insegnamenti di George Martin, il visionario produttore dei Beatles, che qui fanno uno slanciato passo in avanti da un punto di vista sia della concezione che della tecnica. Complice il prestigioso ingegnere Pete Maher (già collaboratore, tra gli altri, di U2, Patti Smith, Rolling Stones, Depeche Mode e Nine Inch Nails) che ha prodotto il mastering finale di un lavoro che per il resto Negin ha realizzato come sempre tutto da solo nel suo studio di Seul, nella tradizione del DIY (Do It Yourself), di cui è stato uno dei precursori. Unico collaboratore oltre a Maher è in questo caso l’artista olografico coreano Juyong Lee, che si è occupato della copertina.

È veramente insufficiente l’utilizzo di due sole casse di amplificazione per ascoltare questo delirio cosmico, dato che i suoni sono pensati per essere potenzialmente ovunque, provenire da ogni dove e prendere possesso del “palcoscenico che si trova in mezzo alle nostre orecchie”: la mente e il suo lato subconscio.

Per quanto riguarda l’aspetto strettamente musicale bisognerebbe fare molte premesse, come accade sempre nei confronti di Negin, ma dato che è già stato fatto ampiamente, ci limitiamo a dire che nell’opera negiana confluiscono quasi tutti i linguaggi musicali esistenti, comprese tutte le culture musicali con cui, nel corso dei suoi viaggi intorno al mondo, l’artista è entrato in contatto, che vengono letteralmente “technodelizzati” e processati da uno stile che è essenzialmente l’unione di un’anima elettronica e una psichedelica, due termini questi ultimi da intendere nel senso più ampio. Non ha importanza rilevare che lì c’è un po’ di questo e un po’ di quello, o che là c’è quell’altro misto a quest’altro. Ci potrebbero essere campionamenti, citazioni di determinati brani o stili musicali, ma cercarle e identificarle una per una non porterebbe da nessuna parte. Anche perché più che di citazioni, ammesso che ce ne siano, si tratta di una delle più alte forme di sincretismo culturale e, in sostanza, di sintesi. Perché qui tutto assume una dimensione diversa e viene fagocitato e deformato dalle strane onde emesse da un universo non paralello e disallineato. Un agire artistico affine ad un’idea di “musica totale” anti-wagneriana, che guarda al millennio futuro più che a quello presente, e che si evolve e si rinnova ad una velocità tale che lo rende irraggiungibile da parte di un’industria che aspira a fagocitare e ad omogeneizzare tutto. Un’evoluzione più che una rivoluzione.

Non siamo più in un’epoca in cui c’è il tempo per spiegare tutto, questo Lee lo sa bene, e probabilmente non ce n’è nemmeno più la necessità. Ciò di cui avremmo bisogno sarebbe ritrovare la nostra natura interiore più profonda e re-imparare a sentire e percepire più che a capire. A dare ulteriormente forza e credibilità a questa ipotesi è il fatto che Negin nel libretto (disponibile nella sezione “New Album” del sito passingphasemusic.com) che riporta i testi dell’album, ha omesso di scrivere numerosi passaggi (così come mancano addirittura i titoli di tre brani), limitandosi a specificare in alcuni casi il linguaggio utilizzato (inglese, cinese mandarino e tedesco, insieme ad un misto di altre lingue “aliene” da lui inventate) e quindi ad indicare la modalità nella quale, volta per volta, dovrà essere impostata l’interfaccia del traduttore universale. Lingue che per questo motivo non vogliono aggiungere informazioni, e quindi generare pensieri, ma indurre solo intuizioni, e, nel migliore dei casi, illuminazioni fulminanti. Quante parole si possono avvertire ai livelli di strato più profondi e siderali, quanti suoni, soprattutto con un buon impianto audio e delle cuffie di livello medio-alto, ma quanti di essi scompaiono immediatamente, senza che li possiamo decodificare e quindi rendere concetti. Eppure ci si accorge, a un certo punto (in genere quando si arriva all’ascolto del brano Catch Your Breath, che non a caso non è menzionato nel libretto), che un inquietante stato di totale disorientamento non sta facendo altro che sintonizzare la nostra anima e i nostri sensi sulle giuste frequenze, quelle che la società chiassosa, idiota, prepotente, subdolamente violenta in cui viviamo spesso ci censura con dei meccanismi di rimozione forzata che però hanno quasi sempre il nostro consenso inconsapevole. Sono le frequenze percettive che attiviamo in uno stato profondo di ipnosi o di trance, o nel cosiddetto “sonno paradossale” della fase REM, o in un stato indotto da sostanze enteogene. Uno stato nel quale in genere siamo pienamente coscienti, ma siamo altrove, immersi nelle nostre immagini interiori. Uno stato di movimento del subconscio, che può rivelarsi come un “good” o un “bad trip”, a seconda di ciò che l’ascoltatore ha dentro. Per questo motivo dall’ascolto della musica di Lee Negin, che agisce quasi interamente a livello subliminale facendo emergere in superficie quello che siamo nella nostra essenza più profonda, possono scaturire sensazioni, vibrazioni o immagini positive, negative o miste, che in genere sortiscono lo stesso effetto: la liberazione, l’attivazione dei nostri ricettori addormentati, e una maggiore consapevolezza. “Troviamo che il settaggio della vostra mente sia troppo nevrotico / siete barbari e psicotici” dicono gli Alieni agli umani attraverso Cheeze. E l’obiettivo degli Alieni è di riequilibrare i campi energetici e psichici (Janus Half-Bakedx).

In alcuni momenti di The Chronicles Of Cheeze, attraverso il viaggio, in maniera molto più esplicita rispetto alla precedente produzione di Negin, emerge una critica socio-politica pungente e impietosa, come avviene nel video del singolo (Let’s Join) The Twit Parade (https://www.youtube.com/watch?v=SWSU62zT1ow), una potenziale hit in stile psycho-trance-dance insieme alla potentissima e corrosiva Just Saying …. È in sostanza la sintesi di tutte le tematiche dell’opera, nella quale, accompagnati dalla bella Betty Boop, osserviamo lo scorrere di immagini che ci vogliono ricordare tutto ciò che di sbagliato e di miserabile ‘’è nel mondo che abitiamo: i regimi militari e dittatoriali, i regimi delle culture tribali e quelli democratici, i più ipocriti e subdoli di tutti; la stupidità, il totalitarismo e l’onnipresenza di certe pratiche pubblicitarie; la pretesa degli esseri umani di ritenersi una razza superiore tra gli esseri viventi del Pianeta, e la loro violenza nei confronti degli animali che schiavizzano per i loro scopi o mangiano senza che ciò sia necessario alla propria sopravvivenza; il conformismo ottuso che rende tutti, o quasi, parte di un oceanico gregge; le conseguenze devastanti del tabagismo, della bulimia, dell’anoressia, della pornografia, della sessuomania, dell’alcolismo, della farmacodipendenza, della tossicodipendenza e di tutti gli altri eccessi a cui siamo portati, in quantità e forme differenti, chi più chi meno; la discriminazione razziale; il consumismo sfrenato che rende la massa che compra simile ad un esercito ben addestrato, e che crea gli squilibri economici, energetici, climatici, sociali e psicofisici che ci stanno uccidendo; la strafottenza di molte donne nei confronti della propria maternità; l’aggressività e la barbarie di certi comportamenti umani che vengono dati in pasto dai mezzi di informazione ai pruriginosi appetiti dei propri utenti; e così via …

Il Telecronista Alieno ci spiega all’inizio di Let’s Go Shopping che “[…] whether a culture is a tribal way of life or a great civilization, it serves its people in the same way … by setting up goals for a way of life through which they can achieve personal happiness if they conform”, cioè, in sostanza che: “sia che una cultura faccia parte di un modo di vita tribale o di una grande civiltà, essa serve il suo popolo allo stesso modo, con la creazione di obiettivi indirizzati ad uno stile di vita attraverso il quale possono raggiungere la felicità personale solo coloro che si conformano”.

Ma alla fine, in Happy Trials To You (Until We’re Meat Again), il Comandante Alieno, Wei Lei e Cheeze danno all’ascoltatore le coordinate per liberarsi dai condizionamenti, per essere veramente se stesso, smettere di farsi del male ed essere felice adesso. Coordinate tanto semplici e naturali quanto ritenute scontate e banali dai più, e quindi non viste, né sentite, né vissute mai.

Ci auguriamo che entro l’anno prossimo Negin possa dirci tutto questo di persona, in occasione di una tournée europea che probabilmente lo vedrà approdare anche in Italia, per uno spettacolo che si spera possa mettere in scena almeno in parte le “Cronache di Cheeze”, magari in 5D, “until we’re meat again.

Gianmaria Consiglio

SOPHYA BACCINI’S ARADIA
"Big Red Dragon"
(Black Widow, 2013)

Sophya Baccini's AradiaSembra paradossale, eppure i versi di William Blake, uno degli artisti più influenti degli ultimi duecentocinquant’anni, sono “il corpus poetico in lingua inglese meno letto”, per citare il critico letterario Northrop Frye. E infatti raramente gli sterminati riferimenti al suo mondo visionario sono stati appropriati, degenerando spesso nel kitsch e nel ridicolo. In questo campo minato si muove e si distingue l’album Big Red Dragon di Sophya Baccini, il secondo senza i suoi Presence. Significativa, considerato il precedente Aradìa del 2009, è la scelta della cantante napoletana di legare al suo nome quello di Aradia, un organico in gran parte femminile, e di coinvolgere ospiti prestigiosi come Christian Decamps degli Ange, Sonja Kristina dei Curved Air, Lino Vairetti degli Osanna e Steve Sylvester dei Death SS.

Si tratta infatti di un’opera collettiva, concepita come un musical, o un melodramma rock, che per la prima volta si ispira non a un testo, ma ai quadri dipinti da Blake a commento dei suoi libri, della “Bibbia” e della “Divina Commedia”, che, associati ognuno ad un brano musicale, creano di fatto una trama. E la scelta del trillo e del rullo di tamburi di William pare annunciare infatti l’apertura di un sipario. Le influenze e i rimandi musicali di Big Red Dragon sono composite ma sempre coerenti. Emergono ad esempio echi del “folk apocalittico” di Death in June e Current 93 nel dialogo tra Eva e il serpente (While He’s Sleeping), in Love Of Hecate e nel memorabile La porta dell’Inferno. I Comus sono udibili in Satan, e le musiche dei film di Carpenter nell’intro di Just. Echi floydiani sono presenti un po’ ovunque, e l’impronta metal della chitarra di Chicco Accetta lascia ovunque il segno. Meriterebbe una rappresentazione teatrale Big Red Dragon, e basterebbe già da sola la prog/operà/chanson Au Matín Du Premier Jour, scritta e interpretata con Christian Dècamps degli Ange, se non fosse seguita da Beatrice, aria estatica e mozzafiato, e se in chiusura non ci aspettasse una celestiale rilettura di Jerusalem, inno musicato da Sir Hubert Parry su testo di Blake. È una perla Big Red Dragon, destinato a lasciare il segno, e una versione in LP Deluxe contenuta in un vero e proprio quadro da appendere sarà una ghiotta tentazione per i collezionisti e gli appassionati.

Gianmaria Consiglio

BAUHAUS
"Bela Lugosi's Dead"
(Small Wonder, 1979)

BauhausAgosto 1979, l’etichetta indipendente britannica Small Wonder pubblica il primo singolo di una band emergente di Northampton che porta il nome di una scuola d’arte e di architettura tedesca dei primi del ‘900, fondamentale per tutti i movimenti d’avanguardia e d’innovazione a venire: la Bauhaus. Il lato A conteneva una delle incisioni più dirompenti, più scioccanti, più sconcertanti del XX secolo: Bela Lugosi’s Dead. Forse solo da allora, molto più che con i Sex Pistols & Co., si comprese definitivamente che non c’era più niente da ridere, e che i sogni, le utopie e le promesse della “flower generation” erano falliti, e non erano stati mantenuti. E così si cominciò a parlare di un nuovo movimento, o addirittura di una sottocultura, di un nuovo genere musicale, e soprattutto di un nuovo stato esistenziale giovanile, identificato con il termine “gothic” (in Italia noto anche come “dark”), figlio del punk, ma agli antipodi nelle intenzioni. E Bela Lugosi’s Dead, registrata a quanto si dice in presa diretta, buona la prima, ne divenne il manifesto. Certamente Bela Lugosi’s Dead non fu il primo esempio musicale ispirato ad una cultura decadente e “maledetta” e interessato al lato oscuro, tenebroso, macabro e morboso dell’animo umano (perfino nella tanto detestata – da parte dei punk – musica progressive ce n’erano stati numerosi esempi), ma a differenza dei suoi precedenti “simili” non dava alcuna possibilità di replica, e come un buco nero fagocitò tutto, e cancellò 25 anni di popular music. Mai prima di allora una canzone (utilizziamo questo termine solo per convenzione, e per intenderci) era stata costruita in questa maniera. Non esistevano precedenti.

Non era una novità l’utilizzo di una figurazione ritmica ossessiva e invariata dall’inizio alla fine, ma qui era l’intenzione a fare la differenza. Perché il nevrotico e impassibile tempo di batteria, che è un singolare incrocio tra il reggae e la clave di son di una bossa nova, rimane invariato per tutto lo svolgimento del brano (circa 9 minuti e mezzo) allo scopo di creare tensione, attesa, suspense e stato d’ansia più che di ipnotizzare l’ascoltatore. Il massiccio utilizzo di effetti come il delay e la variazione dei suoi moduli di velocità ad opera probabilmente dei tecnici in fase di registrazione, la distorsione, il riverbero e quant’altro, il basso funereo, ossessivo e tenebroso, la chitarra lancinante e indisciplinata, la voce monodica e minacciosa, più che riprodurre uno stato alterato della mente, vogliono creare une senso generale di sconcerto, atrocità, scempio, efferatezza. Insomma tutto vuole descrivere un ideale funerale di Bela Lugosi, il «Conte» Bela Lugosi – l’attore che aveva impersonato Dracula troppe volte, e che si era immedesimato con il personaggio al punto tale da perdere il senso della propria identità – come la teatrale messa in scena di sabba con pipistrelli, riti sacrificali e spose vergini. E tutto funziona in virtù di un particolare meccanismo di accumulo delle parti, che non risolve e non si distende, tenendo l’ascoltatore in uno stato esasperato di allarme e fibrillazione, preparandolo al peggio, ma senza svelarglielo.

Altro elemento peculiare di Bela Lugosi’s Dead è il senso dello spazio e l’utilizzo dei vuoti e delle pause che diventano parte integrante e funzionale della sua struttura, una struttura ferrea, di là delle apparenze. Infatti il brano, costruito essenzialmente su tre accordi, con un andamento ritmico sempre uguale e su quanto di più fastidioso possono creare una chitarra, un basso e una batteria, è caratterizzato da una logica granitica, anche se allo stesso tempo labile e sfuggente, nel senso che il suo flusso continuo è in realtà suddiviso in una serie di microsezioni che sono interrelate e funzionali al suo senso complessivo, e che per questo motivo vanno rispettate a menadito. Così ci sono i momenti in cui i musicisti devono star fermi, quelli in cui chitarra e basso devono muoversi nello spazio centellinando gli interventi per tenere alto il livello di tensione, quelli in cui invece bisogna sbracarsi e produrre i suoni più molesti, quelli in cui il basso deve effettuare in un preciso momento una microvariazione per accrescere il livello di drammaticità, quelli in cui chitarra e basso si devono allineare, quelli in cui, oltre alle strofe, la voce deve intervenire, e quelli in cui deve avere il buon senso di tacere. E se solo uno di questi elementi non funziona alla perfezione, l’intera struttura cade. Ed è facile farsi prendere la mano e fare di tutto questo un gran casino.

Questo è il motivo per cui sono pochi quelli che si sono cimentati a reinterpretare questo brano, e quasi sempre, tranne alcune eccezioni, il risultato è stato deludente. Al punto che gli stessi Bauhaus non sono sempre riusciti a riprodurre dal vivo Bela Lugosi’s Dead come si deve. Dall’incisione di questo capolavoro in poi sarebbe iniziato per i Bauhaus un percorso in ascesa alla conquista del successo e di sempre maggiori consensi, con altri capitoli degni della massima attenzione, si pensi al primo album In The Flat Field dell’anno successivo. Ma la band non sarebbe stata più in grado di eguagliare i livelli di Bela Lugosi’s Dead, trasformandosi sempre più in una parodia di se stessa, preoccupata sempre più dell’aspetto scenico, del make-up e in definitiva degli aspetti più esteriori del mondo e dello stato esistenziale che rappresentavano, a scapito dell’arte e della sua sostanza.

Gianmaria Consiglio