Native Sons è stato il primo album degli americani Long Ryders e quello che ha stabilito la loro eclettica miscela di influenze targate Byrds/Buffalo Springfield/Flying Burrito Brothers. La band di Sid Griffin ha riciclato letteralmente quelli influssi classici, arrivando a ricreare la copertina di un mitizzato album inedito dei Buffalo Springfield, Stampede, per Native Sons e utilizzando Henry Lewy, il produttore dei primi due album dei Flying Burrito Brothers. Native Sons cattura con amore le passioni musicali della band trasformandolo in un suono originale. Un sound che è diventato una sorta di bandiera sia per lo stile “paisley underground” che per quello cowpunk a metà degli anni ’80. I momenti salienti di questo disco, pubblicato in origine nell’ottobre 1984, includono diverse incursioni country rock come Final Wild Son, (Sweet) Mental Revenge e Fair Game.

La classica Ivory Tower, con il compianto e grandissimo Gene Clark alla voce, sembra un inedito di lusso dei Byrds del 1965 e rappresenta uno dei più sinceri tributi al magico suono di quella band seminale. Still Get By, Run Dusty Run e Too Close To The Light sintetizzano tutti i pregi del loro brillante songwriting racchiuso tra melodia, spirito sixties e malinconia. La traccia finale dell’album, I Had A Dream, rivela la sensibilità punk del gruppo con una inaspettata chiusura tutta feedback. Su Native Sons i Long Ryders hanno aperto la strada ad un modello musicale basato sulla tradizione che i futuri alternative root rocker degli anni ’90 avrebbero usato come manuale guida a cui attingere.

La recente edizione spalmata su 3 CD uscita il 19 gennaio 2024 compilata dal membro fondatore Sid Griffin contiene, oltre l’album originale rimasterizzato, il leggendario EP 10-5-60, la B side di un singolo, rare tracce originariamente destinate al progetto di studio 5×5, la puntuale nutrita serie di demo e una ghiotta registrazione dal vivo proveniente da uno spettacolo del 22 marzo 1985 al Dingwalls di Londra. Descritto all’epoca da Melody Maker come un “classico americano moderno” e da David Fricke di Rolling Stone come un album “dove Nashville, Londra del ’77 e Sunset Strip della metà degli anni ’60, convergono in canzoni di aspirazione pionieristica e legame con i fuorilegge”, questa ricca versione riunisce tutte le tracce che hanno definito l’inizio della loro avventura, arricchite da un volume contenente note di copertina di Anthony DeCurtis e di Phil Smee.

L’ascolto della deluxe edition di Native Sons ha il grande pregio di mostrare l’entusiasmo sprigionato dai Long Ryders sia in studio che on stage, oltre che palesare ulteriormente la passione per le influenze musicali che li hanno ispirati. Al giorno d’oggi, una tale franchezza di intenti, e un tale rispetto per la tradizione, dovrebbe essere parte integrante dell’atteggiamento di qualsiasi band o artista solista. Se a questa loro peculiare caratteristica si aggiunge il loro ruolo pionieristico nel coltivare un sound di pura americana, appare chiaro che i Long Ryders hanno rappresentato qualcosa di più dei soli meravigliosi dischi che pubblicarono.

Marco Galvagni

 

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