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I.P.SON GROUP
"S/T"
(Ultima Spiaggia, 1975 - Black Sweat, 2016)

Le poche copie originali di questo unico e raro album del ’75 degli I.P.Son Group, pubblicato dall’illuminata label milanese Ultima Spiaggia, girano tutte tra i cento e i duecento euro. Nati a Milano nel 1973 dalla combinazione di tre musicisti italiani (Marco Rossi alle chitarre, Marco Merilli ai fiati, Alberto Tenconi al basso) e due africani (Nick Eyok e Mohammed El Targhi alle percussioni) dopo varie esibizioni e collaudi entrano in studio e lo stesso anno incidono questo loro unico, omonimo album. Ma il disco, per varie vicissitudini, vide la luce solo due anni dopo, che si riveleranno però fatali, anche perché erano già stati pubblicati, intanto, dischi con le medesime intenzioni e sonorità musicali (Aktuala, Nadma, Tony Esposito, Napoli Centrale) che prevedevano fiati, principalmente sax e flauti, su percussioni dalle strutture ritmiche aperte e afro(beat). Nelle nove tracce dell’album, dai titoli esoterici come Al Sabri, Sahara e Fatimah si innescano ascensioni free(jazz) su sonorità che oggi chiameremo world o ethno, ma il quintetto non disprezzava nemmeno riferimenti ad armonie mediterranee come nel brano iniziale Raggio Di Sole o mantra salmodiati in lingua e stile tipicamente africano da Nick Eyok, A Ny e soprattutto la suggestiva I Sing The Dawn. Il disco si rivelò alla sua uscita immediatamente, quanto immeritatamente, un flop commerciale, soprattutto per le ragioni temporali sopra indicate, cosa che provocò non pochi problemi all’etichetta del povero Ricky Gianco, nonostante le sue peculiarità, furono i primi infatti e forse l’unico gruppo di tutti i ’70 ad anticipare e sperimentare una vera fusione tra musicisti europei e musicisti di origine africana. Per anni fuori catalogo, ecco spiegato il motivo che ha fatto lievitare i prezzi delle introvabili stampe originali del ’75, e mai ristampato per più di quarant’anni, nemmeno in CD. Ci ha dovuto pensare, per fortuna, l’anno scorso l’italiana Black Sweat Records, con tanto di inserto accluso. Credo sia una buona occasione per gettare un “orecchio” ai nostri anni ’70 che, con dovute precauzioni in merito, hanno visto la genesi di musicisti e gruppi intenti ad abbattere, sovvertire e rifondare generi, nonché “forma e sostanza” musicale.

Giuliano Manzo

MATTEO TUNDO
"Zero Brane"
(Aut, 2016)

Matteo TundoIl chitarrista Matteo Tundo, ancorché giovanissimo, dimostra in questo suo primo lavoro, pubblicato a fine 2015 per la berlinese Aut Records, una conoscenza e un approccio alla sua (anti)materia musicale di cui tratta l’album davvero notevole e di riguardo. Nel comporre Zero Brane e approdare alla sua “realtà senza dimensioni” l’autore si è basato, come lui stesso tiene ad informarci, su alcuni concetti di fisica e più miratamente allo studio della “teoria delle stringhe”, in un percorso artistico di circa tre anni.

L’album esplora vari registri compositivi, si spinge in diversi territori, dall’elettronica al free jazz tout court, come accade più compiutamente in Owls And Mistakes. Si apre con la crimsoniana Moonog, prosegue con l’affascinante e oscura elettronica, senza concessioni, del pezzo che da il titolo all’album tra echi del Davis dei ’70 più irriverente e ascetico, Idea, e sprazzi e tratti di avanguardia pura dal titolo inequivocabile, Symmetries Of The Universe. Nei trequartidora dell’album Matteo Tundo, accompagnato da Emanuele Parrini (viola, violino), Piero Bon (sax alto, clarinetto), Simone Graziano (fender rhodes), Matteo Giglioni (batteria) e Alessio Riccio (elettronica) allestisce, frame by frame, un corpo elettrico per nulla marginale, generato da un magma sonoro gestito nei suoi passaggi/paesaggi fatti di sinergie “concettuali”. Metodico ma al tempo stesso poco schematico, dando rilievo e risalto più a violino e sax che al suo strumento d’appartenenza che approderà a quella Antimateria, che rappresenta, anche ideologicamente, l’epilogo e la chiave di lettura dell’intera filosofia tundiana.

Zero Brane è sicuramente tra i risultati più concreti della odierna scena progressive/sperimentale italiana, con un orecchio rivolto ai frutti migliori dell’avanguardia compositiva europea degli anni ’70. Sarà interessante vedere come evolverà nel futuro lo stato artistico/compositivo della sua musica e soprattutto come sarà capace di investire il suo patrimonio creativo, sperando che non rimanga incastrato in certi “vizi” e cliché, ma si tratta di un pericolo nel quale il musicista potentino non credo corra il rischio di imbattersi, data l’intelligenza e l’acume dimostrati in questo suo primo ottimo concept album. Consigliato a tutti coloro che ancora serbano in animo e soffiano sul fuoco sacro dell’improvvisazione jazz free form.

Giuliano Manzo

MAX FUSCHETTO
(Napoli, 16 aprile 2016)

Max FuschettoMax Fuschetto e il suo fedele ensemble sembrano oramai avere un seguito di appassionati stimatori, che fanno in modo che il quartetto possa vantare il sold out nei suoi appuntamenti live in giro per la Campania e fuori. Ci mettiamo un pò per trovare il Music Art di Napoli, del resto è sabato sera e via Chiaia è già abbastanza frequentata, anche se è ancora presto, poi, dopo aver provato a chiedere, riesco finalmente a trovarlo. Il concerto è appena iniziato, sul palchetto, provvisto di pianoforte a coda, ci sono Max Fuschetto all’oboe, Pasquale Capobianco alla chitarra, Valerio Mola al double bass e Pasquale Rummo alla batteria. Conosco Max da un annetto, ovvero da quando ho recensito il suo secondo ottimo lavoro Sùn Ná per le pagine di Frastuoni, inviatomi dal suo ufficio stampa, la preziosa Synpress di Donato Zoppo lo scorso anno e da allora, anche attraverso un’intervista, ho avuto modo di conoscere meglio il musicista e compositore. La sua musica può essere jazz, ma non mainstream, ambient, ma anche no, musica da camera, ma non propriamente accademica e il concerto del 16 al Music Art non ha fatto altro che confermare tale trasversalità.

Soliloquia apre la serata, si tratta di un inedito, riadattato dai sacri canti Gregoriani, per solo oboe con sottofondo profano e visionario, un viaggio di solo andata per terre lontane, che continua con Oniric State Of Mind, il brano che apre il suo ultimo lavoro Sùn Ná, senza la voce della Pelilli, pezzo dalla struttura complessa, che in quartetto acquista ancora più forza ed espressività e grazie al lavoro del double bass di Valerio Mola riesce a diventare agile e jazzato. Una breve presentazione di Max poi ci introduce alla silloge arbereshe, rilettura di tre brani d’origine e cultura arbereshe, che lo vede alle prese con un intro al piano di derivazione jarrettiana. I successivi venti minuti sono un excursus in vari territori musicali, con l’entrata della chitarra liquida dal suono originalissimo di Capobianco e tutta la band che gira a livelli davvero alti, voli pindarici di Max e un grande assolo centrale del chitarrista. Valle Valle chiude la trilogia, è uno dei brani più intensi, proviene da Popular Games del 2009, rivisitato e senza tema, solo con l’accompagnamento strumentale, sembra rinato e vivere di propria luce. Blues In Fa Per Oboe E Contrabbasso invece è un duetto, un interplay tra Max e Valerio che mette in risalto la bravura e la conoscenza musicale dei due musicisti. Dopo una breve pausa di ristorazione, per il pubblico, il concerto riprende con una Salterello più scarna di quella in studio, ma ugualmente evocativa, seguita subito da un intro granitico del contrabbasso di Valerio Mola che dapprima spiazza, poi lascia pochi dubbi, si tratta di National Anthem, avete letto bene, proprio il pezzo dei Radiohead, una grande rivisitazione, che mette in risalto l’acquisita versatilità del quartetto, con sezione ritmica dell’altro Pasquale (Rummo) in gran spolvero, Max a tracciare il tema col suo strumento ed il solito gran lavoro “onirico” di Capobianco. In chiusura c’è anche posto per un’altra cover, più “leggera” e mediterranea, Chi Tene O Mare di Pino Daniele. È passata già ampiamente più di un’ora dall’inizio del concerto, c’è solo il tempo per due suggestivi classici, oramai, del loro repertorio, Harsh Voices e Portami Con Te, provengono entrambe dall’album di debutto di Fuschetto, ma l’ultima rivista e risuonata anche in Sùn Ná e penalizzata, in questa occasione, solo dalla brevità della durata, dovuta a questioni di orario.

Stavo dimenticando di dirvi che questo evento live aveva un nome, scelto dal gruppo, “Correnti Elettroacustiche”, beh credo che non potessero scegliere nome più appropriato, data l’energia profusa durante il concerto. L’ensemble sta girando molto in questo periodo, anche per consolidare la nuova “forma”, se vi capita di poter assistere ad un loro live in giro, non lasciateveli scappare, rappresentano quanto di meglio la scena musicale italiana possa oggi offrire.

Giuliano Manzo