In un autunno che stenta a decollare, giunge la consueta calata italiana, ben 4 date, degli immarcescibili norvegesi Motorpsycho molto affezionati al nostro paese dove contano un nutrito numero di fan. Con una carriera ormai trentennale ed una serie di pubblicazioni a scadenza quasi annuale, la band arriva in Italia per promuovere il disco Yay! dal retrogusto più folk e meno heavy-psych del solito. Non è la prima volta al Vidia Club di Cesena, storico tempio romagnolo della new wave, e l’atmosfera è abbastanza euforica perché la band è di nuovo in trio, con un nuovo giovane batterista e c’è molta attesa per questa nuova incarnazione. I Motorpsycho sono famosi soprattutto per i loro show mai sotto le 2 ore e con scalette e brani che cambiano ogni sera, cosa che ci confermeranno anche oggi. Sul palco notiamo subito un paio di sedie e difatti i 3 arrivano sul palco poco dopo le 21 e senza troppi indugi attaccano con un set acustico suonato in punta di piedi. Le due voci di Bent e Snah si alternano tra loro accompagnate con leggerezza dal nuovo arrivato Ingvald Andre.

Iniziano con Mad Sun uno dei classici dei ’90 in versione acustica seguito da due brani dell’ultimo disco che si susseguono tra loro nell’entusiasmo ancora “misurato” dei presenti. Dopo un’altra storica traccia, Sunchild – presente anche sul disco country The Tussler – il set viene chiuso da uno dei brani più amati dagli psychonauts, Feel che apriva il primo doppio album del gruppo Timothy Monster, disco molto amato anche dalla critica. Terminato il set acustico, i nostri imbracciano le chitarre elettriche – nel caso di Bent un doppio manico basso & chitarra in stile Jimmy Page – e la situazione comincia a riscaldarsi. Arrivano Sentinels ed Hotel Daedalus dall’ultimo disco, molto più dilatata e psichedelica la prima e abbastanza fedele la seconda anche se con un bel po’ di pesantezza “zeppeliniana” in più.

La sala comincia davvero ad esaltarsi e i nostri crescono in intensità dimostrando ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che la dimensione live è quella a loro più congeniale. C’è spazio anche per un paio di suite degli ultimi dischi molto progressive con uno Snah alla chitarra in grande spolvero e la sezione ritmica che macina groove creando un tappeto su cui la sei corde può viaggiare in libertà. La particolarità di questa band è quella di non eccedere mai in virtuosismi fini a se stessi mantenendo sempre quella sporcizia memore del lontano passato punk rock. Dopo la floydiana Lacuna/Sunrise, da uno dei dischi recenti più amati Here Be Monsters arrivano alcuni brani che ci riportano al 1993 e a quella Nothing To Say cantata a squarciagola da tutti, uno dei brani più “nirvaniani” dei Motorsycho, presente su quel Demon Box che ha appena compiuto trent’anni – seguita più tardi dal post-rock di Plan#1 dal medesimo disco.

Senza contare i vari ripescaggi da It’s Love Cult a 577 dal capolavoro Trust Us, il trio dimostra come dopo tanti anni e una valanga di uscite non ha mai perso lo smalto e il gusto nel suonare, improvvisare e citare le proprie influenze. E così dopo la finta chiusura del set, la band rientra sul palco per suonare un propria rilettura di Rock Bottom degli UFO, tra l’entusiasmo incontenibile del pubblico non ancora stanco dopo due ore e più di rock’n’roll dalle molteplici sfaccettature e suonato come farebbero dei ventenni. Come diceva l’incipit di un loro famoso live album “Heavy Metal is a Pose, Hard Rock is a lifestyle”.

Paolo Ormas

 

Foto di Paolo Ormas

 

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