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GLI ANNI DEL GRUNGE – Italia 1989-1996
di Giacomo Graziano
(PubMe / Gli Scrittori Della Porta Accanto, 2023)

Negli ultimi anni si è scritto abbastanza sul fenomeno grunge. Forse colpevolmente in ritardo o forse nei tempi giusti, più adatti alla comprensione di quanto espresso in quel periodo sia musicalmente che socialmente. Mancava però all’appello il racconto di cosa furono quegli anni in Italia, considerato che le band in questione la percorsero in lungo e largo per concerti, prima ancora che il movimento esplodesse a livello planetario. A colmare questo vuoto ci ha pensato Giacomo Graziano con il suo libro Gli Anni Del Grunge – Italia 1989-1996 edito da Pubme per la collana “Gli Editori Della Porta Accanto”. Il volume è una raccolta di testimonianze, impressioni e riflessioni, rilasciate da giornalisti, critici musicali, addetti ai lavori o semplici fan che in quegli anni hanno vissuto di persona quel passaggio e incontrato quegli eroi, ancora inconsapevoli, di quella nuova età dell’oro che la musica rock avrebbe attraversato. Giacomo Graziano è studioso della scena musicale e culturale di Seattle, ha creato il blog Smell of Grunge ed è da sempre appassionato di rock, nonché musicista. Approfondiamo con lui alcuni degli aspetti più interessanti del libro.

Come e quando è maturata l’idea di scrivere il libro?

Durante il primo lockdown, dedicavo più tempo del solito alla pagina, cominciai a notare un trasporto maggiore ogni qual volta pubblicavo un post associato all’Italia, allo stesso tempo, come in molti non fossero a conoscenza del gran fermento musicale e culturale di quel decennio. Sul suono e le band di Seattle durante gli anni si era scritto tanto, cominciai a sentire il bisogno di far conoscere che anche il nostro paese non rimase immune al fenomeno, accogliendo sin da subito l’ondata proveniente dal nord ovest del Pacifico. Credo che l’italia sia seconda solo alla Germania per numero di concerti in quegli anni e vanta tantissimi aneddoti, alcuni notoriamente tristi come il tentato suicidio di Cobain e l’ultima apparizione televisiva dei Nirvana, altri più allegri. La sfida maggiore restava comunque, quella di riuscire a trasmettere come una rivoluzione partita da lontano, abbia fatto breccia anche da noi.

Parlaci un po’ della sua stesura, come hai contattato le persone che hanno contribuito con le loro testimonianze? Raccontaci qualche curiosità sulla ricerca delle informazioni e degli aneddoti descritti. Soprattutto delle parole toccanti dell’infermiera che, per prima, accolse Cobain al pronto soccorso di Roma.

Ho cominciato mandando dei messaggi a persone che scrivevano dei post dedicati ai concerti in Italia. Da lì a poco, sparsa la voce, in molti cominciarono a contattarmi suggerendo amici e collaborazioni. È stata una fase divertente che mi ha permesso di conoscere tanta gente, con alcuni sono nati dei legami sinceri portati ancora oggi avanti. Tuttavia far rivivere ricordi sbiaditi di trent’anni non è stato per tutti facile, ma era stimolante e lo costruivamo insieme giorno dopo giorno. Inizialmente non seguivo una linea ben definita, raccoglievo più testimonianze possibili e materiale fotografico, solo in seguito mi sono dedicato alla scrittura e nel disporre cronologicamente gli eventi. Nel racconto riguardante il ricovero di Cobain, è stata fondamentale la figura di Rosanna Costantino (autrice del libro “In The End” su Chester Bennington con cui collaboro tanto) è stata lei a raccogliere la testimonianza del figlio, grande appassionato della scena, che durante la visione di un documentario sentì la madre esclamare: ricordo quel ragazzo la sera che arrivò in ospedale.

Le pagine scritte personalmente da te rivelano la tua passione per le band in questione. Dicci cosa sono per te, cosa hanno significato per la tua crescita e quali emozioni ti suscitano ancora. E magari, qual è la tua preferita, se c’è.

Da batterista hanno significato molto per me, sono stato totalmente influenzato dalla loro creatività e dagli stili diversi che ognuno di loro esibiva nelle proprie formazioni. Ero affascinato dalle sonorità dei Melvins di Dale Crover, da Jimmy Chamberlain dei Pumpkins che considero tra i più virtuosi in assoluto, poi arrivò Abbruzzese con la sua potenza e quell’uso viscerale dei piatti che cambiò stilisticamente le mie visioni, non a caso Vs ancora ad oggi resta il mio album preferito dei Pearl Jam. Quello a cui mi sono maggiormente ispirato è Matt Cameron, genio dell’adattamento, è la quintessenza della batteria con i Soundgarden che, insieme agli Alice In Chains sono le band che ho divorato allo sfinimento. Il grunge è stato come un manto protettivo per un’intera generazione per chi come me, attraversava la fine degli anni ’80 e l’ingresso dei ’90 in piena età adolescenziale, con tutti i suoi dubbi e le incertezze. Mi sono legato in maniera diversa ad ognuna di quelle band e sono ancora oggi parte attiva dei miei ascolti.

Nei tuoi contributi personali al libro, emerge spesso un’analisi dei tratti sociali e culturali dell’Italia di quel periodo. Quanto ritieni siano cambiati i giovani nel loro approccio alla fruizione della musica? Come mai secondo te, le rock band e il rock in generale hanno perso quella originaria matrice di ribellione e rivoluzione che lo caratterizzava fino agli ’90.

Lo streaming ha stravolto totalmente le modalità di ascolto, divenute distratte e frammentate, saltando da un brano all’altro senza porsi troppe domande, senza creare un legame affettivo con l’artista, in una sorta di ingordigia musicale e figlia di un mercato che consuma tutto in fretta. La musica è specchio della società e si adatta subendone gli sviluppi, oggi la ribellione non è più l’espressione predominante, artisticamente assistiamo alla ribellione del singolo artista fine a se stessa e non contro il sistema e le problematiche sociali. Il mondo va avanti ed oggi è davvero difficile, se non impossibile, riconoscere i generi musicali, le sonorità mescolano stili diversi tra loro, abbattendone i confini, ben delineati invece in epoche precedenti. Credo semplicemente sia cambiato il messaggio, oggi tutto è contaminazione globale, ma il rock non è morto, lo senti ovunque tranne che nel rock stesso.

Gli anni 90 hanno visto la nascita del movimento No Global, e Seattle, non a caso, ne fu la capitale. Quegli anni, tra l’altro, sono stati gli ultimi a vedere una certa ribellione giovanile, sedata nell’eroina prima e con la digitalizzazione poi. Concordi con questa analisi?

In parte sì, credo però che le nuove generazioni, rispetto alla mia, siano cresciute con la possibilità di vedere cosa accadeva a quelle prima della loro, hanno avuto modo e mezzi per osservarne le difficoltà con cui si scontravano, tra disuguaglianze e precariato alla soglia dei quarant’anni. La sensazione è che si parta già disillusi piuttosto che prendere una delusione, hanno preso coscienza che la loro generazione non possa aspirare a condizioni migliori, anzi. Le ragioni per cui i giovani non protestano e assistono in silenzio a qualunque cosa accada attorno a loro è dovuto anche al distacco con la politica, non si identificano con chi li rappresenta e in parte si è perso il senso di collettività, puntando principalmente ad obiettivi personali. Questo lo puoi notare anche in campo musicale, chi suonava uno strumento negli anni ’90 tendeva a cercare una band, mentre oggi si fa musica singolarmente attorno ad un PC nella propria cameretta e con la tecnologia attuale è possibile comporre anche con poche nozioni musicali.

Il libro scorre veloce, quasi come le vite dei protagonisti, e inevitabilmente si parla di morte. Quella di Cobain ci ha colpiti probabilmente in una età in cui le cose si superano più facilmente. Dicci invece come hai vissuto in età adulta le recenti scomparse di Cornell prima e di Lanegan poi.

La notte tra il 17 e il 18 maggio 2017 ero in sala parto, stringevo forte la mano di mia moglie in preda alle contrazioni, anzi, a dirla tutta, era lei a stringere forte la mia. Intanto il telefono non smetteva di vibrare, ricevevo chiamate continue da mio fratello che vive negli USA. Una volta fuori, smorzata l’adrenalina, richiamo per scoprire che Chris Cornell se n’era andato e lo aveva fatto nel momento in cui mio figlio veniva alla luce. Turbato, rimasi senza parole ma ero protetto dalla gioia del momento, realizzai dopo giorni l’accaduto e solo un anno fa sono riuscito a guardare le foto di quella maledetta stanza d’albergo. Di Lanegan ricordo di essere seduto sul divano quando cominciarono ad arrivare dei messaggi, troppi, insolito per l’orario, è stato un fulmine a ciel sereno. In poco tempo la notizia aveva già inondato il web, gelando il mondo della musica, ad un tratto è mancata a tutti una voce dal potere salvifico in cui rifugiarsi.

Nel libro si capisce benissimo quali e quanto fossero sinceri i sentimenti che il movimento fu in grado di suscitare. Secondo te quali furono le ragione di tale improvvisa deflagrazione a livello mondiale.

Bisogna considerare molteplici fattori, musicalmente la crisi di certe forme sfarzose di rock e produzioni patinate legate agli anni ’80 cominciarono a vacillare, l’atteggiamento borioso e materialistico non rispecchiava la nuova generazione che abbracciò saldamente l’attitudine introspettiva delle band grunge che ti sbatteva in faccia la realtà, la gente in quel periodo cominciò a trovare conforto in testi che trattavano ingiustizie sociali, disagio giovanile e purtroppo dipendenze. Le major, fiutato il profumo dei soldi, cominciarono a mettere una dopo l’altra sotto contratto le band di Seattle e quando fu lanciata Smell Like Teen Spirit il sound di Seattle arrivò in qualunque luogo sperduto in culo al mondo. Inoltre va dato atto di aver avvicinato molti ragazzi ad uno strumento divenuto struttura portante dei brani, formazioni ridotte all’essenziale non lasciarono spazio ad ostentazioni del passato.

Concludiamo col chiederti se hai progetti in cantiere, iniziative future in ambito musicale o editoriale.

Al momento mi sto dedicando alla scrittura per dei podcast e presto arriveranno tante novità su Smell of Grunge. In primavera porterò in giro il libro, mentre in campo editoriale sto lavorando ad un progetto che mi sta divertendo molto, ma di questo parleremo un’altra volta.

Nino Colaianni

ERIN K
“Sink To Swim”
(Unicornpig, 2023)

La musicista americana residente a Londra, Erin Kleh, ha deciso di proseguire la collaborazione con il co-produttore Kristofer Harris (Belle & Sebastian, Ghostpoet), cominciata con l’album I Need Sound del 2019, per registrare il nuovo lavoro Sink To Swim nei suoi Squarehead Studios nel Kent. Un album composto da 11 canzoni, caratterizzate da un sound acustico, schiette, personali e coinvolgenti. Brani giocosi e sognanti, registrati quasi completamente dal vivo.

L’album incarna il giocoso stile “antifolk” di Erin (Jesus Christ, Panda’s Song, Sealife), ma contiene anche toni più cupi, con temi significativamente più oscuri, in canzoni come Breathe e Keep Her. Altri brani si collocano in una posizione intermedia, ma tutti sono sinceri e si basano sulla narrazione autoironica che è il cavallo di battaglia di Kleh. L’ascolto naturalmente riporta subito ai fasti del duo acustico Belle & Sebastian ma anche alla lontana Susan Vega. Un disco alt/folk che non ha l’ambizione di scuotere ma palesemente quella di cullarci in dolci e melodiche armonie, che evidentemente, alla luce dei 19 milioni di streaming raggiunti, è cio che l’ascoltatore medio predilige.

Nino Colaianni

 

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PERFECT SENSE
(Regia di David Mackenzie, 2011)

Una poetica storia d’amore tra un cuoco ed una epidemiologa, interpretati da Ewan McGregor e Eva Green, sullo sfondo di una tragica e apocalittica pandemia. Un film diretto da David MacKenzie, uscito nel 2011, quando il mondo, neppure nei peggiori incubi immaginava quello che avremmo vissuto esattamente 10 anni dopo. Eppure la pellicola non potrebbe essere più attuale, considerato che l’infezione che racconta provoca la scomparsa, uno alla volta, di 4 sensi del corpo umano. Esposti come siamo al costante bombardamento di immagini, rumori e parole, cattivi odori e cattivo gusto, la perdita di queste facoltà non può che condurci ad un ripensamento dei rapporti umani.

La perdita dell’olfatto cancella i ricordi che gli odori riportano alla mente, la mancanza del gusto toglie all’uomo la gioia di cibarsi con piacere e convivialità e ci avvicina agli animali, lasciandoci solo l’istinto di nutrirci per non morire di fame. La perdita dell’udito è conseguenza della rabbia che cova in noi, degli attacchi d’ira subiti e perpetrati e che per tutta risposta non sentiremo più, a causa di un virus misterioso che sta precipitando l’umanità in un baratro. La vista è il senso che scompare per ultimo, per permetterci di vedere ciò che rimane, chi è sopravvissuto e come affronta il futuro.

Il virus prima regala istanti di calore, perdono e accettazione reciproca e poi di colpo lascia il mondo nell’oscurità. Perfect Sense è un thriller romantico e fantascientifico, una parobola distopica del declino della razza umana, della perdita della propria coscienza spirituale. La sceneggiatura è un po’ traballante ma il film contiene una grazia e una poesia che, a dispetto dei temi trattati, lascia addosso un senso di rassicurante malinconia, quella sensazione che nonostante tutta la sofferenza che l’umanità è capace di autoinfliggersi, avrà sempre, nel profondo dell’animo, un granello di amore che ci salverà dall’era glaciale dello spirito.

Nino Colaianni

 

Trailer italiano

Scena finale