Arriva lento, e sciolto dall’afa estiva, il breve racconto del concerto di Chan Marshall, in arte Cat Power, del giugno scorso, al teatro Romano di Verona. Il live ripercorre il suo disco uscito nel 2023 intitolato Cat Power Sings Dylan The 1966 Royal Albert Hall Concert (Domino Recording Company), che ripropone il celebre concerto di Bob Dylan, che si è poi scoperto in realtà, fosse registrato al Manchester Free Trade Hall, nel maggio del 1966. Per Cat Power, negli ultimi anni, cantare pezzi di altri autori e reinterpretarli, è diventata un’arte raffinata tanto quanto scrivere una nuova canzone. L’arte migliore, come la musica migliore, suscita emozioni forti, sempre al limite, e una simile operazione implica una responsabilità enorme, perché si creano legami molto intimi con le canzoni. Ne sono testimoni gli ultimi tre lavori pubblicati, The Covers Record del 2000, uscito per i tipi della Matador Records, Juke Box del 2008 (Matador Records) e Covers del 2022 per Domino Recording Company. Il disco dedicato a Dylan sembra un’ulteriore sperimentazione, un’ulteriore messa alla prova del suo talento, un azzardo quasi, il voler ricreare, canzone per canzone, nell’esatta sequenza tra set acustico ed elettrico, il famoso concerto, un disco in cui ha tirato fuori, forse, il meglio di sé stessa. Devota a Dylan, come una credente al suo Dio, Chan Marshall è un pellegrino in marcia per raggiungere la sua meta, il suo santuario e lì immergersi nella pace. Artista incostante e particolare, ha avuto una vita legata ad eccessi nell’uso di alcol e droghe e tutto il suo lavoro sembra un cammino sulla strada della redenzione.
A Verona si presenta molto elegante, con i capelli biondo platino, camicia bianca, giacca oversize e jeans, ma fino alla fine del concerto sarà un continuo torturare e sistemare i vestiti, tirando i bordi della giacca e il cavallo dei pantaloni, in preda a smanie e colpi di calore che riesce a placare solo con abbondanti sorsate di liquido refrigerante. Il concerto, come ormai tutti sanno, vede una prima parte acustica con il solo supporto di chitarra e armonica e la voce di Cat Power a dominare la scena, nonostante un fastidio alla gola che non le darà tregua per tutta la serata. Si scusa con il pubblico per questo problema fisico che sembra compromettere l’esibizione, ma è lei, non tanto la voce, ad essere tormentata, il suo corpo sembra molestato da un folletto dispettoso che vive tra le rovine del teatro Romano. La sua voce, a tratti densa e pastosa, si rivela enorme quando si lascia andare a briglie sciolte e canta Desolation Row, Just Like A Woman e una Mr. Tambourine Man sofferta e tormentata da far venire i brividi. Nella seconda parte del concerto un cartello, posto sul leggìo a fianco del microfono con la scritta ELECTRIC, ci annuncia che ora si attacca l’elettricità alle chitarre e nulla sarà più come prima. Un’operazione, questa, che Dylan aveva fatto fin dal 1965 nel concerto di Newport, quando, con la Paul Butterfield Band, scandalizzò i presenti inimicandosi i puristi della Folk Music. L’operazione della Marshall non è ripetizione, non è una banale riproposizione di un passato che è già nei libri di storia della musica contemporanea. Quello di Cat Power è un dono, un regalo, un atto di devozione, una preghiera laica ad uno degli artisti più rappresentativi e formidabili del nostro tempo. Sul palco salgono Arsun Sorrenti alla chitarra, Erik Paparozzi al basso, Aaron Embry all’armonica e piano, Jordan Summers al piano Wurlitzer e Josh Adams alla batteria, e parte Tell Me, Momma. La band gira che è un piacere e anche Cat Power sembra entrare nel mood, accenna qualche passo di danza e qualche mossa misteriosa suggerita da uno spirito che aleggia sul palco a cui lei si rivolge cercando di catturarne l’essenza. Saranno ovviamente Ballad Of A Thin Man e Like A Rolling Stone a chiudere la serata, mentre un generoso pubblico si affretta a coprire d’applausi un’artista che continua a mettersi in gioco fin dai tempi in cui era regina dell’indie rock negli anni ’90 del secolo scorso. Il tempo passa per tutti, ma, come dice Chan Marshall, le canzoni restano, le canzoni appartengono a tutti noi, alla gente comune non alle case discografiche, e allora cantiamole, le canzoni, finché possiamo.
Andrea Masiero