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THE LONG RYDERS
“Native Sons”
(Frontier Records, 1984 – Cherry Red Records, 2024)

Native Sons è stato il primo album degli americani Long Ryders e quello che ha stabilito la loro eclettica miscela di influenze targate Byrds/Buffalo Springfield/Flying Burrito Brothers. La band di Sid Griffin ha riciclato letteralmente quelli influssi classici, arrivando a ricreare la copertina di un mitizzato album inedito dei Buffalo Springfield, Stampede, per Native Sons e utilizzando Henry Lewy, il produttore dei primi due album dei Flying Burrito Brothers. Native Sons cattura con amore le passioni musicali della band trasformandolo in un suono originale. Un sound che è diventato una sorta di bandiera sia per lo stile “paisley underground” che per quello cowpunk a metà degli anni ’80. I momenti salienti di questo disco, pubblicato in origine nell’ottobre 1984, includono diverse incursioni country rock come Final Wild Son, (Sweet) Mental Revenge e Fair Game.

La classica Ivory Tower, con il compianto e grandissimo Gene Clark alla voce, sembra un inedito di lusso dei Byrds del 1965 e rappresenta uno dei più sinceri tributi al magico suono di quella band seminale. Still Get By, Run Dusty Run e Too Close To The Light sintetizzano tutti i pregi del loro brillante songwriting racchiuso tra melodia, spirito sixties e malinconia. La traccia finale dell’album, I Had A Dream, rivela la sensibilità punk del gruppo con una inaspettata chiusura tutta feedback. Su Native Sons i Long Ryders hanno aperto la strada ad un modello musicale basato sulla tradizione che i futuri alternative root rocker degli anni ’90 avrebbero usato come manuale guida a cui attingere.

La recente edizione spalmata su 3 CD uscita il 19 gennaio 2024 compilata dal membro fondatore Sid Griffin contiene, oltre l’album originale rimasterizzato, il leggendario EP 10-5-60, la B side di un singolo, rare tracce originariamente destinate al progetto di studio 5×5, la puntuale nutrita serie di demo e una ghiotta registrazione dal vivo proveniente da uno spettacolo del 22 marzo 1985 al Dingwalls di Londra. Descritto all’epoca da Melody Maker come un “classico americano moderno” e da David Fricke di Rolling Stone come un album “dove Nashville, Londra del ’77 e Sunset Strip della metà degli anni ’60, convergono in canzoni di aspirazione pionieristica e legame con i fuorilegge”, questa ricca versione riunisce tutte le tracce che hanno definito l’inizio della loro avventura, arricchite da un volume contenente note di copertina di Anthony DeCurtis e di Phil Smee.

L’ascolto della deluxe edition di Native Sons ha il grande pregio di mostrare l’entusiasmo sprigionato dai Long Ryders sia in studio che on stage, oltre che palesare ulteriormente la passione per le influenze musicali che li hanno ispirati. Al giorno d’oggi, una tale franchezza di intenti, e un tale rispetto per la tradizione, dovrebbe essere parte integrante dell’atteggiamento di qualsiasi band o artista solista. Se a questa loro peculiare caratteristica si aggiunge il loro ruolo pionieristico nel coltivare un sound di pura americana, appare chiaro che i Long Ryders hanno rappresentato qualcosa di più dei soli meravigliosi dischi che pubblicarono.

Marco Galvagni

 

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PERE UBU
"Trouble On Big Beat Street"
(Cherry Red Records, 2023)

Quattro anni fa recensivo su Frastuoni webmagazine The Long Goodbye  il penultimo lavoro degli americani Pere Ubu e scrivevo che il loro leader di sempre David Thomas ne aveva parlato come – probabilmente – del testamento artistico, della pietra tombale sulla storia della band di Cleveland, Ohio. Così non è stato, o perlomeno un ciclo artistico si è chiuso ed uno nuovo è iniziato, ed eccoci qui a parlare di Trouble On Big Beat Street un nuovo disco in studio – il diciannovesimo se si escludono raccolte e live – degli inossidabili Pere Ubu, imprescindibili per chiunque, da profano, voglia conoscere e addentrarsi nella storia del rock new wave americano più sperimentale e innovativo dalla seconda metà degli anni ’70 dello scorso secolo ad oggi. L’attuale line-up dei risorti Pere Ubu comprende oltre all’imperituro David Thomas: Keith Moliné (guitar, electronics), Gagarin (electronics), Alex Ward (fiati, keyboards), Andy Diagram (tromba), Michele Temple (bass guitar), Jack Jones (drums). Restano sedimentati nella memoria di chi da tempo segue la band membri storici come Allen Ravenstine (tastiere e sassofono), Scott Krauss (batteria) e Tony Maimone (basso).

Ma veniamo a Trouble On Big Beat Street. Dieci brani che parlano chiaro e che solo in parte si discostano da quanto prodotto negli ultimi anni a nuovo millennio e secolo iniziati: il nuovo corso artistico della band è innanzitutto all’insegna di bordoni strumentali rock dai toni ossessivi, minimali e sperimentali più terreni e in un certo senso ortodossi del passato (Love Is Like Gravity, Crazy Horses, Moss Covered Boondoggle, Worried Man Blues), scagliati sulle sinapsi dell’ascoltatore dalle sghembe geometrie incrociate degli electronics di Gagarin, le corde di Keith Moliné, la trumpet di Andy Diagram, il sax di Alex Ward e la martellante sezione ritmica di Michele Temple e Jack Jones. Questo potrebbe di primo acchito indurre a pensare ad una “normalizzazione” armonica e concettuale della musica dei Pere Ubu, o di un loro riavvicinamento ad una canonica forma di song, quella che caratterizzò qualche sparuta opera degli anni ’90 e fine ’80 ma soprattutto con modalità fortemente espressioniste i loro primi due seminali lavori, Modern Dance (1978, Geffen Rec.) e Dub Housing (1978, Chrysalis Rec.): ci fermiamo qui perché già dal terzo lavoro in studio New Picnic Time (1979, Chrysalis Rec.) la band guidata dal corpulento David Thomas imboccò l’ardua direzione di un songbook ermetico, molto sperimentale e assolutamente non conciliante con il fine ultimo di una metodica distruzione/destrutturazione delle forme più ortodosse di song, armonia e melodia. Tendenza confermata dai successivi The Art Of Walking (1980, Rough Trade) e Song Of The Bailing Man (1982, Rough Trade).

L’apparente ritorno nel nuovo disco – cui accennavamo sopra – a sonorità più abbordabili è puntualmente e crudamente smentito in Crocodile Smile, Movie In My Head, Nyah Nyah Nyah, Let’s Pretende, Satan’s Hamster, Uh Oh dai puntuali interventi vocali anarchici, disarticolati ed ubriachi di David Thomas. Una politonale (mai metodica) sconcertante disperazione espressiva la sua, a cui non ci si abitua mai, ma ormai ampiamente sperimentata, a cominciare dai dischi del corso conclusosi negli anni 2000: St. Arkansas (2002), Why I Hate Women (2006), Lady From Shanghai (2013), Carnival Of Souls (2014), Years In A Montana Missile Silo (2017), The Long Goodbye (2019). Neanche il più appetibile impianto blues strumentale di Worried Man Blues si sottrae alla radicale etica artistica di David Thomas e dei suoi Pere Ubu nel 2023. Alla fine solo Crazy Horses si rivela – tutto sommato – episodio armonicamente più conciliante ed abbordabile in questo ennesimo stupefacente affresco astratto della band di Cleveland che a luglio e novembre 2023 suonerà per due date anche in Italia. Per il resto prendere o lasciare, nessuna via di mezzo: “there’s nothing in between, man”.

La versione del disco recensita è quella su vinile. Quella su CD prevede 7 pezzi in più: 76 BPMPidgin MusicNothin But A PimpSleepFrom AdamI Don’t Get ItGoodnight.

Pasquale Boffoli

 

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