Ci vuole fegato, e parecchi altri organi interni, per riproporre al mondo la rappresentazione di un immaginario già vissuto, metabolizzato, forse anche evacuato. Si pensa a Tim Burton, ovviamente, ma anche a Terry Gilliam, persino agli invisi Jeunet e Caro. Spingendoci più oltre, come non menzionare Cronenberg ed i suoi “Crimes Of The Future”? Alcuni sono arrivati ad indagare le influenze della fotografia di Witkin, di cui ignoravamo l’esistenza, per sottolineare la prevalenza dell’elemento mortuario in un contesto steampunk. Poor Things è un’opera mortuaria ma non moribonda, in cui la morte – di un mondo, di un’epoca, di una classe sociale – è celebrata come palingenesi, come possibilità, come desiderio di rinascita. Ripartire dal desiderio è il titolo di un saggio, meraviglioso, di Elisa Cuter.

Ripartire dal desiderio è quello che fa Lanthimos, con la sua idea di cinema e con tutti i suoi protagonisti, uomini o donne che siano. Ciascuno di loro desidera a modo suo, cioè in modo abietto, o nobile, o lubrico, o infantile, o colto, e desiderando vive, o sopravvive, o semplicemente resiste. Non esiste tuttavia comunanza di desideri né di intenti, o forse dovremmo dire che non esiste ancora, perché il film fotografa la fase 1, cioè la nascita della consapevolezza prometeica del desiderio.

Lo fa attraverso Bella (gigantica Emma Stone), che era morta ma adesso è viva, che ci butta addosso una nudità totale, naturale, paradossale in quanto anacronistica nel cinema di oggi. Una nudità desublimata, disarmante: tutti sembrano poveracci davanti a questo corpo che sente, a questo cervello che si apre e compatisce e capisce. Ci siamo sentiti poveracci anche noi, perché abbiamo provato impulsi di immedesimazione in pressoché tutti i personaggi. Abbiamo adorato la precisione chirurgica dei dialoghi, l’uso del linguaggio a denudare ogni empietà, ogni bassezza. Abbiamo riso tantissimo, come non ci capitava da tempo.

Massimiliano Martiradonna

 

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