RUBBLE
"The Farewell Drugs"
(Latino Buggerveil, 2011)

RubbleI Rubble sono l’ultima creatura partorita dalla mente di King Coffey, un musicista che credo non abbia bisogno di presentazioni per i trascorsi nei Butthole Surfers caratterizzandone il suono con le sue trame percussive lungo tutti gli anni ’80. Venuti al mondo nel lontano 2003 in quel di Austin (Texas), per volere, oltre che del nostro, di Tom Carter, Bobby Baker, Matt Turner e Craig Stewart, dopo un sottile cambio di line up in cui Tom Carter lascia il posto a Shawn David McMillen, si assestano in un quintetto che giunge all’esordio discografico solo tre anni or sono, nel 2011.

Senza smentire le radicate tradizioni della loro terra di origine i Rubble saturano questo The Farewell Drugs di dilatate sonorità rumoristico-psichedeliche oltre che di molteplici altre stramberie. La copertina dal forte impatto visivo, ai limiti del disgustoso, qualche indizio lo da, con quella sua massa cerebrale ben in vista che pare essere venuta fuori dalla scatola cranica per essere stata sottoposta a chissà quali “disturbi”. L’album contiene dieci brani di cui solo tre cantati mentre i restanti sette si inerpicano lungo sentieri sonori impervi dal quale se ne diramano altri e da questi altri ancora al punto da perdere totalmente la bussola e restare tramortiti dal magma sonoro risultante. Fin dalle prime possenti battute di Cigarette Rabbit, brano di apertura, si dischiuderanno davanti ai nostri occhi le influenze più marcate della band pescate nella new wave malata e urticante dei Chrome e dei Pere Ubu. Ma soprattutto i primi ricorrono con maggiore frequenza, vedi On The Road South e It’s So Easy, quest’ultima presa in prestito da un EP del 1980 di Willy De Ville. Sonorità acide si susseguono invece nella melmosa Tom Of Midland, nella distorta Kangchenjunga, dove padroneggia uno stoner cadenzato e in You Can’t Ever Come Down, altra cover questa volta della misconosciuta creatura sixties Joe Byrd And The Field Hippies. Non mancherà, lungo il viaggio, un piccolo e deragliante omaggio agli Stooges in White Melt mediante un ricalco dell’inconfondibile riff della loro I Wanna Be Your Dog. Gli unici brani in cui la nostra “massa cerebrale” troverà conforto saranno solo quelli di chiusura dei due lati dell’LP (Southside Ashes, la velvettiana Old Dominion e Grey At Grace), veri e proprio trip liquidi ed ipnotici dove la band sembra trasferire i propri incubi in oriente, pur navigando per mari bui e minacciosi, grazie ai tocchi etnici del violino e della kalimba di tale Ralph White.

The Farewell Drugs è un album all’insegna del rumore, pregno di suoni disturbati e terrorifici, dai battiti potenziati e dall’anima malsana profondamente visionaria come pochi hanno saputo fare negli ultimi anni.

Salvatore Lobosco