Mettetevi comodi, voglio parlarvi di un happening di poesia/teatro/musica, o meglio della controcultura inglese dei ’60s, durato tutta una sera e una notte fino al giorno dopo: il 14th Hour Technicolor Dream.
Londra, o meglio la Londra undergound, visionaria, della beat generation, dei film psichedelici, della galleria indaca, dell’UFO Club, del mondo di IT, insomma di quel giro. IT, International Times, è la prima rivista ufficiale alternativa inglese fondata nel 1966 da un curricolo di attivisti politici-scrittori-musicisti fra cui John Hopkins, Barry Miles e Mick Farren, cantante dei Deviants. Hopkins era anche l’ideatore – con Joe Boyd – dell’UFO club, acronimo allo stesso modo di Unidentified Flying Objects o Underground Freak Out – e della serata ospitata, al venerdì, negli scantinati del 39 di Totthenam Court Road inaugurata il 25 dicembre del 1966. Il 9 marzo del 1967 la polizia londinese si presentò presso la sede dell’International Times sequestrando liste d’abbonamento, copie invendute, assegni non incassati, agende dei redattori, a farla breve tutto quello che trovarono a portata di mano. Un capo d’accusa immaginario – mesi dopo restituirono tutto chiudendo la vicenda -, che però al momento del fatto, a ragion di logica, rischiava un prologo diverso – la chiusura della rivista -.
Nel frattempo era scattata la solidarietà di tutta la scena freakbeat – tra i benefattori anche Paul McCartney – ed Hopkins assieme a Miles e Jim Haynes – americano e nota figura della swinging sixties – organizzarono un benefit per dar linfa alle esigue casse editoriali con più band invitate e con tutti gli annessi e connessi di un “trip festival” made in Britain – manifesto promosso dalla Hapshash & The Coloured Coat -. La programmazione si svolse all’Alexandra Palace, un vecchio edificio a Muswell Hill, il 29 aprile e, ad accogliere i ragazzi, partecipanti due palchi – più un terzo per i poeti e le performance arts – che mandavano musica spesso in simultanea mentre dall’impianto due torri proiettavano immagini lungo le pareti – per lo più pellicole di cinema sperimentale – e dei caleidoscopici light-show. Un igloo in fibra di vetro, posizionato ad un angolo della sala, distribuiva gratis spinelli di buccia di banana, leggenda metropolitana del momento smentita, in seguito, dagli Electric Prunes nel brano The Great Banana Hoax; inoltre bancarelle e bancarellai che vendevano incenso ed artigianato hippy … e, tra il pubblico, John Lennon e Yoko Ono, rispettivamente in afgan coat e kimono nero, Michelangelo Antonioni, Ron Geesin (con Water in Music From The Body e con i Floyd in Atom Earth Mother), Michael Horovitz. Durante le previste 14 ore si esibirono i Pretty Things, i Tomorrow, Alex Harvey, i Creation, i Soft Machine con Daevid Allen in formazione, l’allora sconosciuto dio del fuoco Arthur Brown mentre i Pink Floyd, di rientro dai paesi bassi dove avevano suonato la stessa notte, attorno alle 05:00 am chiusero la serata con una setlist misteriosa ed ipnotica – tra i pezzi Interstellar Overdrive, See Emily Play, Arnold Layne – con i primi bagliori dell’alba riflessi dalle grandi finestre a rendere solenne il momento.
Luca Sponzilli