Il New York Times commemorando Robbie Robertson ha titolato: “Il songwriter canadese che ha catturato lo spirito americano … come compositore e chitarrista leader di The Band ha offerto una rustica visione della sua nazione adottiva ed ha aiutato ad ispirare il genere che si sarebbe chiamato Americana”. Come non condividere senza esitazioni queste parole, se si pensa che Robbie Robertson e The Band attraverso 7 album in studio (Music From Big Pink – 1968, The Band – 1969, Stage Fright – 1970, Cahoots – 1971, Moondog Matinee – 1973, Northern Lights, Southern Cross – 1975, Islands – 1977) riscoprirono in tempi non sospetti le profonde radici della musica americana e del rock: country, bluegrass, soul, gospel, blues, fondendole in un unico straordinario crogiuolo artistico. Del genere “Americana” le cronache musicali avrebbero iniziato a parlare negli anni ’90.

Robbie Robertson era il compositore più fecondo della Band: sue sono song ispiratissime ed immortali come The Weight, The Night They Drove Old Down, Up In Cripple Creek, Acadian Driftwood, It Makes No Difference, che mescolano magistralmente umori rurali, pop, soul, gospel, veri gioielli musicali incastonati nel songbook americano di tutti i tempi. The Band agli inizi si chiamavano The Hawks e con loro, guidati da Ronnie Hawkins, il chitarrista/cantante Robertson si era fatto le ossa: The Hawks e Robertson ebbero poi il merito unico e storico di accompagnare Bob Dylan nei concerti della sua svolta epocale dal folk acustico al folk-rock elettrico della seconda metà degli anni ’60. Sono presenti anche nel suo doppio capolavoro elettrico del 1966 Blonde On Blonde. Si può dire che il folk-rock sia stato inventato a tutti gli effetti dalla magnifica triade americana The Byrds – The Band – Bob Dylan. Durante la preziosissima collaborazione con Bob Dylan, The Band registrerà con lui nel 1967 i fondamentali The Basement Tapes, che saranno pubblicati ufficialmente solo nel 1975. Dirà Robertson: “Fu Bob Dylan ad introdurci a quel mondo di ballate e canzoni fuori dal tempo, a farci entrare in quella “repubblica invisibile” di storie e personaggi dimenticati”. Nel 1974 Robbie Robertson era apparso nell’album di Bob Dylan Planet Waves.

L’altro grande nome con cui Robbie Robertson intreccia i suoi destini artistici è il regista Martin Scorsese, che diresse The Last Waltz, l’epocale film-concerto di addio alle scene della Band. Il concerto risale al 1976, il film uscì nel 1978: vi parteciparono nomi grandissimi, Joni Mitchell, Bob Dylan, Neil Young, Van Morrison, Eric Clapton, Muddy Waters, Emmylou Harris, Dr. John, Ringo Starr, Paul Butterfield, Ron Wood, Neil Diamond etc … Robertson continuò a collaborare negli anni seguenti con Scorsese componendo e supervisionando colonne sonore per alcune sue pellicole: “Toro Scatenato”, “Il Colore dei Soldi”, “The Departed”, “The Wolf of Wall Street”, “The Irishman”.

Nel 1987, dieci anni dopo aver terminato la sua collaborazione con The Band, Robbie Robertson inaugura la seconda fase – altrettanto notevole e memorabile – della sua carriera artistica, quella dei suoi album solisti in cui canta e compone: Robbie Robertson, 1987 – Storyville, 1991 – Music For The Native Americans, 1994 – Contact From The Underworld Of Red Boy, 1998 – How To Become Clairvoyant, 2011 – Sinematic, 2019. Sei album ancor oggi tutti imperdibili e da riscoprire nei quali soprattutto Robertson esplora e celebra attraverso grandi e profondi livelli espressivi la cultura musicale ed emotiva dei nativi americani, quella delle sue origini, una sorta di approfondita enciclopedia antropologica di cui nessuna dispensa va persa. A riguardo ancora una volta è meglio lasciar parlare Robertson stesso: «Sono stato introdotto allo storytelling in giovane età, alla riserva Indiana delle Sei Nazioni. La storia orale, le leggende, le favole e il grande mistero della vita. Mia madre, un’indiana Mohawk e Cayuga, era nata e cresciuta lì. Che si trattasse di musica tradizionale o di canzoni-storie come The Long Black Veil di Lefty Frizzell, o ancora dei sacri miti che ci raccontavano gli anziani, tutto quello che ascoltai nella riserva ebbe un enorme impatto su di me. All’età di 9 anni dissi a mia madre che da grande sarei voluto diventare uno storyteller. Lei sorrise e disse: “Penso che ci riusciraì”».

Nel 2016 il nostro pubblica “Testimony”, imperdibile autobiografia in cui racconta con sfiziosissima dovizia di particolari la sua memorabile carriera, ma limitata agli accadimenti con i primissimi comprimari, The Hawks, The Band e Bob Dylan: quasi 600 pagine, è uscita in Italia 3 anni dopo nel 2019 per Jimenez Editore, tradotto da Gianluca Testani. Il sottoscritto l’ha letta (anzi spolpata) tutta con grande goduria e la consiglia spassionatamente a tutti coloro che vogliano addentrarsi nei particolari e dietro le quinte di una delle più intriganti ed epocali “storie” musicali del XX secolo. Sempre nel 2019 esce il documentario “Once Were Brothers”, dedicato alla storia della Band. Bene, ora che non è più con noi non ci (vi) resta che andare metodicamente e pazientemente a riascoltare e/o riscoprire l’enorme patrimonio musicale e artistico che Robbie Robertson ci ha lasciato a 80 anni: ci vorrà non poco tempo ma lo spirito ne beneficerà grato a Robbie … in quanto a diventare chiaroveggenti (come auspicava Robertson in un suo disco solista) … beh, magari si vedrà.

Pasquale Boffoli

 

Robbie Robertson Social

Official

The Night They Drove Old Down

Acadian Driftwood

It Makes No Difference

Music for the Native Americans

Robbie Robertson

Storyville

Peyote Healing

Shanghai Blues