BOB DYLAN “LIVE”
“ROUGH AND ROWDY WAYS – WORLD WIDE TOUR 2021-2024”
(Lucca Summer Festival, 6 Luglio 2023)

Rough And Rowdy Ways (Columbia Records) album del 2020 di Bob Dylan uscito in piena pandemia è il titolo anche del tour mondiale (world wide tour) che ha fatto tappa in Italia per alcune serate. La locandina del concerto recita nei titoli di testa “Le cose non sono com’erano”, in primo piano uno scheletro vestito alla moda di inizi ‘900 con tanto di cilindro in testa, papillon e fiore appuntato sulla giacca, guarda attonito lo spettatore, reca in mano una scatola con dentro delle rose per una presunta fidanzata, nell’altra mano impugna una siringa. Una coppia di ballerini si muove in uno slancio di passione, mentre sullo sfondo si staglia l’ombra inquietante di un uomo impiccato. Ricorda un po’ l’immaginario dei romanzi noir e le storie dei grandi criminali del secolo passato, “Bob Dylan nelle ruvide e turbolenti vie di un giro del mondo 2021-2024” recitano ancora i titoli del manifesto. È una bella locandina, quasi un rebus e come biglietto di presentazione del tour si presta ad innumerevoli interpretazioni, ma è già un’indicazione chiara di quello che sarà il concerto, ovvero la presentazione dell’album uscito nel 2020 Rough And Rowdy Ways dove Dylan racconta storie di fuorilegge, vagabondi, ladri, gangster e peccatori. Un disco pieno zeppo di citazioni e nomi dove si esime dall’offrire parole di conforto all’ascoltatore e presenta i tempi difficili di un’America dei nostri giorni, profonda e misteriosa che si riflette nelle sue strade desolate.

Del resto in questi giorni si è scritto e si è letto di tutto negli articoli dedicati ai concerti di Milano, Lucca, Perugia e Roma, a partire dalle polemiche sul divieto di usare i telefoni o dell’assenza di megaschermi (ormai onnipresenti in quasi tutti gli spettacoli dal vivo), dalle accuse di persone che si sono annoiate, altre addirittura addormentate, fino alle solite lamentele di una scaletta che non prevedeva i successi del passato. Ma veramente c’è chi è andato al concerto di Bob Dylan pensando di ascoltare Blowin’ In The Wind o Knockin On Heaven’s Door?
Qualcuno sostiene che siccome ha pagato un bel biglietto da € 100 ha il diritto di reclamare che un artista come Dylan soddisfi le aspettative del pubblico trasformandosi in una specie di juke box da strada con tanto di scimmietta sulla spalla. A chi non sarebbe piaciuto sentire i grandi classici del passato dal vivo, questo è fuori discussione, ma un musicista non può essere ridotto ad una sorta di celebrazione continua del suo stesso mito, rifacendo sempre le stesse cose, men che meno Bob Dylan, che rimane un artista sintonizzato con la nostra contemporaneità, con la società in cui vive, quell’America che viene riflessa appunto nelle storie del suo ultimo disco. Ed è proprio di questo che si tratta: Bob Dylan guarda avanti nonostante l’età, non si crogiola nel glorioso passato (non lo ha mai fatto) come vorrebbero schiere di fan malinconici e appare molto più giovane artisticamente di tanti altri musicisti nati e cresciuti dopo di lui. Premio Nobel per la letteratura, musicista complesso e intelligente, colto e raffinato pittore con una tecnica incredibile, scultore e creatore di potenti opere in acciaio saldato, un artista che ha attraversato la sua vita, i suoi drammi, le sue passioni, le sue cadute e le sue riprese fino alla sua conversione, un artista che ha sempre riflettuto sulla condizione dell’esistenza umana. Un cronista del proprio essere e dei propri tempi, un osservatore acuto che tramite il proprio lavoro ci ha dato la possibilità di capire noi stessi e i tempi in cui viviamo.

Noi di Frastuoni abbiamo assistito allo spettacolo che apriva in contemporanea anche le celebrazioni per i 25 anni del Lucca Summer Festival in cui Dylan era il primo ospite in cartellone e per sfatare ogni dubbio possiamo dire fin da subito con grande enfasi di aver assistito con gioia, ammirazione ed orgoglio ad un concerto eccezionale. Siamo arrivati con zero aspettative e per noi è stata una benedizione il fatto che non ci fossero telefonini a disturbare la visuale né invadenti megaschermi, perché siamo convinti che la musica sia comunicazione di idee che il musicista ha immesso nelle proprie canzoni, passaggio di energia da un cuore ad un altro cuore. Finalmente l’immagine digitalizzata viene messa da parte per lasciare il posto solo alla musica, un’operazione vincente in questo caso, che ha il potere di esaltare un artista come Bob Dylan. Una scenografia minimalista con un telone nero che formava delle colonne in stoffa a ricoprire in altezza tutta l’impalcatura in ferro. Quando inizia lo spettacolo e la band arriva sul palco tutti vestiti di nero, si accendono delle luci rosse che inondano lo spazio, ricreando l’immagine calda e passionale di un club di musica jazz degli anni ’30 del ‘900. Atmosfere musicali che ci riportano al blues di Chicago, al sound caldo e vibrante di Nashville, il rock’n’roll di Memphis fino alla barrel house music tipica dei saloon, dei juke joint ed altri luoghi tipici della prima metà del XX secolo. La voce di Dylan sgraziata e stridente con un tipico slang americano a volte sussurrata e incerta arriva ad essere nitida e vibrante in alcuni passaggi come siamo stati abituati a sentirla nei dischi, l’emozione allora si fa forte e il cuore ci batte in gola. È proprio lui di fronte a noi, in piedi appoggiato dietro al pianoforte per tutto il tempo del concerto, è un Dylan magnetico che saluta il pubblico con dichiarazioni d’amore alla fine di alcune canzoni e che ci ha donato un’ora e mezzo di strepitosa musica a dispetto dei suoi 82 anni.

Tony Garnier al basso e contrabbasso e vero angelo custode di Dylan in questi ultimi anni, Jerry Pentecoste alla batteria, Bob Britt chitarra, Doug Lancio chitarra, Donny Herron fisarmonica, violino, mandolino elettrico, pedal steel guitar e lap steel guitar, formano una band di professionisti che si stringe intorno al proprio leader ricordando quegli spettacoli del passato dove nessuno dei musicisti si dava arie da primadonna.
Si parte con Watching The River Flow, un blues uscito come singolo e rintracciabile nella raccolta Greatest Hits Vol. II del 1971, poi subito dopo Most Likely You Go Your Way And I’ll Go Mine da Blonde On Blonde (1966) e la bellissima I Contain Multitudes che inaugura la serie delle 9 canzoni dell’ultimo album intervallate da When I Paint My Masterpiece da Greatest Hits Vol. II (1971), pubblicata da The Band nel loro disco Cahoots. I’ll Be Your Baby Tonight dall’album John Wesley Harding (1967), To Be Alone With You estratta da Nashville Skyline (1969), Gotta Serve Somebody dal disco Slow Train Coming (1979), West L.A. Fadeaway, cover degli eroici Grateful Dead (In The Dark, 1987) ed Every Grain Of Sand dall’album Shot Of Love del 1981 che chiude il concerto con un solo di armonica che spezza definitivamente i nostri cuori e ci lascia frastornati quando il menestrello di Duluth si presenta con gambe tremanti a salutare il pubblico insieme alla band. Insomma non vi basta la fortuna di aver condiviso con Bob Dylan un’ora e mezza della vostra vita ad ascoltare le sue canzoni e a partecipare ad un evento che rimarrà nella storia della musica contemporanea? Meditate gente, meditate.

Andrea Masiero

 

Bob Dylan

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Every Grain Of Sand (Lyon, 29/6/2023)

Crossing The Rubicon (Madrid, 7/6/2023)

Only A River, audio (Roma, 9/7/2023)

When I Paint My Masterpiece, lyric video (Roma, 9/7/2023)

Black Rider, audio (Lyon, 29/6/2023)