A Complete Unknown
(Regia James Mangold, 2024)

Come per No Direction Home, dove Scorsese scelse un verso di un famoso pezzo di Dylan, anche James Mangold ha pensato bene di rubarne uno altrettanto famoso, da Like A Rolling Stone, per il suo A Completely Unknown, il biopic, come si dice oggi, sul cantautore premio Nobel, ma in quel caso si trattava di un docufilm, tra l’altro utile e prezioso, questo invece è un film con tanto di giovani attori. L’ho visto il giorno della prima proiezione, in un noto cineforum di Salerno, saremo stati una trentina in sala e non più giovani e forti, ma poteva andare peggio, non tutti dylaniati, non mancava qualche abbonato, in ossequio all’abbonamento più che altro.

Premessa la difficoltà di resa narrativa di un personaggio così difficile da inquadrare come il più grande cantautore del secolo scorso, probabilmente di sempre, visto il presente e il futuro prossimo, il film, che racconta dei primi cinque anni di Bob Dylan a New York, dal ’61 alla “svolta elettrica” del festival di Newport, mi è piaciuto, per ricostruzione storica di ambienti ed eventi. Il giovane Timothee Chalamet ha dato del suo meglio per ricordarci tic, atteggiamenti e scontrosità del Nostro, mettendoci la voce, oltre al volto, riuscendoci, a mio avviso; la storia, tratta dal libro “Dylan Goes Electric” di Elijha Wald, pure. Certo non manca qualche sfasatura o lacuna narrativa, su tutte forse quella sul grande Alan Lomax, lo storico ricercatore, un po’ troppo caricaturale, oppure su Suzie Rotolo, la prima fidanzata, quella che compare anche sulla copertina dello splendido The Freewheelin, troppo lacrimosa per una figlia di attivisti comunisti cresciuta nell’America del senatore MC Carthy, volutamente sfumato poi, e tenuto sullo sfondo, il suo mai completamento risolto impegno politico. Bellissimi e calzanti invece i ritratti del boss della CBS/Columbia, Albert Grossman e di un Johnny Cash sbruffone e un po’ alticcio e un plauso a chi li interpreta, ma soprattutto ad Edward Norton, nei panni di Pete Seeger, non c’era nessun altro attore che poteva farlo meglio. James Mangold, insomma, è riuscito a non fallire nella titanica impresa, ma resta, forse, un film per dylaniati e adepti del profeta, come la poesia, del resto, alla quale lui attaccò la presa della corrente. Spero di sbagliarmi, ma non credo riuscirà a portare al cinema i ventenni di oggi, figli di un’altra era ed età glaciale. Rimando tutti comunque alla lettura di “Chronicles Vol 1”, chissà se uscirà mai il secondo, conoscendo il personaggio, la storia di come andò agli inizi, nel ’61 in una gelida New York, per mano dello stesso Dylan, scritto in modo magistrale, tanto che a tratti sembra di leggere Melville!

Giuliano Manzo

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