I RAGAZZI DEL MASSACRO
"Juvenile Street"
(2022, Autoprodrodotto)

Il diorama meneghino del post-punk quale parusia illuminata del nuovo millennio. Diorama. Insieme di vedute dipinte che, per effetto di prospettiva e giochi di luce, danno alla spettatore l’illusione di un panorama naturale nelle varie ore del giorno. Vetrina nella quale elementi appartenenti al regno vegetale o al regno animale sono presentati in una ricostruzione dell’ambiente naturale.
(dal vocabolario Oxford Languages).

Il concetto di amarcord non è soltanto un esercizio spirituale proustiano ma uno stadio dell’esistenza che si sublima in un film immaginario in cui scorrono diorami mentali in bianco e nero, che per effetto della luce del ricordo danno vita a immagini, le quali si susseguono a dissolvenza incrociata facendo riaffiorare la forza del ricordo. Ma il ricordo non si limita ad essere rievocato; c’è un passaggio ulteriore che ne valorizza la sua potenza intrinseca: quella di dipingere una fenomenologia dell’anima, come se esso fosse il motore, un primo mobile dantesco capace di muovere un’estesa sintassi sentimentale, un passaggio aristotelico dallo stadio in potenza della rievocazione a quello in atto della sublimazione, e che produce i suoi aggraziati e romantici fiori di una decadenza metropolitana che però non è una stanza buia ma un ambiente reso luminoso da claristori di luce sonora.
Quando tutto questo si traduce in note musicali ecco che dal pentagramma si sprigionano sonore emozioni che espandono nello spazio di un ambiente domestico questo diorama a dissolvenza incrociata che da memoria visiva muta in una fluorescenza sonora. Sono queste le prime sensazioni che mi vengono in mente all’ascolto di Juvenile Street (Aprile 2022, Autoproduzione) de I Ragazzi del Massacro, una compagine dell’underground milanese i cui componenti sono scafati ed esperti musicisti provenienti dalla Milano indie che hanno abilmente metabolizzato le esperienze musicali pregresse. E questa sensazione nasce dal trasporto interiore dell’ascolto di una band che ha saputo bypassare a mancina la trappola del citazionismo, cosa non facile al giorno d’oggi, con un panorama indie internazionale che non riesce ad andare oltre la carta carbone della riproposizione di stilemi del passato.

Però I Ragazzi Del Massacro hanno una marcia in più perché alla devozione verso la felice stagione post-punk primi anni ’80 aggiungono un ingrediente in più: la traduzione in sensazioni musicali del ricordo sia di una Berlino ancora divisa dal Muro sia di una Londra sconvolta e bruciata dalla rivoluzione punk nella Milano del terzo millennio, la quale però mantiene un legame con la sua Heimat noir del passato, figlia delle brume padane, fra un motivo di Gaber e un romanzo thriller di Scerbanenco. Ed ecco che nei Ragazzi Del Massacro il ricordo di un’epoca ormai lontana ritorna ad essere carne viva e pulsante nel cuore del cosmopolitismo metropolitano del terzo millennio. Note musicali che definiscono quello che è il concetto summenzionato di diorama. I Ragazzi Del Massacro sono un diorama musicale post-punk. Sono un racconto per immagini che ha l’effetto di una successione temporale di fotogrammi che hanno la capacità di far riemergere con acuto realismo le atmosfere di quella Londra, di quella Berlino e di quella Milano, come se fosse la ricostruzione fedele al vero di quei ricordi in bianco e nero di strade londinesi bruciate dalla furia iconoclasta del punk o di sensazioni di solitudine in bianco e nero di una Berlino ancora divisa dal muro. E questo è un diorama vivo, non un’asettica ricostruzione, perché quelle immagini in bianco e nero riaffiorano nella mente rendendo attuale quel passato e non una nostalgica od olografica cartolina. In fin dei conti questo è il ruolo del diorama: ricostruire un ambiente come se fosse un film per immagini oppure un modellino in scala ridotta. Se bisogna creare il diorama post-punk i Ragazzi Del Massacro hanno fatto centro. Anche nei testi che rimandano a sensazioni cinematografiche: un cinema dioramico. Ho detto che è un diorama vivo, nel senso che vive nel presente e ci cammina fianco a fianco. Non è la ricostruzione di un’antologia di ricordi da musealizzare nella mente. È quella che in storia della filosofia si chiama “parusia”, ovvero la presenza dell’idea nella realtà sensibile secondo la concezione platonica. Il diorama espresso dalla poiesis musicale dei Ragazzi Del Massacro è l’idea perfetta secondo il concetto di Platone del post-punk storico, e tale idea è una parusia (parusia in greco antico significa “manifestazione di un fenomeno”) che si rivela nel mondo sensibile della realtà del nuovo millennio. Si crea un trait-d-union tra post-punk storico e Zeitgeist attuale quale messaggio da tramandare alla posterità. Ecco perché si parla di diorama vivo e non musealizzato: il passato vive nell’oggi, condiziona l’oggi e disegna una traiettoria del domani. È un diorama che subisce una trasformazione alchemica a uno stadio superiore della materia, la quale assume l’aspetto della rivelazione dell’idea perfetta di post-punk cui eventuali forme imperfette della realtà contemporanea fanno riferimento. Come insegna Platone nel suo mondo delle idee: esiste un’idea superiore e perfetta di “cavallo” verso la quale le forme imperfette di tutti i cavalli che esistono fanno riferimento. E sempre parafrasando Platone e il suo Mito della Caverna un altro aspetto che ho dedotto dall’ascolto dei Ragazzi Del Massacro è anche un invito rivolto alle band indie contemporanee di uscire dalla caverna del loro imperfetto egotismo, la prigione dell’attorcigliamento attorno al proprio io, per riscoprire il senso autentico di quello che è stato il post-punk e la new wave storici. È una band che parla ai giovani d’oggi invitandoli ad uscire da questa caverna.

I Ragazzi Del Massacro – titolo preso da un romanzo di Giorgio Scerbanenco – sono quattro musicisti con esperienze musicali pregresse di anni: Davide De Santis al canto, Danilo Carraccio alla chitarra solista, Carlo Ceccoli al basso e alle tastiere e Luca Divina alla batteria. Una formazione classica in fede al dettame post-punk europeo. Come ho ampiamente sottolineato sopra il loro sound non è una calligrafia del post-punk riprodotta a puntino ma un suono vivo e calato nell’indice attuale, un suono capace di evocare la potenza del ricordo e tradurla in diorama musicale. Le loro influenze si rifanno a certo Nick Cave era Birthday Party, ai Madrugada, ma io fra le righe vi rinvengo anche dei rimandi ai Morphine, per l’utilizzo del sax e per la ricreazione di un suono noir e ai Giant Sand per certe elettricità chitarristiche desertiche. Essi perpetrano nel nuovo millennio le atmosfere scure di certo post-punk primi ’80 e vi infondono un certo alone di decadenza romantica. Londra e Berlino che prendono tinteggiature di brume milanesi, il noir maudit di Nick Cave che si sposa al noir meneghino di Scerbanenco. Ed è una mescolanza riuscita perché pare proprio di sentire un ibrido di nebbie londinesi e di nebbie milanesi, quei cieli plumbei inglesi sotto i quali i fuochi della generazione punk bruciavano ed incendiavano le strade e quei paesaggi umidi grevi di nebbie che sale dai navigli meneghini e che rende l’ambiente un mistero noir da decifrare, mentre in qualche osteria di periferia sta maturando il progetto di un delitto. Però vi è anche il senso caveano del tormento, quello che si agita nelle viscere esistenziali dei Birthday Party, che però viene calmierato dallo spirito tutto noir milanese e insieme ad esso vive in una romantica simbiosi. Concludendo, e qui chiudo il circolo ermeneutico, i Ragazzi Del Massacro sono una parusia manifesta nel mondo sensibile del nuovo millennio, una manifestazione di un diorama musicale tutto milanese che stempera gli umori della Londra underground nel decadente laudano della Milano noir dei tempi andati. Il post-punk vive dentro di loro ed è materia che accarezza l’anima con la potenza del ricordo e con il trasporto di romantiche melodie che ricostruiscono tale potenza. Il ricordo qui non è solo un film di immagini che scorre nella mente ma un’esperienza da vivere sotto l’egida di note musicali di un’indie rock grandioso e lontano da qualunque cascame olografico o derivativo.

Per la recensione ho scelto l’ultimo disco da loro prodotto: Juvenile Street. È un lavoro compiuto ed efficace che contiene tutti gli elementi descrittivi iconografici e iconologici della band che ho descritto sopra. Ed è un disco valido, capace di suscitare nelle emozioni, note di post-punk che possiedono la forza evocativa di madeleine proustiane, le quali sono tasselli, tessere di mosaico per costruire il loro diorama musicale. Ma vi è anche la tendenza in questo disco ad ampliare l’ambito new wave, con sconfinamenti in territori jazzati e bluesati (evitando così di cadere nel tranello della calligrafia del post-punk storico) però con l’aura noir sempre aleggiante. Noir che però, secondo l’opinione di chi scrive, in questo disco non fa rima con gothic; qui di immaginario gothic legato a certe formazioni dark stile Sister Of Mercy non c’è traccia (casomai il dark è presente nei vecchi progetti del leader Davide De Santis). Qui il noir è legato ad un’ambientazione metropolitana da romanzo thrilling, quell’atmosfera di suspense entro la quale può maturare un delitto. È qui siamo dalle parti dei Morphine. Oppure quel noir maudit alla Nick Cave, non affresco gotico ma tenebra di un tormento. Ma anche Madrugada e Giant Sand sono ingredienti presenti nel sound della band. Qui c’è meno pulsione dark e più umoralità rock, più poetica della strada e più aperture a classicità soul e blues. Ci sono elementi di cantautorato rock così come ruvidità garagistiche e stradaiole. Il disco possiede delle belle intuizioni dalle quali traspare che il protagonista non è soltanto il perpetuare un ricordo di un’antica prassi indie nella contemporaneità (il prendere forma del diorama) ma è anche la metropoli, con il suo greve e misterioso umore noir, mostrando così che le città non sono bolle di finzione ma universi umorali perpetuamente cangianti. Dettaglio non di secondaria importanza. Tutti i dieci brani sono ben arrangiati e ben orchestrati, con un’esperta padronanza delle strutture armoniche e ritmiche.

Ora l’analisi per ogni singolo brano.

La copertina. Ragazzini che corrono e giocano con un aquilone, un gioco d’altri tempi relegato nella madia dei ricordi. Uno spaccato di ragazzi di periferia di tanti anni fa, diretto ed evocativo. Il contesto è infatti quello di una suburbia, lo si intuisce dal condominio sullo sfondo. Ma la presenza di un muretto a secco e di montagne brulle sullo sfondo fa pensare ad un ambiente del nostro meridione. In basso la scritta a penna della ragione sociale e del titolo del disco, grafica ancora più genuina dei ciclostili scritti a macchina dell’estetica punk.

Juvenile Street. La title track è fin dalle prime note una dichiarazione d’intenti: oscuro e fascinoso post-punk intriso di blues e di garage, dalle melodie di un romanticismo conturbante. Ecco il diorama: immagini che ricostruiscono ambienti metropolitani in bianco e nero popolato di presenze di periferia. Parole che esplicano l’humus esistenziale del concetto di gioventù come fase della vita. Non solo una narrazione per immagini ma un’autentica visione filmica di ambienti. La musica è legata al post-punk ma possiede una verve garage-blues con inflessioni noir e vi è la presenza di una tromba. Il lirismo raggiunge il suo apice nel refrain, una gemma di emotività ispirata che si trasforma in arte.

New Kind Of Sex. Un trottante quadretto di stradaiolo post-punk che prende certi Cure e li sposa con solarità mediterranee italo-wave. Pare trasportato da un volo di angeli direttamente dal periodo 1979-
1981. È un gioco di accattivante e smaliziato cantato e saltellante ritmica sorretta da un poderoso basso wave. Ma quello che fa anche la sua bella parte sono le algide parti di chitarra. A un ascolto più attento e approfondito si percepiscono rimandi al glam dei Roxy Music (nel cantato che ricorda il Bryan Ferry più smaliziato) e a ritmiche robotiche su coordinate Devo-Bowie berlinese.

Big One. Questa volta ci portiamo dalle parti di un cantautorato rock elegante e suadente. Un brano che nella struttura è fedele alla forma canzone, con lo schema strofa-ritornello-bridge. Ma nella sostanza è un raffinato amarcord new wave di stampo Cure-Japan che levita con grazia nell’aria grazie anche alle ariose partiture di tastiera. Il refrain è pura luce che irradia raggi di calda e fascinosa luce mediterranea mentre il bridge è un’appassionata melodia di chitarra dai toni morbidi. Però tutto il brano, compreso il ritmo di narrazione nella strofa, è un coacervo di solarità e di perfezione wave.

Sand. Brano da pelle d’oca! Sofferto come il titolo: “sabbia”. La sabbia del deserto come metafora della sofferenza del loser. È una canzone che parte dal Gun Club e raggiunge il desert rock dei Giant Sand (per restare in tema di sabbia). Uno di quei brani capaci di evocare la loseness arcaica del country-blues nel post-punk, proprio alla maniera dei Gun Club, ma anche di portare fra le mura della periferia milanese le austerità desertiche dei Giant Sand. Note di chitarra riverberante che rievocano giornate roventi in mezzo al deserto del Nevada mentre si aspetta l’espresso di Santa Fe. Un cantato sofferto come Jeffry Lee Pierce. Deserto del sud ovest americano e solitarie domeniche d’estate della suburbia milanese. Umori metropolitani e profondo respiro delle solitudini di un deserto di roccia. Scoperta recente: questo brano è tratto da una canzone del duo Nancy Sinatra e Lee Hazlewood.

Yvonne La Nuit. Un altro capolavoro desertico su un drumming percussivo marmoreo e solido, in perpetua iterazione, e con un synth ad evocare il fischio del vento. Un cantato iggypoppiano a fare da io narrante ad una musica che prende i Giant Sand e li fa incontrare con i primi Bad Seeds. Una canzone notturna e sofferta che scema le atmosfere noir dei Morphine e le dilata in uno spazio desertico senza tempo. Brano dal fascino noir e misterioso che al pari del brano precedente annichilisce la dicotomia fra atmosfera urbana ed atmosfera desertica. Ma soprattutto fa strame della concezione del tempo proprio perché è senza tempo.

She Doesn’t Wanna Come Back. Si cambia registro con questo dinoccolato rock’n’roll-psychobilly che fa la posta ai Cramps, sia nel cantato alienato e ubriaco sia nelle malate partiture di chitarra. Ma dietro lo psychobilly crampsiano si cela uno spirito legato alla primordialità del blues rurale d’anteguerra così come filtrato dagli Stones di Exile On Main Street per poi puntare dritto all’essenzialitá del punk. Primigenia energia rock’n’roll messa a nudo.

Losing Game. La presenza di una tromba è uno squillo di sofferta lacrima jazz in questa canzone intrisa di una blueseness di quelle che strappano le corde dell’anima. Blueseness capace anche di incontrare il soul perché in questa perla vi è anche un mood soul. Nick Cave e Madrugada, questa volta sì che vi scorgo molto forte l’Heimat dei Madrugada. È una di quelle ballad capaci di scuotere i più romantici sentimenti proprio per la capacità di rimandare all’interno e sofferto mondo dei Madrugada, diversamente rispetto alle chitarre dolenti e riverberate alla Giant Sand che si sentono in pezzi precedenti. Poi la presenza della tromba ad infondere un morbido mood notturno di sofferta amabilità.

Noise Of The Bomb. Si prosegue nel solco del brano precedente con i Madrugada dietro l’angolo. Ma se prima vi era una forte componente emotiva adesso il tono si fa più riflessivo e meditativo. Un basso scuro e profondo è la struttura portante; il cantato è il primo attore; le chitarre sono l’elemento esornativo, il ricamo. Per poi montare alla fine verso un’elevata sommità melodica. Brano di una vigorosa energia con chitarre rocciose, quasi epico nel suo incedere.

New York Blues. Il testo è tratto da una poesia di Allen Ginsberg. È un’impetuosa ballad che corre come un treno nella prateria. Bell’esempio di indie rock genuino e brioso, in perfetto stile anni ì80 ma con uno sguardo anche alla nostra contemporaneità. Il cantato traduce la narrazione poetica in sentita e sofferta recitazione. Il gioco di basso e batteria è una corsa senza ostacoli. Le chitarre sono echi di luminescenza. In una sola parola: perfetto.

After Midnight. Il brano finale è anche quello più vicino ai Rolling Stones di Exile On Main Street. Gli Stones che incontrano il post-punk dei Birthday Party e si asciugano in asperità Stooges. Qui si avverte la capacità di costruire belle canzoni con quello spirito stradaiolo che dovrebbe essere il dogma di ogni rock’n’roll band che si rispetti.

Marco Fanciulli

 

I Ragazzi Del Massacro

New Kind Of Sex

Big One