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MATT GIMMICK
“Detroit Renaissance ’79”
(Earthbound, 1979 – Hozac, 2019)

Ogni tanto la nostra amata Hozac stacca la spina con il presente e sale sulla macchina del tempo per riportarci in un glorioso passato alla riscoperta di qualche chicca dimenticata, o forse mai conosciuta, come questo EP del ’79, primo ed unico atto dei Matt Gimmick, già tutto nel titolo: Detroit Renaissance ’79. Non aspettatevi però punk/wave et similia, qui è il “burning” sound della Motor City che viene spudoratamente omaggiato con un particolare occhio di riguardo per gli Stooges, all’epoca molto seguiti dai nostri, due cavalli di battaglia dei quali vedono qui la luce per la prima volta in veste ufficiale dando al 7″ anche un certo valore storico. L’impronta personale della band non manca nelle quattro tracce incendiarie che lo compongono tra martellate r’n’r (Detroit Renaissance ’79), schitarrate rocciose dai rimandi Sonic Rendezvous Band (Rag, Ya Don’t Want My Name) ed una voce velenosa che non di rado fa il filo all’iguana (Cry). I vari Hellacopters, Turbonegro e Glucifer saranno, per forza di cose, dovuti passare di qui nelle loro puntate alla Detroit dei tardi ’60.

Salvatore Lobosco

COZY
"Button By Button"
(Hozac, 2014)

CozyCi sono solo due cose che dovete sapere riguardo ai Cozy, sono estremamente sexy ed hanno un sound decisamente accattivante. Si lo so, il disco uscito nel 2014 non è recentissimo ma vale la pena spenderci due parole. I Cozy sono quattro vivaci giovanotti provenienti da Minneapolis, prodotti da una delle migliori etichette indipendenti americane: la Hozac Records. Con il loro album di debutto Button By Button, hanno catturato il cuore dei fan di tutta la terra scatenando una vera e propria cozymania grazie ad un disco totalmente fuori dal tempo. Con un piede saldamente piantato negli anni ’70 e l’altro ben ancorato nel presente, questi ragazzi suonano un power pop/glam di alto livello che non è affatto facile da proporre se non si possiedono classe e sfacciataggine. Il disco è davvero fortissimo: chitarre taglienti, armonie woozy e ritornelli cantati vi cattureranno e faranno dei Cozy il vostro cavallo di battaglia, perfetto per scatenarvi in serate puro stile “toga nerd party”. Non si trova una sola canzone banale o che non valga la pena essere ascoltata, il gusto per il glam inglese anni ’70, il richiamo a band come Sweet e T-Rex, o come The Raspberries o più attuali come i Giuda sono presenti in tutto il disco ma scordatevi lustrini e pailette, denim e pose demenziali sono quanto bastano per farsi notare come del resto lo è l’album stesso: originale, divertente e senza pretese. Fatevi un favore quindi, andate a prendervi questo disco perché sarà la cosa più sensata che avrete fatto negli ultimi mesi.

Dating, dancing, and denim.

Mattia Camporesi

CHROME CRANKS
"S/T"
(PCP Entertainment, 1994 – HoZac, 2015)

Chrome CranksSospesa per un attimo la caccia alle nuove leve sparse per il mondo, la HoZac decide di volgere lo sguardo al passato e tira fuori dallo scaffale, a vent’anni dalla sua comparsa, questo omonimo esordio dei Chrome Cranks, indubbiamente tra i più velenosi dell’ultima decade del secolo scorso. La band, nell’arco della sua breve carriera, ha portato alle estreme conseguenze quel revival del country blues inaugurato dai Cramps, passato attraverso i vari Gun Club, Scientists e Birthday Party, stravolto dagli Honeymoon Killers e calpestato dalla bassa fedeltà dei Gories. Il bassista dei nostri, tale Jerry Teel, personaggio caustico e graffiante come pochi, la cui carriera ricorda un po’ quella di un altro errante del blues, Jon Spencer, non a caso i destini dei due si sono sovente incrociati (Honeymoon Killers, Cheater Slicks), è considerato uno dei padri indiscussi di quel “lo-fi punk blues” che ha tacitamente infiammato il sottobosco musicale americano degli anni ’90.

Nelle dodici tracce inedite, dal gusto “retro” ma dal fetido odore metropolitano (i nostri provengono da New York), che compongono l’album, nonostante la chitarra tagliente non si risparmi di inferire tagli profondi, è il basso gestito da Teel ad imprimere il marchio di fabbrica, conferendo loro un aspetto spesso inquietante e sinistro. Le prime battute del brano di apertura, Dark Room, chiariscono immediatamente le dosi massicce di Gun Club che i nostri devono aver ingerito, arricchite da incursioni Stooges che i vari effetti per chitarra, gradualmente introdotti, rendono sempre più deraglianti. Nell’incedere malato e melmoso della successiva Subway Man, emerge l’altra loro influenza parimenti marcata, i Birthday Party, con tanto di vomitate, in pieno stile Nick Cave, sulle sei corde letteralmente grattugiate. I Gories invece ricorrono, in maniera quasi calligrafica, sia in Lo-End Buzz, accompagnati ancora da sottili graffi Stooges sullo sfondo, che nel devastante brano di chiusura, Party’s Over, mentre lo spettro dei Cramps aleggia soprattutto nel fraseggio country, di fianco a Gun Club e Scientists, dei due garage rocciosi e corrosivi Driving Bad e Drag House o nell’incedere malsano, che nel finale va a schiantarsi con deliranti conseguenze, di Eight-Track Mind.

Chrome Cranks resta uno degli esempi più abrasivi e personali di approccio alla materia blues che la storia del genere ricordi, approfittate, quindi, di questa deliziosa ristampa (le copie vendute solo per corrispondenza, sono arricchite di un 7” con una versione di Little Johnny Jewel dei Television mai uscita su vinile prima d’ora, mentre le prime 200 di quelle destinate al mercato sono corredate di poster) per portarvi a casa un indubbio pezzo di storia.

Salvatore Lobosco