Categoria: Pellicole

POVERE CREATURE! (Poor Things)
(Regia di Yorgos Lanthimos, 2023)

Ci vuole fegato, e parecchi altri organi interni, per riproporre al mondo la rappresentazione di un immaginario già vissuto, metabolizzato, forse anche evacuato. Si pensa a Tim Burton, ovviamente, ma anche a Terry Gilliam, persino agli invisi Jeunet e Caro. Spingendoci più oltre, come non menzionare Cronenberg ed i suoi “Crimes Of The Future”? Alcuni sono arrivati ad indagare le influenze della fotografia di Witkin, di cui ignoravamo l’esistenza, per sottolineare la prevalenza dell’elemento mortuario in un contesto steampunk. Poor Things è un’opera mortuaria ma non moribonda, in cui la morte – di un mondo, di un’epoca, di una classe sociale – è celebrata come palingenesi, come possibilità, come desiderio di rinascita. Ripartire dal desiderio è il titolo di un saggio, meraviglioso, di Elisa Cuter.

Ripartire dal desiderio è quello che fa Lanthimos, con la sua idea di cinema e con tutti i suoi protagonisti, uomini o donne che siano. Ciascuno di loro desidera a modo suo, cioè in modo abietto, o nobile, o lubrico, o infantile, o colto, e desiderando vive, o sopravvive, o semplicemente resiste. Non esiste tuttavia comunanza di desideri né di intenti, o forse dovremmo dire che non esiste ancora, perché il film fotografa la fase 1, cioè la nascita della consapevolezza prometeica del desiderio.

Lo fa attraverso Bella (gigantica Emma Stone), che era morta ma adesso è viva, che ci butta addosso una nudità totale, naturale, paradossale in quanto anacronistica nel cinema di oggi. Una nudità desublimata, disarmante: tutti sembrano poveracci davanti a questo corpo che sente, a questo cervello che si apre e compatisce e capisce. Ci siamo sentiti poveracci anche noi, perché abbiamo provato impulsi di immedesimazione in pressoché tutti i personaggi. Abbiamo adorato la precisione chirurgica dei dialoghi, l’uso del linguaggio a denudare ogni empietà, ogni bassezza. Abbiamo riso tantissimo, come non ci capitava da tempo.

Massimiliano Martiradonna

 

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PERFECT DAYS
(Regia di Wim Wenders, 2023)

Mario, un mio caro vecchio amico dei tempi del liceo classico mi ha confidato: “… Perfect Days mi è piaciuto perché assolutamente controcorrente, a differenza di tutta la netflixaggine che gioca sui generi e sulla “immediatezza”. È un film che invita alla meditazione e che sento ancora vivo dentro di me anche a distanza di un mese”. Parole che hanno l’impagabile dono della sintesi e che potrebbero bastare a definire questo ultimo film tutto nipponico e privo di una vera trama di Wim Wenders: pellicola che riesce miracolosamente, attraverso la puntuale e seriale reiterazione di abituali pratiche quotidiane del protagonista Hirayama (interpretato da un ineffabile e disarmante Kôji Yakusho) ad evitare qualsiasi pericolo di autocompiacimento di sceneggiatura ed estetica cinematografiche.

Sullo schermo scorrono minimali variazioni alla ripetizione delle abitudini lavorative e casalinghe di Hirayama (che vive da solo), si mescolano senza sussulti alle sequenze oniriche in bianco e nero delle sue notti. Altrettanto naif, candidamente poetico, il suo approccio a piaceri semplici di una vita senza scosse che celebra ogni mattina con un sorriso pieno di aspettative: alcune piantine da far crescere, libri da leggere prima di addormentarsi, foto scattate ad un maestoso albero “amico”. Solo nella parte finale del film arriverà una esuberante giovane nipote a sconvolgere un po’ un’immutabile esistenza di cui si scoprirà qualche particolare proveniente da un passato non ben precisato.

Anche questa volta Wim Wenders, come in tutte le sue precedenti pellicole, dissemina generosamente nelle due ore del film tracce del suo imperituro amore per la cultura e la storia del rock: lo fa con ammirevole discrezione attraverso le numerose musicassette che Hirayama ascolta nel suo furgoncino mentre si reca al lavoro, Perfect Days e il regista rilanciano il vecchio appeal delle “tapes” in modo ossessivo. È una piccola ma intensa epifania rock per gli appassionati seduti in sala, a patto che abbiano almeno 50 o 60 anni: dal Lou Reed di Perfect Day e Pale Blue Eyes con i Velvet Underground alla Patti Smith di Redondo Beach, dal Van Morrison di Brown Eyed Girl ai Rolling Stones della poco conosciuta Walkin’ Thru The Sleepy City (dalla vecchia raccolta Metamorhosis, 1975), dai Kinks di Sunny Afternoon all’Otis Redding di Dock Of The Bay.

Poi la sconosciuta giapponese Sachiko Kanenobu di Aoi Sakana (brano del 1972 dall’album Misora) e gli Animals dell’immortale The House Of The Rising Sun. Ciliegina sulla torta la splendida Nina Simone di Feeling Good: è il brano che Hirayama ascolta nel suo furgoncino nella emozionante sequenza finale del film, quando sul suo viso in primissimo piano un ripetuto abbozzato sorriso si spegne fatalmente in una smorfia di pianto dolente e viceversa. Ognuno di noi è Hirayama, Wenders realizza un piccolo miracolo, tutti possiamo rispecchiarci in lui.

Pasquale Boffoli

 

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  1. Trailer italiano
  2. Soundtrack

PERFECT SENSE
(Regia di David Mackenzie, 2011)

Una poetica storia d’amore tra un cuoco ed una epidemiologa, interpretati da Ewan McGregor e Eva Green, sullo sfondo di una tragica e apocalittica pandemia. Un film diretto da David MacKenzie, uscito nel 2011, quando il mondo, neppure nei peggiori incubi immaginava quello che avremmo vissuto esattamente 10 anni dopo. Eppure la pellicola non potrebbe essere più attuale, considerato che l’infezione che racconta provoca la scomparsa, uno alla volta, di 4 sensi del corpo umano. Esposti come siamo al costante bombardamento di immagini, rumori e parole, cattivi odori e cattivo gusto, la perdita di queste facoltà non può che condurci ad un ripensamento dei rapporti umani.

La perdita dell’olfatto cancella i ricordi che gli odori riportano alla mente, la mancanza del gusto toglie all’uomo la gioia di cibarsi con piacere e convivialità e ci avvicina agli animali, lasciandoci solo l’istinto di nutrirci per non morire di fame. La perdita dell’udito è conseguenza della rabbia che cova in noi, degli attacchi d’ira subiti e perpetrati e che per tutta risposta non sentiremo più, a causa di un virus misterioso che sta precipitando l’umanità in un baratro. La vista è il senso che scompare per ultimo, per permetterci di vedere ciò che rimane, chi è sopravvissuto e come affronta il futuro.

Il virus prima regala istanti di calore, perdono e accettazione reciproca e poi di colpo lascia il mondo nell’oscurità. Perfect Sense è un thriller romantico e fantascientifico, una parobola distopica del declino della razza umana, della perdita della propria coscienza spirituale. La sceneggiatura è un po’ traballante ma il film contiene una grazia e una poesia che, a dispetto dei temi trattati, lascia addosso un senso di rassicurante malinconia, quella sensazione che nonostante tutta la sofferenza che l’umanità è capace di autoinfliggersi, avrà sempre, nel profondo dell’animo, un granello di amore che ci salverà dall’era glaciale dello spirito.

Nino Colaianni

 

Trailer italiano

Scena finale