V.A.
“Musica Strumentale Degli Appalachi”
(Albatros, 1978)

Album seminale, edito negli Stati Uniti quasi quarantotto anni orsono col titolo Instrumental Music Of The Southern Appalachians (Tradition Records, 1976), ha fatto conoscere musicisti eccezionali altrimenti relegati nei confini delle aree di provenienza. Alla fine degli anni ’70 la ristampa italiana dell’opera a cura della Albatros costituì un tentativo preveggente e meritorio, rimasto purtroppo isolato ad una manciata di titoli Folkways e Rounder, di occupare un posto preciso sul mercato discografico specializzato mondiale (le note di copertina bilingue) dimostrando nel contempo il coraggio dei responsabili dell’etichetta (soprattutto del direttore artistico ed emerito etnomusicologo Roberto Leydi) di affrontare imprese editoriali siffatte pur considerando l’immaturità e l’ignoranza, allora ed oggi, del nostro paese nell’accostare la musica tradizionale nordamericana.

Il disco è una selezione di materiale registrato su campo nel 1956 da Paul Clayton, Diane Hamilton e Liam Clancy nelle regioni di Caldwell County, Beech Mountain e Banner Elk in North Carolina e Virginia. Poiché le note di copertina sono abbastanza esaurienti, ma non complete, vediamo di integrare il tutto con qualche doverosa precisazione.

Hobart Smith (1897-1965), solamente alla chitarra, era stato in effetti già registrato da Alan Lomax per conto della Library Of Congress nel 1942 (Claude Allen in Anglo-American Ballads). La sua versione al fretless banjo di Pateroller Song, presente qui, è una delle migliori in assoluto immortalate su disco. Contrariamente a quanto si legge (un comprensibile errore del traduttore, ingannato dal termine pick o plettro), Etta Baker usa la tecnica del finger-picking, come è ampiamente dimostrato nella splendida sua interpretazione di Railroad Bill.

Per completare la panoramica degli strumenti tradizionali, l’antologia ci offre degli stupendi, rustici assolo di armonica (Richard Chase) e la misteriosa bellezza del mountain dulcimer (Edd Presnell). A parte il suo intrinseco valore storico-documentaristico, il vinile è tutto da scoprire per coloro che ascoltano per la prima volta questo tipo di musica ed una piacevole variante per quelli abituati alle incisioni costruite in studio. Per onestà verso i musicisti, più che per chiarezza (visto che le note, anche quelle in lingua inglese, tacciono su questo aspetto), aggiungerò che Etta Baker, Boone Reid e Theopolis Lacey Philipps Jr. sono artisti di colore. Dal 1997 reperibile su CD a cura dell’etichetta Tradition e, rimasterizzato, per la Essential Media Group dal 2009.

Pierangelo Valenti

 

Link: