È chiamato semplicemente The Song Is Over il tour d’addio dei The Who, titolo piuttosto esplicito ripreso da una loro canzone dell’album Who’s Next, ampiamente saccheggiato durante il concerto di Padova, evento che apriva il loro tour mondiale. Non c’è bisogno di lunghe presentazioni per ricordare che The Who appartengono al mito e siederanno in futuro nell’olimpo degli dei insieme a Beatles, Rolling Stones ed altri. Mitologia è una parola che deriva dal greco e che significa proprio “racconto del mito”, per esteso potrebbe essere lo studio dei miti nei loro rapporti con le caratteristiche culturali di un’epoca o di una civiltà. Nei prossimi anni crediamo che ci sarà un bel po’ di lavoro da compiere per raccontare, appunto, come e quanto queste band sono state capaci di polarizzare le aspirazioni di una comunità e di un’epoca elevandosi a simbolo privilegiato e trascendente. Attesi inizialmente allo stadio Euganeo in grado di contenere più di 30.000 persone, causa scarse prevendite, la band di Townshend e soci è stata dirottata all’Anfiteatro Camerini di Piazzola sul Brenta, in grado di ospitare 9.000 persone, in una cornice esteticamente magnifica. Prezzi dei biglietti alle stelle, e una massiccia offerta di eventi nel periodo estivo, hanno creato le condizioni per cui l’atteso sold out non è stato raggiunto.
Poco importa, presenti all’evento persone da ogni dove di almeno tre generazioni, famiglie intere e qualche giovane accompagnato, tutti arrivati a vedere The Who, le leggende della musica che hanno attraversato il tempo e, in sei decadi, sono arrivate fino ai nostri giorni, qualcosa che non era mai successo prima e con cui dovremo fare i conti in futuro anche con altri personaggi inossidabili del circuito musicale pop-rock. Apparsi le prime volte nel 1964, la band si consoliderà negli anni con una formazione che comprendeva Roger Daltrey alla voce, Pete Townshend alla chitarra, John Entwistle al basso e Keith Moon alla batteria. Dopo la morte di Moon e Entwistle i superstiti, Daltrey e Townshend, hanno continuato, a fasi alterne, a mantenere alta la fiamma dei The Who. Le band sono carne viva, un luogo dove si litiga, si ama, si odia e si muore. Si discute, ci si picchia, a volte, ma alla fine è il territorio sofferto di creazioni musicali fantastiche. Reduci di un periodo storico irripetibile, Roger Daltrey è una delle voci più intense e rappresentative di quegli anni, insieme a gente come Robert Plant, Jim Morrison, Janis Joplin e Grace Slick. Rude, sgraziato, ma bello come un angelo, stava sul palco creando evoluzioni da rodeo con un microfono dal filo lunghissimo, tenendo testa alle follie eccentriche di Pete Townshend che distruggeva chitarre sul palco e a Keith Moon, che si divertiva a far esplodere le batterie come nel programma televisivo Smother Brother Comedy Hour del settembre 1967. Si, ma chi è il reduce? È colui che ritorna dopo un’assenza prolungata dovuta a imprese e avventure rischiose, e, a Piazzola sul Brenta, abbiamo la sensazione che eravamo in molti reduci ad assistere all’ultimo spettacolo degli Who.
Daltrey e Townshend si presentano sul palco insieme al fratello Simon Townshend alla chitarra, Jon Button al basso, Loren Gold alle tastiere, John Hogg ai cori, Jody Linscott alle percussioni e Scott Devours, che rimpiazza Zak Starkey, alla batteria. Si apre con I Can’t Explain, e la bellissima Substitute, che ci proiettano nei sixties, mentre con Who Are You vengono proiettati bellissimi ritratti dei quattro in modalità liquid light show, con giochi di colore ipnotici. Le luci del giorno cominciano a scemare e lo spettacolo prende il volo quando buttano giù una cinquina da panico composta da Pinball Wizard, Behind Blue Eyes, The Real Me, 5:15 e I’m One, rispettivamente da Tommy, Who’s Next e Quadrophenia. I ragazzi stanno sul palco a portare il loro messaggio musicale, quello in cui, tutto sommato, si identificano milioni di persone che si riassume in una sola parola: Love. E Love, Reign O’er Me, tratta dall’opera Quadrophenia, è cantata da un Roger Daltrey che ce la mette tutta per reggere il confronto con un passato ingombrante. Gli riesce bene perché la canzone raggiunge delle vette altissime e a noi manca il respiro. Pete Townshend se ne sta sulla destra del palco, in elegante polo rossa, a macinare assoli e a far roteare il braccio a mulinello alternando parti ritmiche e soliste con quel modo di suonare che l’ha reso unico, anticipatore di tanto rock a venire e di atteggiamenti proto punk. Poi è arrivata My Generation, e ci sono venuti i brividi, poco dopo See Me, Feel Me e siamo saltati dalle sedie fiondandoci sotto palco insieme a tutti gli altri spettatori inebetiti con i telefonini in mano che cercavano di portarsi via un pezzetto di quella magia a cui stavano assistendo. Doppietta da urlo per il finale con Baba O’Riley e Won’t Get Fooled Again e tutti a casa.
Grazie è stato bellissimo. E ricordate una cosa, in futuro, fate in modo che l’amore regni su di voi … perché solo l’amore può portare la pioggia.
Andrea Masiero
Set list: I Can’t Explain – Substitute – Who Are You – Love Ain’t For Keepin – Bargain – The Seeker – Pinball Wizard – Behind Blue Eyes – The Real Me – 5:15 – I’m One – I’ve Enough – Love, Reign O’er Me – Eminence Front – My Generation – Cry If You Want – See Me, Feel Me – You Better You Bet – Baba O’Riley – Won’t Get Fooled Again