INTRO

In occasione del recente concerto a Milano di Lucinda Williams del 10 gennaio 2023, presso il Teatro Lirico Giorgio Gaber, proviamo a fare un breve excursus sugli ultimi anni di carriera della musicista, originaria di Lake Charles in Louisiana, classe 1953, in un periodo che l’ha vista di nuovo al centro dell’attenzione generale, sui media americani. Dopo aver passato quasi tutto il 2018 in tour, per celebrare i vent’anni di Car Wheels On A Gravel Road, l’album che le fece guadagnare un Grammy, nel 2020 realizza il nuovo disco Good Souls Better Angels, ma le restrizioni da pandemia, bloccano l’attività concertistica dal vivo, tutte le occasioni di aggregazione e di lavoro di gruppo in generale. Il disco è osannato dalla critica e viene considerato come uno dei migliori lavori di tutta la sua lunga carriera, che conta ben 14 uscite discografiche. Good Souls Better Angels nasce dalla collaborazione con il marito e produttore Tom Overby, che si è messo a scrivere alcuni testi del nuovo album, dando vita a quel connubio artistico con la moglie che ha reso la Williams finalmente felice e soddisfatta artisticamente del suo lavoro.
Non sarà un caso allora che da questo periodo di limitazioni imposte a tutto il comparto musicale, la Williams, sul finire del 2020, se ne sia uscita con un nuovo progetto chiamato Lu’s Jukebox In Studio Concert Series. Un mastodontico lavoro che raccoglie la bellezza di 6 album diversi, prodotti dalla Williams stessa in collaborazione con Ray Kennedy e il marito.

Una raccolta, che originariamente nasce come speciali live show, visibili solo in streaming, e a pagamento, per supportare i musicisti e i locali di musica indipendente, in difficoltà durante la pandemia: “dobbiamo prenderci cura di loro, per il bene della musica dal vivo a venire” dice la Williams, “sperando di aiutare quante più sedi possibili”. La band che l’accompagna nelle registrazioni è consolidata da tempo e vede al basso Stephen Mackey, Fred Eltringham alla batteria, Stuart Mathis e Joshua Grange alle chitarre. L’inesauribile musicista ci ha messo alla prova sfornando una serie infinita di canzoni, andando a recuperare i suoi amori musicali giovanili e le basi sonore su cui si è formata. Un vero e proprio viaggio a ritroso nel tempo, in cui rilegge e omaggia la musica delle proprie radici, in un territorio che mescola il country tradizionale al blues, al rock, al folk, al soul, al southern, fino al roots. Lucinda Williams celebra moltissimi artisti e ci rende partecipi dei suoi gusti musicali, condivide con noi le fonti, gli stili e le ere da cui ha attinto linfa vitale, per il suo immaginario artistico e ci svela infine i suoi segreti. Un’operazione che di solito riesce solo a personaggi di un certo spessore come lei o lo stesso Springsteen, non nuovo a scelte simili, vedi l’ultimo Only The Strong Survive. Come fan ed estimatori della Williams certo non possiamo chiedere di più, anche se da altre parti non mancano voci critiche che relegano questo tipo di lavori a esperienze di secondo piano, dei divertissement, ventilando le solite crisi di idee o le più blande accuse di operazioni commerciali, fino a ribadire che i pezzi originali sono comunque sempre migliori. Noi invece siamo convinti che un artista del calibro della Williams abbia fatto della “cover” un vero e proprio discorso autobiografico, perchè mettendoci nelle condizioni di poter accedere e conoscere il suo universo musicale di formazione ci ha regalato una parte importante e molto intima di se stessa. Riscrivendo, reinterpretando e dando nuova vita a brani tradizionali che sono e saranno l’abc di chi vorrà nei prossimi anni confrontarsi con questo tipo di generi musicali, ha praticamente messo in mostra la sua anima, invitando un’intera generazione di musicisti a seguire le sue orme.

LU’S JUKEBOX IN STUDIO CONCERT SERIES

1) Runnin’ Down A Dream, A Tribute To Tom Petty
La scelta ci pare dettata dal cuore visto che l’amico è venuto a mancare da pochi anni e i due avevano condiviso il palco nell’ultimo tour di Tom Petty, con la Williams a fare l’apertura ai concerti. Il disco parte con Rebel, passando per Runnin’ Down A Dream, I Won’t Back Down, Wildflowers, 13 bellissime canzoni rilette e ri-adattate dallo spirito caldo e stradaiolo della Williams, con la toccante dedica finale di Stolen Moments.

2) Southern Soul (From Memphis To Muscle Shoals & More)
È il secondo capitolo della saga e si respira l’aria dalle parti degli studi di Muscle Shoals fino a Memphis. Come dicevamo gli artisti omaggiati sono davvero molti, Tony Joe White, Otis Redding, Ann Peebles e Al Green, tra gli altri. Si parte con la bellissima The Games People Play di Joe South, notevoli poi le versioni di I Can’t Stand The Rain e Take Me To The River. È un sound caldo, ruvido, sporco, senza fronzoli, dritto allo stomaco, all’interno di questo, che riteniamo uno dei migliori, tra i sei dischi.

3) Bob’s Back Page: A Night Of Bob Dylan Songs
Il terzo lavoro di questa catena di omaggi, vede il confronto con l’autore forse più impegnativo e prolifico. Non sarà stato facile mettere insieme le 11 canzoni del disco, vista la sterminata produzione di Dylan, ma il risultato eccelle anche in questo caso. La Williams non sbaglia un colpo e ci affascina con le versioni di Queen Jane Approximately, Idiot Wind, Blind Willie Mc Tell e Political World. Sentire per credere.

4) Funny How Time Slips Away: A Night Of 60’s Country Classics
È appunto un disco di classici country degli anni ’60. La Williams ha fatto sue queste canzoni, pur rimanendo fedele all’originale, anche grazie all’uso di una strumentazione dell’epoca, per meglio ricreare il mood. Riesce, in quest’opera di trasmutazione musicale, a dare nuova vita a canzoni ormai datate. Le tracce di spicco risultano essere Together Again di Buck Owens, con la voce di Lucinda calda e sofferta, che si sposa con la steel guitar in grande spolvero, vero e proprio tratto distintivo della canzone, anche nella versione del 1964. Gentle On My Mind di John Hartford, bellissima cover così diversa dall’originale, Fist City di Loretta Lynn, resa più aggressiva con un bel tiro rock. Funny How Time Slips Away scritta dal mito Willie Nelson e già rifatta da molti altri artisti. In questo caso la canzone sembra uscita da uno di quei fumosi Jazz Club dove la musica, rallentata, strisciata e impregnata di whiskey, continua fino al mattino. A chiudere il disco Take Time For The Tears, un nuovo brano della Williams, scritto per l’occasione. Ancora grande musica.

5) Have Yourself A Rockin’ Little Christmas
È una per niente scontata collection di canzoni legate al Natale, un terreno a dir poco scivoloso, da cui si potrebbe distribuire miele e zucchero, tanto da far alzare i livelli glicemici, ma dal quale la rocker abituata alle paludi della Louisiana, ne esce indenne. Anzi con le versioni di Little Red Rooster e Merry Christmas (I Don’t Want To Fight Tonight) dei Ramones, ci fa vergognare di aver pensato, che potesse essere il classico “pacco” natalizio.

6) You Are Cordially Invited: A Tribute To The Rolling Stones
Siamo alla chiusura del progetto Lu’s Jukebox, l’ultimo atteso confronto con i dinosauri del rock, vere e proprie leggende. Fin dalla copertina è chiaro l’omaggio al periodo Beggars Banquet, ma non è facile parlare di questo disco, perché Lucinda sceglie alcune delle hit più esplosive della storica band e i puristi storcono sempre il naso in questi casi. Noi allora vogliamo essere chiari fin da subito: il disco è un capolavoro, tra i migliori usciti nel 2022. Partiamo da Street Fighting Man la canzone più politicizzata degli Stones che Lucinda ripropone con l’atteggiamento di chi sa, che la rivoluzione è fallita, ma occorre ancora “cantarla” per i più giovani. The Last Time pezzo del periodo beat, nelle mani giuste, diventa rockeggiante, sudista e sudata fino al midollo. Anche Get Off Of My Cloud segue lo stesso trattamento: viene immersa in un liquido corrosivo, frullata per bene e servita ancora fumante. Prende una piega molto hard, la grinta dei musicisti fa la differenza, notevole. Su Play With Fire viene steso un velo funebre, adatto ai tempi in cui viviamo. Anche Paint it Black viene resuscitata da un glorioso passato beat e reincarnata nelle cupe sonorità di un presente incerto, oscuro, dark. Sembra tutto facile, un gioco quasi, ma la riscrittura di certi brani degli Stones segue una precisa metrica che odora di olio motore bruciato, benzina, strade sterrate, dolore e vita grama. You Gotta Move pezzaccio blues sporco il giusto, Dead Flowers al rallentatore prende il calore caldo del sole della Louisiana. Moonlight Mile sembra scritta per la Williams, perfetta come una giacca in pelle attillata e stracciata. Il diavolo è una presenza costante nell’arte di Lucinda e non poteva certo mancare l’inossidabile Sympathy For The Devil, che viene distillata in un alambicco alchemico dal quale fuoriesce in forma di un concentrato denso e oleoso, altamente infiammabile. Un fuoco purificatore pervade tutto l’album e travolge grandi hits del passato come (I Can’t Get No) Satisfaction e You Can’t Always Get What You Want, Lucinda Williams sparge sale sulle nostre ferite, a noi rimangono le macerie del nostro mondo in guerra e un’oscura idea di futuro.

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Il 2020 anno di realizzazione di Good Souls Better Angels e Lu’s Jukebox è un anno particolarmente intenso per la Williams, come abbiamo visto, dal punto di vista creativo e lavorativo, ma non solo. Il 17 novembre 2020 Lucinda Williams è colpita da un ictus cerebrale che le paralizza la parte sinistra del corpo, passerà i futuri mesi tra ospedale e riabilitazione, perdendo l’uso della mano sinistra e la capacità di suonare la chitarra. Rileggere oggi tutto il lavoro svolto alla luce delle sue problematiche fisiche, lascia abbastanza perplessi e increduli. Questa signora ha del coraggio da vendere e una forza di carattere non comuni. Invece che starsene su una sedia a dondolo a rimirare il paesaggio di Lake Charles e piangere sulle proprie disgrazie, come avrebbe fatto la maggior parte di noi, la nostra stoica musicista non si è fermata e anzi ha raddoppiato la dose, ritornando a cantare on the road, regalandoci dei gioielli musicali che brillano ora, di una luce speciale. Una forza della natura questa donna, il prototipo perfetto a cui probabilmente pensava il famoso psicologo J. Hillman nel suo libro “La forza del carattere” dove sosteneva la necessità di ribaltare la prospettiva con cui di solito siamo abituati a guardare questo periodo dell’età avanzata. Ovvero sciogliere quel nodo che lega la coppia vecchiaia-morte per abbracciare invece l’antica connessione tra vecchiaia e unicità del carattere.

IL CONCERTO

La prima data del tour promozionale in Europa dell’album Good Souls Better Angels, in ritardo di due anni, è Milano, 10 gennaio 2023. Noi c’eravamo e abbiamo visto dal vero, cosa significa la forza del carattere, in una donna. Lo spettacolo inizia puntuale alle 20.45 con L.A. Edwards, band californiana di tre fratelli con un suono caldo, rock e uno stile canoro accattivante, tra Jackson Browne e il sound più classico della scuola di Laurel Canyon. Quando appare sul palco, Lucinda Williams viene accompagnata dal tour manager, è visibilmente in difficoltà, appare disorientata e in precario equilibrio, si regge ad una sedia che affianca un tavolino e il concerto si apre con molte incertezze. La rocker sbaglia l’attacco di Blessed, non riesce a riprendere la tonalità, le parole sfuggono, si scusa mortificata con il pubblico, intanto i musicisti sul palco non fanno una piega e suonano. La band è formata da Butch Norton alla batteria, David Sutton al basso, Stuart Mathis e Doug Pettibone alle chitarre. Non è in forma fisicamente Lucinda, una brutta tosse la perseguita per quasi tutta la prima parte del concerto, ma la signora non molla, va avanti e si spara in gola tubetti di spray decongestionante. Protection, Right In Time e Stolen Moments dedicata all’amico scomparso Tom Petty sfilano via in uno stato tale di precarietà che ci fa temere per la continuazione stessa del concerto. Drunken Angel, tra le nostre preferite, arriva come quinta proposta, ma risente ancora delle difficoltà vocali della cantante che combatte i maledetti attacchi di tosse armata di spray, che consuma in modo esagerato. Il pubblico di Milano old but gold è generoso e caldo, applaude molto e la sostiene in tutti i modi. Con Lake Charles inizia la risalita della performance, Big Black Train affronta il tema-tabù della depressione, e finalmente sembra che la tosse la tormenti un po’ meno.

Una grande interpretazione di Born To Loved ci emoziona e ci fa ricordare improvvisamente che siamo al cospetto di Lucinda Williams. La dolcissima Copenaghen, l’imprescindibile Are You Dawn, e Let’s Get The Band Back Together confermano che la voce dell’artista si è stabilizzata e a questo punto la Williams appare più sicura e sorridente, meno tormentata. L’adrenalina sale con l’energica You Can’t Rule Me, il feeling con il pubblico aumenta con Essence, il sound è bellissimo ed è quello che ci si aspettava di sentire: grande musica, grandi artisti sul palco. Pray The Devil Back To Hell è una oscura cavalcata in compagnia dei nostri demoni interiori, Honey Bee bella tosta, dura il giusto, per un finale in crescendo. Joy è la summa del sound di Lucinda, è quello che ci piace da matti, voce sporca, bassa, slang americano, quasi un rap, chitarre in evidenza quanto basta. È un finale sommerso di applausi che continuano travolgenti con i bis di Hot Blood e Righteously, alla fine quando arriva Rockin In A Free World tutti in piedi a rendere il giusto tributo alla signora, che in questa serata di emozioni contrastanti ci ha regalato una lezione di musica, ma anche una lezione di come si sta al mondo. Un concerto che ci ha lasciato con la nitida consapevolezza che la vita va vissuta sino in fondo, nonostante le difficoltà, perché la morte è certa, arriverà per tutti, se facciamo attenzione possiamo sentire la sua falce affilata che sibila nell’aria. Go on Lucinda! We loves you.

Andrea Masiero

 

Lucinda Williams official

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